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Il tuttofare

Valerio Attanasio è uno sceneggiatore (avrete visto la “genialata” di Smetto quando voglio) alla sua prima regia e, certo aiutato da un Sergio Castellitto in stato di grazia, ha dato un’ottima prova di sé nel dirigere questa commedia; a tratti tragica e spesso comica, espressiva, densa, che quando finisce pensi: la potrei rivedere anche subito.

Il protagonista è Toti Bellastella, un “principe del foro”, come si dice per descrivere i migliori avvocati. Istrionico, esagerato, impermeabile alle reazioni altrui, egocentrico, bugiardo e capace di fingere qualsiasi convinzione o stato d’animo.

Di fronte a una corte togata, nelle aule giudiziarie o circondato da studenti universitari e ossequiosi assistenti e praticanti, fa uscire il meglio (o il peggio) di sé, le sue doti attoriali raggiungono l’acme. Già, perché Toti è, ovviamente, non solo un legale straricco e arrivato, ma anche un professore universitario di diritto penale: assomma ruoli (non escluso quello del marito infedele di una donna potentissima e facoltosa, una impeccabile Elena Sofia Ricci) che gli consentono di fare della propria vita un crocevia di scambi, di denaro e altri favori, della sua professione un infallibile strumento per ottenere ciò che vuole, quando e come lo vuole.

L’autore del tuttofare ha creato un personaggio degno del grande cinema italiano del secolo scorso, che riporta lo spettatore alle interpretazioni più convincenti ed anche amare di Sordi e Tognazzi. Bellastella sbaglia i nomi di tutti, in particolare delle persone che gli stanno più vicine, che lo servono come un sovrano; è un modo per sminuirle, per dimostrare che l’una vale l’altra. Un espediente per manifestare superiorità, come faceva Totò: una cosa che fa ridere lo spettatore ma insieme, nella finzione, irrita il destinatario dell’errore.

La sua principale vittima, nel racconto mirabolante e surreale del film, è Antonio Bonocore (il giovanissimo Guglielmo Poggi, già visto fugacemente in Smetto quando voglio, ma che qui si mostra un ottimo attore). Vive con il padre ex sindacalista pensionato in una stamberga in campagna, ai margini della metropoli; conosce il sacrificio e la povertà, sa di potere contare solo su se stesso. È un genio del diritto, snocciola i codici a memoria, è determinato a sfruttare le sue doti per ottenere il meritato successo professionale.

Incappa però in Toti, che lo assume, con il benestare dell’onnipotente coniuge, a cui nella realtà è sottoposto ed alla quale spettano tutte le decisioni dello studio legale (apparteneva a suo padre e la fortuna del marito è appesa a questo filo, legata stretta all’ottimo matrimonio).

Capirà ben presto che il suo nuovo lavoro è qualcosa di articolato, di multiforme, comunque di molto diverso da quella cosa nobile e pura che si immaginava: da praticante avvocato e “cultore della materia” all’università a tuttofare, cuoco autista addetto alla spesa quotidiana. Ed è niente rispetto a ciò che Toti arriverà a chiedergli, per assecondare i suoi capricci.

Gradualmente, Antonio si renderà conto che dietro la patina dorata del mondo dove a tutti i costi ha voluto entrare c’è solo una enorme quantità di marcio. Il merito non vale nulla, ciò che conta è essere figlio della persona giusta, avere merce di scambio, non trovare scandaloso frodare il fisco, raggirare i giudici, ingannare – indifferentemente – tutti.

Il film mostra di essere qualcosa di molto serio, descrive senza veli cosa succede ad un giovane capace nel nostro mondo, è pessimista fino all’ultimo. Constaterete che (forse anche con il plauso del pubblico, che non può non amarlo) alla fine vince Toti e perde Antonio. Vince la furbizia sull’onestà, la truffa sulla bravura e sull’impegno. Ma soprattutto vince Castellitto che, si sa, è un bravo attore e regista, ma fino questo punto non era mai arrivato prima.

La scena del colloquio con il camorrista in carcere è semplicemente superlativa, vi consiglio di concentrarci sul volto di Toti e non perdere una parola, una pausa, una ruga. Immagino che anche Attanasio si sarà divertito un mondo a guardarlo, per me è da applausi. 5 ciak quindi 🎬🎬🎬🎬🎬 da Decima Musa. Lo so, non sono la giuria di Cannes, ma (almeno al cinema) uno vale uno.

Io sono tempesta

Due grandi attori (Giallini e Germano) si fanno condurre da Luchetti in una storia che oscilla tra l’iperrealismo e la parabola, raccontata con toni eccessivi e per la verità in gran parte espressiva proprio (e solo) grazie a loro.

