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Una giusta causa

Questo film mi ha molto appassionata, sopratutto perché e biografico; ed esce in un periodo storico in cui mi pare che in tema di condizione femminile si stia tentando una clamorosa marcia indietro. A volte, con l’incredibile (ed imperdonabile) complicità delle stesse interessate.

La regista Mimi Leder (la prima donna a essere ammessa all’American Film Institute: anche lei dunque una pioniera!) mette in scena la vita di una persona davvero importante nella storia della lotta contro le discriminazioni di genere (considerate che il titolo originale è: On the basis of sex, che allude proprio ai condizionamenti di ogni sorta attuati, anche con leggi statali, in base all’appartenenza al sesso maschile o femminile).

La nostra eroina si chiama Ruth Bader Ginzburg (interpretata dall’impeccabile Felicity Jones), che dal 1993 (Presidente Clinton) occupa un prezioso seggio alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Prezioso perché, finora, solo quattro donne (lei compresa) hanno ricoperto questa autorevole carica. A dimostrazione che ha vinto la sua battaglia (quella che vedrete al cinema) e che potrà costituire un modello di riferimento per tantissime ragazze.

Per capire che stiamo parlando di un problema attuale (solo con riferimento, per esempio, alla magistratura) guardate i dati del 2017 del Parlamento europeo). Insomma, la strada è ancora lunga e tortuosa, ed è per questo che plaudo all’iniziativa di raccontare una storia come questa, confermando la funzione culturale del cinema e la sua potenzialità “educativa” di chi è disposto a staccare il biglietto e a sedersi al buio a guardare ed ascoltare.

Il racconto inizia alla fine degli anni 50, quando Ruth viene “accettata” nella elitaria e maschilista Harvard, insieme ad altre due aspiranti giuriste. Guardate male sin dal primo giorno, dall’arcigno e sprezzante rettore e dai corpulenti professori: uomini autoreferenziali, convinti che la primazia maschile era nell’ordine delle cose, come il passaggio delle stagioni e la forza di gravità.

Ho trovato stupefacente il rapporto tra la protagonista ed il marito (interpretato dal solare e bravo Armie Hammer, già indimenticato Oliver in Chiamami con tuo nome di Luca Guadagnino). Ed ho pensato che vale il detto (coniato da me): “dietro una grande donna c’è sempre un uomo intelligente ed evoluto”. Insieme sono una forza, due anime gemelle che condividono un modo di vedere la vita, la giustizia, il valore del lavoro e delle passioni. È una vera fortuna quando succede ed a Ruth è evidentemente accaduto. Anche grazie al sostegno del suo amato, riesce a portare avanti la battaglia (personale e sociale) contro una legislazione che per un secolo non ha fatto altro che discriminare, nelle più svariate situazioni; relegando le donne ad un ruolo minimo, ad una gabbia di casalinghitudine, a compiti di assistenza, a impieghi marginali.

Quante volte, care lettrici, vi siete sentite chiamare “signorina” pur essendo molto più titolate dei vostri colleghi uomini? Uno dei momenti più intensi del film è quando, durante la cruciale discussione davanti ad una corte d’appello ancora una volta tutta al maschile, uno dei giudici dice a Ruth “La parola donna non compare nemmeno una volta nella costituzione degli Stati Uniti!”; per sentirsi rispondere da lei: “Nemmeno la parola libertà”. Almeno questo, ho pensato, non vale per la nostra, di Costituzione, che pur essendo stata scritta più di settant’anni fa, almeno sulla carta, ha previsto la non discriminazione in base al genere tra i suoi principi cardine. Sui risultati, nei fatti, preferirei glissare…

Un’altra notazione: bella la richiesta finale di Ruth alla Corte “non vi chiediamo di cambiare ciò che è già cambiato senza bisogno che voi glielo consentiate; vi chiediamo di proteggere il diritto del paese di cambiare”. Il mondo va avanti, anche a prescindere dalle leggi. Tutto sta nello stargli dietro e nel non mettere freno all’evoluzione della specie, con inutili, vuoti, dannosi tradizionalismi.

Per me Ruth, da ora in poi, sarà una stella polare.

4 ciak 🎬🎬🎬🎬 convinti al film!

C’è tempo

Quando non si è più bambini, si capisce, a volte improvvisamente, spesso per qualche evento della vita, che la cosa più preziosa che ciascuno di noi ha è il tempo. Il titolo dell’ultimo film di Veltroni (il primo a non essere un documentario, ma una commedia) è rassicurante e infonde speranza.

