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Se son rose

Pieraccioni rappresenta, ancora una volta, se stesso: simpatico e leggero, ha passato da poco i 50, un matrimonio alle spalle, una figlia adolescente che lo critica per lo stile di vita, a galleggiare tra una fidanzata e l’altra; talmente precario da non tirare fuori dal cartone di imballo nemmeno la macchina per il caffè, ché significherebbe troppa stabilità, l’inizio di un’abitudine.

Ci sarà un respiro autobiografico nell’idea della sceneggiatura? D’altronde, il protagonista si chiama proprio Leonardo. Tutto inizia da un sms mandato nella notte, “a sua insaputa”, mentre dorme. L’autrice del misfatto è proprio sua figlia: con la complicità della nonna (dotata di una memoria dettagliata delle ex del pupillo), recupera i nomi delle precedenti fiamme, tutte naufragate, per diverse ragioni, dopo esattamente tre anni di relazione.

Ho pensato che il regista si sia ispirato (non può essere un caso, anzi spero sia una citazione) all’imperdibile romanzo di Frederic Beigbeder “L’amore dura tre anni” (se non lo avete letto, ve lo consiglio: guardate qui http://m.feltrinellieditore.it/opera/opera/lamore-dura-tre-anni-1-2/). Il messaggio è un’offerta di riprovarci, una sorta di “pesca a strascico” e vediamo chi ci casca. L’effetto è che tutte le donne del passato si ripresentano a Leonardo, rispondono al richiamo digitato dalla figlia: chi per rivendicare l’infelicità subita, chi per semplice affetto, chi per tentare davvero di riscaldare la minestra. Il cast è di brave attrici: il film è tutto al femminile. Pieraccioni fa ridere e sorridere lievemente.

L’idea del rivangare il passato sentimentale potrebbe dare spunti interessanti alla narrazione di una commedia, anche leggera. Ma con la leggerezza non bisogna esagerare e la sensazione, uscita dal cinema, è stata di cominciare già a dimenticarne la trama e le battute. Di non avere colto il senso, forse perché non c’era. E non basta essere Pieraccioni per confezionare un buon film; ormai sono passati troppi anni da “Il ciclone” e dalla sua vena artistica ci si aspetterebbe molto, molto di più. Quantomeno uno scatto in avanti, o al limite di lato.

Alcune parti del racconto sono lente, non c’è grip; non ti affezioni a nessuna situazione e nemmeno ridi a crepapelle. Non ti commuovi e nemmeno è così chiaro se il finale sia qualcosa di positivo oppure no, nelle intenzioni del regista. Un grande boh, insomma. Al botteghino va che è una bellezza (d’altronde anche io avevo un biglietto degli oltre tre milioni venduti finora) e le valutazioni del pubblico sul web sono ottime. Forse sono io che mi sbaglio, ma a me non è proprio piaciuto. 2 ciak 🎬 🎬 e non sento di essere cattiva.

Ps. Ascoltate la canzone di Pieraccioni, creata per il film, forse la cosa più carina, con gli scatti sul set: https://youtu.be/lkv7zs1lpEU

Suburra, il film

In questi giorni sto vedendo su Netflix “Suburra – La serie” (a breve sul blog un mio articolo) il prequel dell’omonimo film del 2015 diretto da Stefano Sollima – tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini – del quale pubblico qui di seguito la mia recensione.

Dicevo: Suburra, il film. Ho letto una cosa scritta da una persona che considero un maestro (del mare e del vento): si augurava che la vita potesse continuare nel rispetto dell’umano. Ecco, in questa storia (legata al reale da date precise, che individuano un periodo, l’autunno del 2011, di decisive cadute e storici abbandoni) c’è la negazione radicale del rispetto dell’umano.

Tutti (con una sola eccezione che dirò, ma non è un vero eroe positivo) sono in vendita, hanno un prezzo, rinnegano anche se stessi, anche valori elementari, pur di entrare nella giostra del denaro facile e del potere, a dispetto della vita, della dignità di persone (e animali), della bellezza (uno degli obiettivi è fare approvare in parlamento una legge di cementificazione del litorale romano, Ostia come Las Vegas).