Giallini è un super milionario che ha costruito la sua fortuna, costantemente, sull’inganno, l’imbroglio, l’elusione. Coadiuvato da schiere di avvocati e consulenti, riesce allegramente a violare le leggi dello Stato ed a prendersi gioco del Fisco, maneggiando con il denaro come fosse quello del Monopoli. È riuscito ad accumulare una tale ricchezza materiale che può permettersi di comprare tutto, persone incluse. Partendo da sotto zero, da un padre che lo insultava ed umiliava, che entrava ed usciva dal carcere, Numa Tempesta ha trovato nei soldi il modo per riscattarsi, con la soddisfazione di accumularli senza fatica, giochi di prestigio con le banche e palazzine costruite nel deserto.

La scena di Giallini che fa l’idromassaggio in una vasca con la cromoterapia, in cima a un grattacielo, con vista cupolone, fotografa il suo status e fa ben comprendere lo stupore, la rabbia e l’incredulità con cui accoglie la notizia che devierà il corso dei suoi giorni: deve scontare una vecchia condanna penale per frode ormai divenuta definitiva e per evitargli il carcere i suoi legali si sono accordati per un anno di servizi sociali (c’è chi ha visto in questo una citazione della vicenda di Berlusconi, accompagnato ad assistere i vecchietti dell’ospizio in limousine).

La vita di Numa si intreccia a quel punto con quella di un gruppo di poveracci veri, barboni, disoccupati, diseredati di ogni genere, che frequentano un centro di accoglienza e assistenza. Qui il milionario ha il compito di distribuire il cibo, pulire i sanitari, aiutare a fare la doccia, parlare, creare empatia con gli assistiti. Vi immaginate? Quanto di più lontano dalle abitudini di Tempesta.

Lì, in quel magma di disperazione, sotto gli occhi severi dell’assistente sociale (una fanatica della sofferenza e della vita grama) incontra Bruno, lo sfortunato ragazzo padre interpretato da Germano. Il film racconta come Numa riesca a conquistare quel territorio che pure gli è così estraneo. Ci dice che due biglietti da 50 euro sono più convincenti di qualunque mano tesa. Altro che empatia.

Una storia che descrive senza tanti fronzoli e buonismi le miserie umane e che ci dice che nulla è più invidiato della condizione del ricco. Cosa si è disposti a fare per uscire dal tunnel della povertà? In realtà di limiti non ce ne sono, tanta e tale è la voglia di svoltare, di non doversi più mettere in fila per una brodaglia. Di potresti permettere le bollicine e la carne di manzo di kobe. L’idea è buona, ottimi gli attori, Giallini capace di essere insieme divertente e disperato. Germano un perfetto interprete del neorealismo italiano. Quasi letterario.

Quello che non mi è piaciuto e che non ho compreso è il finale, la china dell’ultimo quarto della storia, che porta ad un esito che forse ha voluto rappresentare un contrappasso ma che nemmeno in questa ottica sono riuscita a “perdonare”: è come se Luchetti avesse smorzato i toni e voluto insegnare qualcosa. Ma non c’era spazio per una morale nell’esistenza di Tempesta, sarebbe stato più naturale che uno col nome del secondo re di Roma (dopo Romolo) vincesse e basta, anche coi suoi metodi discutibili.

Da sapere: le scene che sarebbero ambientate in Ucraina sono in realtà girate in Abruzzo, Gran Sasso d’Italia. Una cornice di incredibile e cruda bellezza, impossibile da capire senza i titoli di coda.

La mia valutazione è di 3 ciak 🎬 🎬🎬 per l’iter discendente della storia. 5 agli attori. Ma era quasi scontato.

Tonya

La storia della famosa pattinatrice Tonya Harding va oltre il racconto fedele di una vicenda umana straordinaria quanto drammatica e per vari aspetti squallida; Craig Gillespie dirige un biopic ad alta tensione e vivace anche negli espedienti registici che fanno passare gli attori da personaggi del film a veri protagonisti della storia, intervistati da un invisibile cronista fuori campo.

Guardando i titoli di coda (dove i volti vengono confrontati) vi renderete conto di quanto siano stati bravi i truccatori a rendere una somiglianza quasi perfetta in particolare di Tonya e sua madre. Una menzione speciale merita Allison Hanney che ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista per essersi trasformata (diventando irriconoscibile) nella durissima e crudele genitrice.

Il rapporto tra le due donne è chiaramente la causa originaria del disastro, la ragione vera per cui un talento così incredibile è stato sprecato ed usato in modo sbagliato e contrario a qualsiasi spirito sportivo. Sin da piccolissima si capisce che Tonya non è come le altre, con dei pattini ai piedi. Per lei volteggiare sul ghiaccio è ogni volta una prova di forza con se stessa, una sfida ai propri muscoli ed alla forza di gravità. Ha un temperamento forte, un fisico da atleta, grandi potenzialità, potrebbe raggiungere ogni vetta olimpica, non ha reali limiti fisici. I suoi limiti stanno dentro di lei e nascono molto semplicemente dalla negazione (prima ancora che dalla mancanza) dell’amore materno e dell’uomo con cui decide di sposarsi, senza pensarci troppo su.

