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L’innocenza perduta

Siamo a Napoli, quartiere periferico, realtà difficile. Molto difficile. Tra casermoni, spazzatura, degrado, un’oasi di umanità e attenzione: “la Masseria” è un centro di accoglienza per i bambini, quando escono da scuola sciamano lì, invece che per strada, ad imparare la violenza e la sopraffazione di una malavita pervasiva, intrisa tra l’asfalto e il cemento. 

La regina della Masseria è Maria che non ha paura di nulla, affronta da sola quel far west meridionale, essendo lei nordica e totalmente estranea, in tutto, all’ambiente. Forse è anche per questo che non ha paura; o forse perché ha preso come una missione, annullando il resto di se stessa (l’unico aspetto del racconto che non mi è piaciuto), per cercare di dare colore alla vita di quei ragazzi: insegna loro a giocare, ad accorgersi di essere creativi, a fare la pace dopo avere litigato, a lavorare insieme, senza distinzioni.

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Negazione di un amore

Dove non ho mai abitato. Basta il titolo di questo film, che vi consiglio di non perdere salvo che non siate alla ricerca di una pellicola scaccia pensieri, per capire che, al di là della locandina, il racconto è di una negazione. Dell’amore, innanzitutto. Delle proprie autentiche doti e dell’essenza di sé. Della casa come luogo di condivisione di vita. Invece, sfilano davanti allo spettatore, in questa storia, dimore bellissime e ricche, originali e artistiche, una vera gioia per gli appassionati di architettura. 

Dentro però, tra quelle mura preziose, i protagonisti hanno esistenze veramente infelici. Eppure Francesca, Manfredi e Massimo, i tre protagonisti, hanno talento da vendere; hanno o potrebbero avere successo e realizzazione. Hanno ricchezza, amici adoranti, mariti rassicuranti, fidanzate accomodanti. Tutti inutili participi presenti, perché loro sono irrimediabilmente soli ed infelici. Come vi dicevo. Il film racconta negazioni. E vedendolo, mi sono domandata perché: il contesto infatti è di grande ed obiettiva bellezza.

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A Ciambra

Questo film vi tempesta di attualità, la più dura che c’è: un campo rom nei pressi di Gioia Tauro, quasi confinante con una tendopoli di immigrati richiedenti asilo, alle prese con lo strapotere calabro degli ‘ndranghetisti (indovinate chi ha la meglio?). Però vi dico una cosa: salvo che non abbiate avversione per queste opere iperrealiste, se siete dei cinefili veri, non mancate di vedere A Ciambra: anche solo perché è l’unico italiano candidato all’Oscar, quest’anno, e come miglior film in lingua non inglese. 

Anche a Cannes ha avuto molti apprezzamenti. Per il taglio originale che il giovanissimo regista riesce a dare alla realtà profondamente contaminata che rappresenta. È capace infatti, da un contesto di totale degrado, di fare emergere figure eroiche, elevando sentimenti primordiali, in un racconto a tinte fosche, mai compiacente per nessun personaggio. Anche per quelli che sembrerebbero (a prima vista) i “migliori”. Come Pio, protagonista quattordicenne della storia.

Fa se stesso l’attore, un membro della famiglia rom degli Amato (come tutti gli altri, tutti con questo cognome, non professionisti, recitano in presa diretta): parlano dialetto calabrese stretto (ci sono i sottotitoli), vivono in un quartiere abbandonato alla periferia di Gioia Tauro, sono soggetti alle ‘ndrine dominanti, devono lottare come in una giungla pericolosa per sopravvivere lì.

I temi caldi affrontati senza fronzoli sono quello della convivenza tra diversi, in un mondo dove ogni valore può essere tradito; quello dell’amicizia tra diversi (Pio ed un ragazzo del Burkina Faso), in un mondo dove deve contare più la famiglia e l’appartenenza ad un gruppo di tutto il resto; quello della storia degradata del popolo rom, prima nomade e libero, ora stanziale e soggetto (alleato e complice) alle mafie locali.

La figura più bella, quella che colora il film di tratti mitici, è il nonno, l’anziano Amato. Il nonno e il suo cavallo bianco, il suo calesse. Il nonno e i suoi ricordi del tempo in cui si dormiva sotto le stelle e ci si cibava di ciò che dava la terra in quel momento abitata. Il nonno e i suoi principi da tramandare: “noi dobbiamo combattere contro tutti, difenderci da tutti”. Principi (discutibili certo) che danno un senso alle vicende poco umane del film.

Dunkirk

Il film di Nolan non ve lo dovete perdere per nulla al mondo. Persino se, pregiudizialmente, non amate le pellicole iperrealistiche di guerra. Dunkirk è un discorso a parte, anche rispetto a precedenti importanti come il soldato Ryan o Platoon. 

