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Un giorno di pioggia a New York

Vi ho già detto che di Woody non ne salto uno: l’ultimo era La ruota delle meraviglie (da rileggere qui), ma questa full immersion nella grande mela, con gli occhi di chi la ama moltissimo, credo sia davvero da non perdere, salvo che non siate dei convinti scettici su temi come l’amore e la forza della casualità, soprattutto negli incontri ed in quelle che sembrano scelte razionali, invece sono portate dal fato.

copertinaIo sono stata per oltre un’ora e mezza con un sorriso un po’ ebete, di fronte alle immagini del film: mi direte, un po’ iconografiche, rileccate persino. I protagonisti della storia appartengono alla upper class a stelle e strisce, frequentano un college nei pressi di New York, studiano letteratura, filosofia, storia. Sono belli, colti, ironici e, nonostante la giovane età, sanno come godersi la vita. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti di una classica commedia di Allen, da un po’ non ne faceva più: e stavolta, astutamente (in sala era pieno di teenager), ha scelto attori molto giovani, apprezzatissimi dagli under 18, star di Instagram, volti noti sia della musica che del cinema.

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Aspromonte

La terra degli ultimi, è il sottotitolo del film. Ed accende i riflettori su una realtà tutta italiana: poco meno di settant’anni fa, in un paese dimenticato (ed oggi abbandonato), Africo, Aspromonte, Calabria. L’idea è quella di raccontare oggi come eravamo nel 1951, cosa accadeva in un sud povero e trascurato, sopratutto dallo Stato. E dare uno spunto sulle ragioni della sostituzione della criminalità organizzata alle istituzioni, fare riflettere sul perché don Totò (il capetto locale, interpretato da Sergio Rubini) fosse più temuto e credibile del Prefetto calato dal nord.

2019_aspromonte-filmLa comunità poverissima di quel villaggio montano è rappresentata con un verismo magistrale, a tratti antropologico. L’occhio dello spettatore si immerge nel fango, nella terra dura, nella ruvidezza delle vesti. Tutto è uniformemente marrone, il regista si sofferma sui piedi sporchi e robusti degli africhesi, non abituati alle scarpe e privi delle minime risorse per acquistarle. In pochi tratteggi, sin dai primi minuti del racconto, si capisce che la assoluta miseria non impedisce ai protagonisti una vita dignitosa ed una umanità e un senso solidale forse perduti.

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Cetto c’è senzadubbiamente

Se qualcuno avesse ancora bisogno (coi tempi che corrono) di avere una rappresentazione iconografica del politico populista, vada al cinema a vedere che fine ha fatto Cetto, dopo essere emigrato in Germania ad esportare le sue “idee” e il suo stile di vita. Questo film è il terzo di una trilogia sul geniale personaggio creato da Antonio Albanese, dopo Qualunquemente, del 2011, e Tutto tutto, niente niente, del 2012. Vi avverto: il primo è il vero capolavoro comico; il secondo, come ricorderete, non ha avuto lo stesso successo. Cetto c’è è consigliato (solo) ai super appassionati, perché non aggiunge molto a quanto avrete già apprezzato di lui.

cetto-ce-senzadubbiamenteSemplicemente continua sulla scia degli avverbi spericolati e approfondisce con ulteriori amenità una figura che ormai è (purtroppo) entrata nel nostro DNA di cittadini elettori: quella del politico che fa delle promesse (non mantenute) il suo strumento di caccia, che scientemente prende in giro, e con un certo gusto, chi ha l’ingenuità o forse la stupidità di ascoltarlo. La cosa migliore del film è in alcune “tirate” di Cetto su come prendersi gioco del popolo, dandogli a bere di quanto sia necessario tornare alla monarchia e abbandonare l’ormai vetusta, abusata ed inutile democrazia.

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Tutto il mio folle amore

Salvatores si ispira, per il suo ultimo film, presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia 2019, a una storia vera, quella di Andrea e Franco Antonello, padre e figlio, quest’ultimo autistico, che hanno viaggiato in moto per tre mesi dagli Stati Uniti al Sud America.

schermata-2019-10-03-alle-01.18.45La trama del film ha infatti come canovaccio il romanzo “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas: qui però siamo nei Balcani, in Dalmazia; i protagonisti partono da Trieste per avventurarsi in quel mondo crudo e roccioso, fuori dal tempo, ma energetico e capace di ispirazione aristica, un po’ in fuga e un po’ alla ricerca di se stessi e del loro rapporto, ritrovato a sorpresa dopo anni di assenza.

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Parasite

Reduce dalla palma d’oro a Cannes 2019, Parasite ha letteralmente sbancato ai botteghini di tutto il mondo, totalizzando ad oggi quasi 90 milioni di dollari. È il primo film sudcoreano a vincere questo premio: scritto e diretto da un regista cinquantenne che ha già avuto successo con opere poliziesche e fantasy.

Qui affronta temi reali, umani, bassi e universali, come lui stesso dichiara in un’intervista, per smentire l’idea che si tratti di cronaca legata al suo paese ed alla metropoli (Seul) dove la storia è ambientata.

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I migliori anni della nostra vita

È un’idea artistica, romantica (all’inverosimile) e indubbiamente malinconica quella di Lelouch: riportare dietro la macchina da presa gli stessi protagonisti de Un uomo e una donna (anno 1966), più di cinquant’anni dopo. E quando dico gli stessi, lo faccio in senso letterale.

Si tratta dei medesimi (ancora capaci di bellezza e fascino) Jean Louis Tritingnant e Anouk Aimée, che si rincontrano dopo avere trascorso una vita intera separati. Reduci dall’amore travolgente narrato dal regista a metà degli anni sessanta; incapaci, nonostante matrimoni, figli, successi, malattie e fallimenti (vissuti distanti, dopo la traumatica separazione di allora), di dimenticare quegli anni. I più belli, rimasti insuperati. Continua a leggere I migliori anni della nostra vita