Il film è violento, brutale. Nessuno si salva, nemmeno quelli che si credono assolti: sono lo stesso coinvolti (come insegna il poeta). Alla fine, gli anelli deboli (i tartassati, le vittime) si riscattano uccidendo e vendicandosi con altrettanta brutalità. Un riscatto nero e sempre nel male. Unica flebile luce: la giovane tossica che diventa omicida solo per amore (fedele come un cane) e si sottrae alla compravendita di se’.

Ma e’ talmente flebile che la pioggia scrosciante presente in tutto il film (nel tentativo di ripulire, inutilmente) la spegne subito e gli spettatori restano al buio. Come nella realtà. Dietro e sotto c’è Roma, con il cupolone che ritorna, indifferente, arreso e forse connivente.

La prima pietra

Questo film è una chicca, l’ho visto purtroppo in una splendida sala cinematografica semivuota, con soli altri tre spettatori. Se però appartenente a quel meraviglioso cenacolo di persone mentalmente aperte, cui interessa approfondire con ironia il tema così attuale, discusso, bistrattato e demonizzato dell’integrazione tra persone di cultura, tradizione, religione, colore diversi, rimpolpate (vi prego!) i numeri del botteghino e non credo ve ne pentirete.

Il regista si ispira ad una piece teatrale di Stefano Massini, ed è evidente, perché il racconto si svolge entro confini spaziali molto limitati: il palcoscenico delle riprese è una scuola elementare, in particolare la stanza del preside, interpretato in modo incisivo e convincente da Corrado Guzzanti. Si snoda nelle poche ore di un 23 dicembre pre-natalizio, che precedono le vacanze ma soprattutto la recita, con canti e rappresentazione ecumenica della natalità.

Gli scolari, come succede nella realtà delle nostre città (quanto di più lontano dall’aspirazione monocolore di troppi politici dilaganti), provengono da ogni parte del mondo: per questo motivo il tentativo del preside e della maestra (una vegana pacifista animista animalista svampita, interpretata in modo impeccabile da Lucia Mascino) è di non celebrare una festa (solo) cristiana, ma di fondere i canti e le parole dei paesi di origine dei bambini, per coinvolgere tutti allo stesso modo nel clima emozionante che circonda il 25 dicembre per i piccoli.

In questo contesto di fibrillazione per la recita, di costumi di scena malconci, di insicurezza sulla effettiva presenza dei genitori, si innesca il fatto scatenante: il lancio di una pietra, da parte di un alunno di origini turche e di religione musulmana. Il proiettile naturale non solo distrugge una vetrata dell’edificio (chi pagherà i danni?) ma colpisce causalmente, ferendoli, i due bidelli (marito e moglie: Valerio Aprea e Iaia Forte) che salivano le scale proprio in quel momento. La voce narrante, che è quella di una non meglio identificata divinità, è di Pannofino: ci avverte subito che il caso non esiste. Dunque, quel concatenarsi grottesco e a volte drammatico di eventi e situazioni che seguono al lancio della pietra è semplicemente ciò che doveva accadere: un violento stravolgimento dei programmi del povero preside; l’occasione (apparentemente stupida) per fare emergere i pregiudizi, i razzismi e la sfiducia nei confronti del diverso che, tutti, ci caratterizza. In un crescendo che vede la seconda parte del film sicuramente migliore e più intensa della prima (dove invece dominano toni da sit-com).

La storia butta fuori odi e disprezzo atavici: tra ebrei e arabi, tra ricchi e morti di fame, tra cattolici italiani e resto del mondo. Il tutto contestualizzato nei personaggi del luogo, la scuola, dove tutte queste cose dovrebbero essere additate, nell’educazione dei ragazzi, come manifestazione di stupida ignoranza, comportamenti assolutamente da evitare, da grandi ma anche in tenera età. Ed in effetti, mentre gli adulti (adulterati dagli anni che, è evidente, non insegnano nulla) si accapigliano e si insultano, ben presto passando alle mani, dato che il dialogo è impossibile, i bambini cantano Tu scendi dalle stelle. Senza tanto domandarsi di che religione è, quale divinità celebri, se sia stata scritta per una festa occidentale o mediorientale o islamica.