Sentirsi dire che “c’è tempo” abbassa i battiti cardiaci, fa sentire sollevati, toglie l’ansia che è sempre dietro l’angolo. Ed è un titolo che non può non far pensare alla omonima, splendida canzone di Ivano Fossati (da riascoltare qui). I temi non sono molto diversi, quindi davvero potrebbe essere una citazione. Che c’è tempo lo dice Stefano (Fresi) al piccolo Giovanni (Fuoco), alla sua prima apparizione cinematografica.

Il primo è un quarantenne naif, che si è rifugiato a vivere in un paese dell’Appennino tosco emiliano (nella finzione: Viganella, che nella realtà però si trova in Piemonte). Di “lavoro” studia il fenomeno dell’arcobaleno (simbolico, credo, di un afflato positivo che permea il film); per arrotondare si occupa della pulizia e manutenzione dell’enorme specchio costruito su volere del sindaco del paese per riflettere la luce del sole e consentire ai pochi abitanti del villaggio di goderne per qualche ora (da notare che Viganella, davvero, ha adottato questo stratagemma degno di Archimede per superare il problema del buio che l’avvolge per mesi, nella stagione invernale).

Scelte di vita quantomeno singolari che stanno mandando in crisi il suo matrimonio. Tra una discussione e una recriminazione su di chi sia la colpa di tanta insoddisfazione (quelle tipiche situazioni degli amori al capolinea), arriva la “tegola” di un tredicenne, rimasto improvvisamente orfano, di cui occuparsi. Stefano scopre così l’esistenza del fratello minore: i due hanno lo stesso padre, un genitore totalmente assente, nella sostanza, per entrambi. Ora deceduto in un incidente, insieme alla mamma di Giovanni.

Il racconto, on the road, a bordo di un maggiolone decappottabile, segue il nascente, e non semplice, rapporto tra i due fratelli, gli incontri casuali, le parole necessarie per conoscersi, la crescente voglia di imparare a stare insieme e volersi bene. “C’è tempo” lo dice Stefano a Giovanni, in un momento in cui sembrano sgretolarsi le reciproche barriere, innalzate forse per il timore di non essere capaci di lasciarsi andare ad una relazione affettiva così coinvolgente ed assoluta come quella tra due fratelli.

E glielo dice proprio per rassicurarlo, per dargli la serenità che chiaramente manca al ragazzo, sempre vissuto tra ogni agio, viaggi esotici, case di lusso, videogiochi. Ma privo dell’affetto e dell’attenzione che sono indispensabili ad ogni essere vivente per essere forte e sapere affrontare il labirinto della vita (simbolica la scena in cui Giovanni si perde tra i bambù del labirinto della Masone, un luogo incredibile e sconosciuto ai più in provincia di Parma).

Un plauso all’autore e regista per avere ambientato la storia in un’Italia minore, borghi bellissimi dell’Emilia Romagna e della Toscana (le fotografie della Val D’Orcia sono una meraviglia). C’è anche Rimini ed il suo storico cinema Fulgor, quello di Fellini (lì, tra l’altro, vide il suo primo film, Maciste all’inferno, nel 1924), riaperto dopo un accurato restauro a gennaio dello scorso anno. Un tempio per cinefili (altra tappa da copiare, oltre al labirinto).

Mi è piaciuto Stefano Fresi, capace di interpretare ruoli del tutto diversi: pensate che, di recente, faceva il cattivo ne La befana vien di notte, di Michele Soavi, a fianco della Cortellesi (qui la mia recensione). Per non parlare del ruolo – in cui era irriconoscibile – nella mini serie de Il nome della rosa, andata in onda in questi giorni sulla Rai. Ottima l’interpretazione, e naturalmente la voce, della talentosa Simona Molinari, prestata al cinema con la sua, vera, figlia adolescente, Francesca Zezza.

Ho letto diversi commenti negativi a questo film, critici implacabili ed insofferenti ad un Veltroni sognante e fondamentalmente ottimista. Sono convinta che sia difficile trovare obiettività, perché purtroppo il tifo politico (malattia italica dilagante) infetta anche i cinefili. A me, se vi fidate un po’, C’è tempo è piaciuto, sono uscita dalla sala con qualche interrogativo ma alleggerita e positiva. E poi contiene un grande e affettuoso, continuo, omaggio al cinema italiano. Diversi i richiami, oltre a quello a Fellini. Uno per tutti: a Novecento di Bernardo Bertolucci.

3 ciak 🎬 🎬🎬, con l’intenzione di ripercorrere i luoghi del film in un week end di primavera nell’Appennino.

Dogman

Dogman trionfa ai David di Donatello 2019. Il film di Matteo Garrone vince nove David su quindici candidature, tra cui miglior film, regia, attore non protagonista (Edoardo Pesce). Lo avete visto?

