Figli

Il tema è così banale da essere scottante. È così delicato da essere tabù. Perché nessuno ha il coraggio di dire le cose come stanno (veramente) quando si parla di figli: facile trovare chi esalta la maternità/paternità; chi dice che danno un senso alla vita; chi sostiene che sono la chiave di ogni felicità.
Facile che chi ha deciso di non averne (soprattutto se donna) evita di argomentare la propria scelta in pubblico, se non a persone fidate, per evitare di essere visto come un novello Erode o come una femmina contro natura.

figli-1068x584Ecco perché questo film, se ce ne fosse bisogno, per chi non lo conosce già, è la dimostrazione della genialità di Mattia Torre, l’autore del testo da cui sono tratti il soggetto e la sceneggiatura; ed è la riprova di quanto abbiamo perso dalla sua morte prematura, argomento (insieme alla malattia ed a come irrompa nelle nostre vite, stravolgendole) della bellissima e struggente mini serie televisiva La linea verticale (di cui vi avevo parlato qui).
Mastandrea, protagonista con la Cortellesi, nei panni di una coppia che eroicamente affronta dopo qualche anno il secondo figlio, è stato anche interprete di un monologo divenuto virale (poiché evidentemente condiviso) intitolato I figli ti invecchiano (se non lo avete visto, fatelo qui: https://youtu.be/rYkB9eozD28).
La pellicola racconta semplicemente la loro vicenda umana, con vivacità e intensità: fa ridere (moltissimo) ma anche commuove, ci si identifica facilmente nelle situazioni descritte.

Si tratta di una specie di analisi etologica delle coppie con figli, dei loro comportamenti tipici, delle reazioni degli amici all’ irrompere di un neonato.
Noterete che i vari personaggi sono anche per pochi minuti affidati ad attori noti del nostro cinema (come Valerio Aprea e Massimo Calabresi): tutti accomunati da un affetto sincero nei confronti del compianto Mattia Torre. Quasi un riconoscimento corale di questa unione di interpreti nei confronti dell’autore e regista, un ragazzo del 72, morto lo corso luglio a 47 anni dopo una lunga e crudele malattia.

Nicola e Sara sono simbolici della fenomenologia genitoriale, oggi; dell’impatto del secondo figlio, su una realtà che sembrava stabilizzata con il primogenito. Si dice che il secondo figlio ne valga 11, e forse è vero. È un colpo durissimo per l’armonia della coppia, addirittura per la sopravvivenza dell’amore, sicuramente per il sonno, per le finanze, per il benessere quotidiano. Che sembra sfumare, tra pannolini e pianti, tra rinunce e rivendicazioni reciproche.

Ho trovato originale e divertente la scelta di sostituire le urla del pargolo con la sonata La patetica di Beethoven, che dunque invade le scene e le orecchie degli spettatori, tanto da diventare fastidiosa, al pari di quanto avviene con gli scoppi di pianto, nei confronti dei quali non sembrano esserci rimedi nel mondo dei vivi.

Ho trovato geniale il dialogo tra i due protagonisti e la suocera (la madre di lei): fateci attenzione, contiene alcuni passaggi illuminanti, su lo ruolo dei nonni oggi, su quanto siano diversi dal passato e desiderosi della loro indipendenza: di liberarsi da un ruolo assistenziale, lasciando così nella disperazione i quarantenni neo genitori, che si sentono abbandonati e derelitti; e vittime di una ingiustizia generazionale.
Ho trovato iperrealistico il rapporto con la pediatra zen, che cala dall’alto a carissimo prezzo consigli da uomo della strada su come gestire i bambini: fare attenzione ad ascoltarli, non trasmettete loro le vostre ansie, accettatevi.
Stille di saggezza che anziché risolvere i nodi esistenziali dei malcapitati genitori non fanno che esasperarne l’isteria.
Credo sia un bel film da vedere se si hanno dei figli, ma anche se non se ne hanno perché serve a capirsi e a capire.
Ve lo consiglio con 3 ciak 🎬🎬🎬e un applauso ideale ai due attori su cui il film è costruito, che non smettono di stupirmi per la loro bravura.

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