Ci sarà un momento della storia dell’uomo in cui questi isterismi verranno messi da parte e prevarrà la ragione, il pensiero libero, la vera apertura al diverso?

Una menzione speciale per Serra Ylmaz e Kasia Smutniak velate (per la prima volta): sono bravissime a fare le musulmane oltranziste e razziste, insofferenti alle regole e capaci di intimorire con uno sguardo l’”avversario”, maschio, italiano.

3 🎬 🎬🎬 per me.

Ride

Prima regia di Valerio Mastandrea: immaginate che potessi perderlo? Anche soggetto e sceneggiatura sono suoi e la protagonista, Carolina, lo è anche nella sua vita reale (Chiara Martegiani). Mi sono stupita di quanto si assomiglino nella recitazione: frutto di una scelta precisa del regista, che ha trasfuso nell’attrice al centro della storia il suo modo di affrontare la vita e i suoi drammi? Oppure i due (Valerio e Chiara, fuori dalla finzione cinematografica) davvero si assomigliano così tanto come avviene alle anime gemelle?

Il racconto è ambientato a Nettuno, litorale romano. Non si vede il borgo dei pescatori, bello ed antico, ma i palazzoni della speculazione edilizia anni 60 e 70; una selva di antenne, solo sullo sfondo, il Tirreno. Tutto ruota intorno ad una fabbrica, che da generazioni dà e toglie: dà lavoro e toglie vita. Il tema è la morte, quella che chiamano bianca, ma che di bianco non ha proprio nulla: un incidente sul lavoro porta via Mauro, il marito, alla giovane Carolina, che si ritrova a fare i conti con un posto vuoto a tavola, con la difficoltà di spiegare una mancanza che non si colmerà più al figlio undicenne, con la sua inaspettata incapacità di piangere.

Già, perché (è questa l’idea di fondo del film, per me) alla morte di una persona cara deve necessariamente seguire un modello (conformista, ma imposto: e se manca sei sbagliato) di manifestazione del dolore. Quello che Carolina non riesce a fare suo. E nemmeno suo figlio: che fa le prove con l’amico del cuore di una cronaca del funerale di suo padre, come se fosse un giornalista locale. I bambini, privi delle sovrastrutture degli adulti, non percepiscono la definitività del distacco e riescono a giocare e ad allontanarsi dalla realtà anche nei momenti più drammatici.

La storia, che manifesta insofferenza per le celebrazioni religiose e sociali che obbligatoriamente corredano la morte, come fardelli insopportabili, assume toni surreali, di parabola, quasi a liberare i protagonisti da quelle catene di fazzoletti bagnati di lacrime e di manifesti mortuari. Tutte cose che appesantiscono il dolore ed impediscono di viverlo con naturalezza, anche semplicemente nel silenzio.

Un film che credo sia un buon inizio per Mastandrea regista: senza presunzione. Ha voluto dire della libertà di non piangere e di non disperarsi a comando quando ci capita di perdere qualcuno. Di non vestirsi di nero ai funerali. Di non battersi il petto a favore di telecamere.

Tre ciak 🎬 🎬🎬, per Decima Musa.

Cosa fai a Capodanno

Mi comprenderete, povera cinefila ingenua che non sono altro: esce un film, seppure con un titolo per nulla attrattivo ed anzi (per me) sulla carta respingente, diretto dallo sceneggiatore di Perfetti sconosciuti ed interpretato da ottimi attori italiani; anticipato da un trailer divertente, che ti fa pensare si tratti, finalmente!, di un sagace e intelligente anti cine-panettone; nemmeno badi alle due stelle di MYmovies.it, spesso ingiustamente affibbiate alle produzioni nostrane; pensi sia impossibile che uno come Alessandro Haber sia protagonista di qualcosa meno che imperdibile; dalla trama accennata sul web sembrerebbe un noir ironico, con approfondimenti psicologici sui personaggi, chiusi per tutto il tempo in una baita di montagna, nelle ore immediatamente antecedenti alla mezzanotte di un 31 dicembre dei nostri giorni.

