Tolo Tolo

Dopo aver letto la recensione di Selvaggia Lucarelli su Tolo Tolo sono certa di non potere fare di meglio, dato che ne condivido ogni passaggio. A partire dalla considerazione che non è vero che questo film non faccia ridere, come è stato detto da molti commentatori. Io mi sono divertita moltissimo, in ogni scena c’è uno spirito comico, una battuta, ironia anche graffiante, assenza di politicamente corretto. Il “problema” del film, nel nostro mondo di facili giudizi e di critici superficiali, è stato il trailer, uscito un po’ di giorni prima e ampiamente ingannevole: anche se, da solo, era sufficiente a dare una sferzata a quei pochi (se ce n’erano) in grado di guardare oltre al proprio naso ed al proprio pregiudizio.

Si preannunciava, secondo alcuni, un film-denuncia dell’invasione che stiamo subendo, ad opera di orde di immigrati, che altro non vogliono fare che campare sulle nostre spalle. La prova era la canzone “immigrato” dove l’italiano si ribella ai “soprusi” che gli infligge il ragazzo nero, non pago degli spiccioli allungati dal finestrino, e addirittura invasore domestico, con tanto di spartizione della moglie. E subito le proteste dei movimenti femministi: un film maschilista e razzista!

Secondo altri “pensatori”, invece, Zalone metteva in berlina proprio gli odiatori degli stranieri, quelli che ancora oggi si avventurano a parlare di “razze”, al di fuori degli allevamenti a quattro zampe, per scandirne anche un ordine gerarchico, tra superiori e inferiori. Insomma: il trailer dell’autore che canta in stile Celentano la sua geniale “Immigrato” ha scatenato la torre di Babele delle opinioni.

Molte idee, tutte confuse: uno spettacolo quotidiano, direi.

Il film (esordio da regista di Luca Medici) porta da tutt’altra parte e scrolla via il semplicistico e popolare messaggio del trailer: è ambientato in Africa, a parte qualche scena iniziale in un paesino pugliese. Diversamente dal video clip, girato a Roma, quartiere Bologna, nel caseggiato popolare, set del film del 1977 “Una giornata Particolare” di Ettore Scola, con Sofia Loren e Marcello Mastroianni.

Il protagonista, Checco, è un indebitato quarantenne, perseguitato dalle ex mogli e dal fisco, incapace di sopravvivere in Italia, e quindi determinato a cercare fortuna nel continente nero. Un viaggio al contrario, rispetto a quello di milioni di persone dalla pelle nera, alla ricerca di pace, lavoro e condizioni di vita dignitose, in Europa. Il regista si pone dal punto di vista di chi parte per disperazione, per fame e paura: mostra il viaggio faticoso da affrontare e anche che cosa lascia alle sue spalle chi abbandona l’Africa.

Non era semplice parlare di questo argomento, oggi: ne parlano tutti, soprattutto i politici, perché tirato da una parte o dall’altra porta voti o li fa perdere. Invece Luca Medici ha deciso, con ammirabile coraggio, di trattarlo con una storia un po’ surreale, un po’ parabola, un po’ presa in giro. Sottolinea, con la trovata delle cicogne, che ricordano quelle disneyane di Dumbo, la casualità delle nostre sorti: inutile mettersi su uno scranno a pontificare di essere migliori se, per un gioco del destino, potevi nascere nel deserto anziché nel centro di Milano!

E poi: che ridicola generalizzazione credere che chi è bianco sia un buon lavoratore e chi è nero un pelandrone… nel film, le qualità ed i difetti si mescolano e sovrappongono. E Checco si distingue per la sua vigliaccheria, per le inutili vanità, per la sua sostanziale incapacità di vivere e di affrontare le difficoltà. Come dire: guardatevi allo specchio, prima di disprezzare chi ritenete “diverso” da voi. Zalone fa politica, nel senso autentico del termine (si sente, credo, anche la mano di Paolo Virzì, che lo ha accompagnato nella sceneggiatura).

Senza ammiccare a nessun partito, anzi rifuggendo dallo schema della faziosità, la fa molto più di chi la svolge per “professione”. Prende una posizione, chiara, sul tema dell’immigrazione: in modo popolare e anche didattico (il film è adatto dall’adolescenza in su e ben comprensibile, salvo solide barriere di ignoranza, che non fanno passare nemmeno la commozione di qualche scena).

Sottolinea quanto sia assurdo rifiutare a priori la contaminazione tra persone provenienti da luoghi diversi del mondo. Riporta il tema dei migranti a un fenomeno quasi geografico, da analizzare partendo da un principio di libertà. Come Checco sente il bisogno di fuggire in Africa, così Oumar desidera ardentemente conoscere l’Italia, per vedere materializzata la cultura libresca sul Bel Paese, che lo rende molto più evoluto di Checco, tutto preso, mediocremente, dal suo acido iarulonico e dai suoi abiti griffati.

Il protagonista, simbolicamente, ha dei veri e propri rigurgiti di fascismo: una presa in giro della teoria della razza, l’affermazione, senza mezzi termini, di quanto sia ridicola, insensata, priva di giustificazioni razionali.

Il titolo deriva da come il piccolo Doudou (lo stesso suono del nome del cane di Berlusconi) pronuncia le parole “solo solo” che Checco gli dice per spronarlo a nuotare senza attaccarsi a lui, mentre gli insegna a farlo, anche per mettersi in buona luce con la madre: la brava e bella Manda Touré, che rifiuta pervicacemente la sia goffa corte.

Per me sono 4 ciak 🎬🎬🎬🎬 di coraggio, indipendenza, ironia, capacità di attirare il pubblico.

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