Il blog di Decima Musa

Un film crudo e allucinato, ma insieme delicato e sentimentale, molto liberamente ispirato (solo come spunto) ad un fatto di cronaca e ad un personaggio di trent’anni fa, il “canaro” della Magliana: Pietro De Negri, titolare di un negozio di tolettatura per cani, responsabile di un omicidio crudele ai danni di un ex pugile.

Gli ingredienti di base ci sono, identici: Marcello (interpretato dall’incredibile Marcello Fonte, palma d’oro a Cannes 2018 come migliore attore) si dedica alla pulizia quotidiana dei migliori amici dell’uomo, in uno scalcinato negozio con l’insegna “Dogman”, nella periferia romana: un coacervo di case scrostate, di spazzatura, sale giochi, Compro oro, a pochi metri dalla spiaggia e da un Tirreno sempre grigio e per niente consolatorio.

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The Hate U Give

Forse sono noiosa con questa storia del titolo in lingua originale (mal)tradotto in italiano, tanto da dare un’idea, secondo me, un po’ distorta di ciò che ci aspetta al cinema. Ma sto constatando che è una costante, ed in alcuni casi, come quello del film di cui vi parlo, è per me una scelta poco comprensibile. Ebbene: “l’odio che dai” è diventato “il coraggio della verità”. Il tema del racconto però (come vi dirò di origine letteraria) è proprio quello di cosa succeda ad un bambino che sin dai primi anni di vita ha ricevuto e visto il male, la cattiveria, la violenza.

L’argomento eroico (“il coraggio della verità”) di avere la forza di dire le cose come stanno, anche contro tutti, è certamente presente nella narrazione, ma non ne è il nocciolo.

Per capire: il titolo originale è il verso, più volte richiamato dai protagonisti, di un pezzo del grande rapper e attivista Tupac, Thug Life, “the hate u give little infants fuck everyone“. L’odio che riversiamo sui più giovani fotte tutto il sistema (guardate qui).

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Boy erased

Nella versione italiana, Vite cancellate. Ma come spesso accade è più efficace, perché più vero, il titolo originale. Questo film infatti parla di ragazzi. Non genericamente di “vite”. Di adolescenti che si affacciano al confine dell’esperienza da adulti e che gli adulti pretendono di arginare in un modello ritenuto giusto.

Aggravata, la pretesa, dal fatto che riguardi le scelte più intime della persona, cioè quelle sessuali. E pensate, quando vi apprestate ad entrare al cinema, che ciò che vi viene raccontato dal regista e attore australiano Joel Edgerton è (tristemente) vero; ed avviene (uso il presente) in molti Stati americani, quelli più conservatori, quelli rurali e confessionali, dove evidentemente l’omosessualità costituisce ancora oggi un problema da arginare.

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BlacKkKlansman

Il 21marzo è la Giornata mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali. Come ogni anno, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar) del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, promuove la “Settimana di azione contro il razzismo”. Quella che è iniziata oggi.
Per questo rilancio la mia recensione del bellissimo film di Spike Lee, Oscar 2019 per la migliore sceneggiatura non originale.

Il blog di Decima Musa

Praticamente impossibile pronunciare in modo sciolto il titolo di questo film. Dite che andare a vedere l’ultimo di Spike Lee, ma fatelo assolutamente, a costo di ripiegare sul cine-turismo. Perché nei momenti storici in cui su troppi temi prevale l’irrazionalità e la violenza (verbale e anche fisica) devono soccorrere, per noi umani, momenti di riflessione.

Servono le parole, i libri, il cinema. Il cinema serve moltissimo a pensare, non solo a passare un pomeriggio o ad avere una poltrona comoda dove mangiare pop corn (scusate la ramanzina…). Queste due ore saranno ben impiegate, perché ci raccontano vicende lontane 40 anni, dimostrandoci però che quel clima, quei sentimenti conflittuali sono ancora attuali.

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Momenti di trascurabile felicità

Nella mai sopita diatriba “è più bello il libro o il film” che si accende ogni qual volta al cinema si dà vita a un’opera letteraria, in questo caso (ma non è quasi sempre così?) per me (stra)vince il libro. Anzi i libri: perché il racconto cinematografico è liberamente tratto sia dall’’opera che dà il titolo che dalla sua “antitesi”, dedicata all’infelicità.

A dirla tutta però, stavolta era ancora più prevedibile che l’esito della fatidica domanda fosse a favore della carta: l’idea di Daniele Luchetti (un regista che amo molto, sempre originale e profondo: da ultimo, ricordate Io sono tempesta? Da rileggere qui) era certamente ardita e di partenza tutta in salita. Sebbene la scelta dell’attore protagonista, lo strambo, onirico, affabulatore Pif non poteva essere più azzeccata.

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