Ho creato la suspense, ma avrete già capito che quella povera cinefila, cioè io, ha preso davvero un brutto granchio, questa volta. Il film non mi è piaciuto per niente ed ancora adesso, a distanza di giorni, mi domando “che avrà voluto dire?”. Una risposta potrebbe anche essere: niente. E niente di male ci sarebbe. Se solo quel racconto, di alcune persone (coppie di scambisti) che si ritrovano a capodanno in una bella casa alpina (i luoghi sono quelli intorno a Dobbiaco) per festeggiare a loro modo il nuovo anno, si reggesse su una spina dorsale di ironia, facesse ridere il pubblico anche all’estremo con qualche volgarità di troppo; conducesse gli spettatori attraverso una trama semplice ma comunque godibile.

Non ho trovato, mi spiace dirlo, nulla di tutto questo. Non ho capito la presenza di Isabella Ferrari con il figlio; tuttora non comprendo perché il vecchio politico disincantato interpretato da Haber faccia una fine così ingloriosa; mi sembra insensata l’apparizione di Scamarcio solo nei primi ed ultimi minuti del film. I più centrati nella parte, Argentero e Pastorelli, non riescono comunque a dare un senso a una storia senza capo né coda, lenta e spezzata, tanto da sembrare frutto di una sequela di errori di montaggio.

Mi direte: perché non sei andata via? Era impossibile: il cinema era strapieno, quelli intorno a me sembravano divertirsi (quindi forse capiterà anche a voi, e mi direte che ho preso lucciole per lanterne), e mi trovavo in un posto centrale: alzarmi avrebbe significato disturbare troppe persone. Quindi me lo sono sorbito fino alla fine, sempre speranzosa, come accade in questi casi, che un colpo di coda della sceneggiatura cambiasse le cose in meglio (inguaribile ottimista!).

Insomma, per me è un film che potete tranquillamente perdere (1 ciak 🎬) ma se invece vi è piaciuto, vi prego!, spiegatemi qui PERCHÉ.

Troppa grazia

È veramente difficile affrontare oggi, in un racconto per di più per immagini come quello cinematografico, il tema della divinità, del trascendente, del miracolo, del soprannaturale. Il rischio di scadere sul genere parabola o per contro di urtare sensibilità più confessionali è enorme.

Per non parlare dell’insidia dell’essere poco credibili e di non riuscire a fare passare un messaggio adeguato ai nostri tempi, comprensibile e potabile per i più giovani o per gli adulti che si sono lasciati alle spalle l’impostazione fideistica dell’infanzia. Insomma, la sfida del regista Gianni Zanasi (lo stesso de La felicità è un sistema complesso, che vi consiglio di vedere se ve lo siete perso; leggete qui https://cinedecimamusa.blog/2018/11/30/la-felicita-e-un-sistema-complesso/) era davvero elevata.

Certo, l’attrice protagonista era una sicurezza, perché è così: Alba Rohrwacher, anche quando dà solo la sua voce (come nel caso della bella fiction Rai L’amica geniale), è in grado di incidere in maniera significativa sulla riuscita di un film e sul successo di idee anche di non facile comprensione, come in questo caso. Lei è Lucia (omonima della pastorella di Fatima) una giovane geometra che fa fatica a sbarcare il lunario, in una cittadina del centro Italia (che poi si scopre essere Viterbo e paesi limitrofi), dove vive con la figlia adolescente, avuta a 18 anni, da un padre di cui non si sa più nulla.

Ha una relazione ondivaga con Arturo (Elio Germano, sempre “in bolla” nei ruoli più diversi), va a caccia di incarichi lavorativi, tra cantieri e colline e strade polverose: una menzione speciale merita la fotografia, che valorizza ed esalta la campagna laziale, anche se durante la visione mi ero convinta si trattasse delle Marche. Ma insomma, centro Italia, rurale, antico, piccolo e bellissimo. Come spesso accade in luoghi dove la natura è così intatta, ci si mette l’uomo a volere distruggere: con una enorme speculazione edilizia, finalizzata a costruire un resort sulle quelle colline armoniose e pure.