La storia è una parabola utile e dura che insegna una cosa semplice quanto spesso dimenticata: basta poco per incrinare per sempre l’equilibrio e la sanità mentale di una persona, basta maltrattarla, usare le mani come metodo di educazione, alzare la voce anche quando sarebbe necessaria una carezza, pretendere oltre ogni possibilità risultati eccelsi e superiori a tutti gli altri. Non abbracciarla mai.

In effetti, lo spettatore alla fine del film detesta la madre di Tonya che è molto più cattiva di Crudelia Demon perché non è un cartone animato, ma una persona in carne e ossa che con i “suoi metodi”, apparentemente adottati per il bene della figlia, ha minato ogni prospettiva per lei di diventare la campionessa riconosciuta nel mondo che avrebbe potuto essere. Solo lei sapeva fare quella tripla giravolta impossibile, solo lei sapeva ballare sul ghiaccio al ritmo dell’hard rock. Eppure. Su tanta innata bravura ha prevalso l’insicurezza, l’assenza di principi davvero sani soprattutto quelli che devono regolare le competizioni sportive.

Tonya poi, abituata al non amore ed alla violenza fisica e verbale, irrimediabilmente, come spesso accade, sceglie per sé un compagno altrettanto manesco e possessivo, un compromesso al ribasso per la sua vita già segnata da una madre incapace di dirle brava e di parlarle con dolcezza. Il massimo del complimento che riesce a farle, non in sua presenza, ma di fronte alla sua insegnante allibita da tanta durezza è: lei non si adegua, lei si distingue. Che in sé sarebbe anche una cosa veramente bella, se non fosse che non basta spronare i propri figli a dare e fare il massimo; è anche necessario essere accoglienti con le loro debolezze e difetti ed aiutarli ad alzarsi quando cadono. Il regista fotografa anche la realtà dell’America di quegli anni, il bigottismo, l’imposizione del modello della famiglia perfetta (che mancava a Tonya) e della femminilità aggraziata per le pattinatrici (che pure mancava a Tonya).

Tonya non poteva vincere, non poteva salire sul podio alle Olimpiadi. Era nata in un quartiere sbagliato, da una madre anaffettiva (pensate: quando la produzione l’ha cercata per avere una sua apparizione nel film lei si è fatta negare!) senza un padre, senza il tutù giusto per ballare sui pattini, aveva i capelli arruffati anziché ordinati in una disciplinata coda di cavallo. Tutto questo all’America di quei tempi (gli anni 90) non poteva andare bene.

That’s all folk.

Contromano

In un momento in cui è impossibile scucire a qualsiasi politico una reale presa di posizione sui temi dell’immigrazione, Albanese (anche da regista dopo un bel po’ di anni: l’ultima volta è stato con Il nostro matrimonio è in crisi) dà una lezione a tutti. A modo suo. Con ironia, realismo, paradosso, coraggio.

Il coraggio di dire davvero ciò che pensa, passando attraverso tutti i sentimenti (anche i peggiori) e le reazioni (invettive comprese) dell’italiano medio, senza scadere nel buonismo e nemmeno nella banalità del politicamente corretto a tutti i costi. Un enorme rischio quando si affronta questo tema. Il racconto è dal punto di vista di un milanese DOC, solida borghesia commerciale del nord ovest.

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Un sogno chiamato Florida

Il titolo originale di questo bellissimo film, che vi farà guardare il mondo e le sue brutture, per quasi due ore, con gli occhi di un bambino, è The Florida project. La traduzione italiana quindi è decisamente colorata di rosa, edulcorata. Ma in quel motel di rosa (e violetto, per dare l’impressione di un luogo fiabesco) c’è solo la pittura che il manager Bobby (un eccezionale e rassicurante William Dafoe) spennella sulle pareti per coprire le scrostature e nascondere i segni delle vite diseredate che abitano quelle stanze.

Già, perché il Magic Castel Hotel, nonostante sia a forma di maniero delle favole, nonostante confini con i parchi tematici di Orlando, nonostante sia estate e i tramonti della Florida siano mozzafiato, è un luogo marginale, di poveri cristi, di gente che fa fatica anche a pagare l’affitto e a trovare i soldi per il fast food. È qui, in questo teatro ristretto e finto, colorato e disperato, che si svolge il racconto, i cui assoluti protagonisti sono dei bambini.

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