L’artefice (Giuseppe Battiston) coinvolge, come tecnico per tracciare le carte dei luoghi destinati alle nuove costruzioni, proprio Lucia. Ed è attraverso lei che ci mette lo zampino, incredibilmente, la Madonna in persona! Non proprio uguale a quella di Fatima. Una Madonna 4.0, che trova il modo di farsi ascoltare anche negli anni 2000, persino con le maniere forti (è la scena più bella del film quello dove la Vergine Maria si mostra in versione picchiatrice).

Troppa grazia è un film ambientalista, ribelle, anticonformista e dissacrante.

A me è piaciuto moltissimo e gli do 4 ciak 🎬🎬🎬🎬 (anche per gli attori) sebbene sia consapevole che moltissimi avranno perplessità su una scelta narrativa e tematica così particolare.

La felicità è un sistema complesso

Pubblico la recensione di questo film perché il regista, Gianni Zanasi, è lo stesso di «Troppa Grazia», l’ultima pellicola che ho visto nelle sale e di cui prestissimo vi parlerò. La felicità è un sistema complesso è la storia di un cambiamento, di quelli di rottura, di una rivoluzione di vita indotta da un incontro (ma non è quasi sempre così?).

felicita'Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) interpreta un personaggio ordinato, diligente, solitario, che ha successo nel lavoro un po’ assurdo che gli condiziona l’esistenza, un lavoro a cui non è semplice dare un nome, qualcosa che necessita di travestirsi e di fingere, per indurre e condizionare la volontà di persone deboli ed indeterminate.

Non ve lo svelo che cosa sia, perché lo si deve capire pian piano, guardando il film: questa è certamente la volontà del regista, ci si mette un po’ a focalizzare la situazione in cui Enrico si è rinchiuso, usando le sue capacità persuasive come un killer infallibile. Il suo datore di lavoro è un vecchio anaffettivo, capace di annientare il proprio figlio, un eccezionale quanto malinconico Giuseppe Battiston, costretto a ricorrere alla siringa per sopravvivere al nulla esistenziale in cui è stato cresciuto senza sapersi ribellare. Insomma, uno stallo senza vie di uscita con mezzi normali.

Irrompe a sparigliare le carte ordinate e tutte uguali una specie di angelo folle, una giovane donna israeliana che dorme per terra, mangia noccioline e guarda il mondo con gli occhi di un bambino. Ed oltre a lei due ragazzini che a causa di un incidente stradale, in cui hanno perso entrambi i genitori, hanno ereditato una immensa fortuna ed una azienda importante da gestire.

Sono diversi però da tutti gli altri incontrati da Enrico e sui quali senza nessuna pietà esercitava le sue arti di convincimento. Insomma delle variabili umane che sono come uno schiaffo per il protagonista, lo svegliano dal letargo (la scena dove esattamente questo avviene è quella dove lui si tuffa vestito in piscina davanti agli occhi attoniti dei suoi datori di lavoro e dei vecchi industriali che avrebbe dovuto aiutare a realizzare obiettivi e guadagni).

Questo percorso è assecondato da una colonna sonora potente e onnipresente: vi consiglio poi di ricercare e riascoltare In a manner of speaking di Nouvelle Vague e Just a habit di Low Roar. E da una tecnica di ripresa originale e che fa un po’ perdere l’orientamento. Nell’ultima scena il senso del film è offerto agli spettatori con una immagine metaforica, dove Enrico si mescola a degli adolescenti lanciati sugli skate board; lui li segue in bici, appartiene ad un’altra generazione ma lo stesso si immerge nella loro vitalità esagerata, non ha paura della discesa, anche se l’angelo folle si è dileguato su un treno ad alta velocità, così come era arrivata.

Ma ormai la missione era compiuta ed Enrico liberato.