Cerco di farvi capire il mio entusiasmo: innanzitutto è il racconto di una storica sconfitta degli alleati inglesi, francesi e belgi contro l’esercito nazista, avvenuta nel maggio del 1940 a Dunkerque, sulla costa della Francia, quella della Manica, vicinissima alla Gran Bretagna. È quindi sì una storia di guerra, ma priva di ogni trionfalismo, perché ne è oggetto una pagina in cui i “cattivi” hanno avuto la meglio, mettendo in fuga trecentomila soldati nemici. C’è invece un forte ed autentico sentimento patriottico, in capo a eroi piccoli, a soldati rimasti senza nome e menzione, alla gente di mare che con le sue imbarcazioni da pesca o diporto riuscì a salvare la vita a migliaia di ragazzi altrimenti destinati ad essere sterminati dai tedeschi.

Avvenne infatti che l’esercito e gli aerei di Hitler accerchiarono le forze alleate su una spiaggia della Manica, impedendo loro anche la fuga con le navi verso l’Inghilterra pure così vicina. Solo grazie all’aiuto dei civili inglesi che aderirono volontariamente alla richiesta di soccorso, quella pagina così drammatica della seconda guerra mondiale non si concluse con una disfatta decisiva a favore del nazismo.

Il regista si focalizza sulle vicende di alcuni protagonisti, senza nome, ma perfettamente riconoscibili dallo spettatore. Un soldato francese, un pilota della RAF, un ufficiale inglese, un anziano uomo di mare. Terra, acqua e aria sono gli elementi del dramma: si accavallano, in una trama-non trama dove si lotta per la sopravvivenza propria e del proprio mondo. Consapevoli che mollare equivale a consegnare quel mondo nelle mani di un nemico liberticida e folle. Anche nella sconfitta, consapevoli tutti della disfatta militare, dunque, si lotta: nella fuga verso l’isola oltre Manica, uniti da un sentimento ben lontano da quello che avrebbe decenni dopo animato la Brexit. Lo si coglie nelle parole di Churchill, lette da un soldato. La Gran Bretagna insieme agli altri paesi europei guidava una strenua resistenza contro il nazismo per l’ideale di una civiltà di valori messi in pericolo dal Fürer tedesco.

La grandiosità del film sta poi nel coinvolgere completamente lo spettatore con tutti i sensi, senza bisogno di 3D. I suoni e le vibrazioni sono realistiche al punto da incidere sui vostri battiti cardiaci; vi sentirete tutt’uno con i piloti e coglierete la disperazione della frase sussurrata da uno degli ufficiali “è finita”, prima di accorgersi dell’arrivo delle barche dei civili dall’altra parte della costa. Le bombe sganciate sui soldati pigiati nella stiva delle navi da guerra riescono a suscitare una precisa e drammatica reazione di paura, pochi centimetri dividono la vita e la morte.

Forse è sconsigliato a chi è cardiopatico, ma se siete forti di cuore scegliete un cinema con uno schermo grande e un buon sistema audio. L’effetto è fenomenale e per mia esperienza unico.

Il colore nascosto delle cose

La Golino è una donna non vedente, che sembra ormai avere fatto pace con questo senso in meno (anche se nel corso della storia si scopre con quanto dolore e fatica). Emma lavora come osteopata, sostituendo gli occhi con le mani, l’olfatto, una sensibilità estrema. Il titolo è motivato dal fatto che, attraverso questa grande capacità di vedere senza la vista, riesce a cogliere il colore delle cose, quello vero, pensato e voluto da chi le sta davanti. 

Si allena a giocare a baseball, uno sport che sembra impossibile per un cieco, partecipa a delle sessioni al buio totale che servono a fare capire ai vedenti come vivono e si muovono i non vedenti. Qui incontra Teo, un quarantenne bello e amato dalle donne (Adriano Giannini, attratto dalla sua voce roca e sensuale); un pubblicitario, un creativo: vive di immagini, di spot, messaggi veloci. Non si impegna in nessuna relazione, ne ha più d’una in piedi. Quella più “seria”, con Greta, che vorrebbe convincerlo alla convivenza, la puntella di bugie, anche a se stesso. Il suo vero compagno fedele è un robot domestico, di quelli che aspirano la polvere. Massima affettività: due pesci rossi, qualche anno prima.

Emma entra nella sua vita leggera con la lentezza che hanno i ciechi nel camminare, ponderando ogni angolo con il bastone bianco. Penserete che è banale e pietistico raccontare una cosa così: fatta apposta per essere politicamente corretta e dire che tra un vedente e un non vedente è possibile una storia d’amore.

Ma il film va al di là di questo, perché racconta la forza assoluta dell’amore e la sua capacità di piegare le situazioni e cambiare tutto, superare i limiti, fare crescere il desiderio di occuparsi di qualcuno. Anche se c’è sempre chi dice che l’amore non esiste, per fortuna il cinema continua a parlarne e a dirci quanto sia inutile cercare di arginarlo. Se vi capita non tiratevi indietro, perché è capace di superare ogni barriera, anche architettonica.

The Teacher

Questa volta vi porto a Bratislava, anno 1983, pieno socialismo reale: una storia (vera, come capirete prima della conclusione, quando vi verrà detto che “fine” hanno fatto i protagonisti) raccontata da un regista ceco, Jan Hrebejk, che evidentemente ha vissuto esattamente quella realtà, avendo all’epoca sedici anni. Più o meno l’età degli alunni della scuola della periferia di Bratislava che fa da teatro alla narrazione quasi teatrale del film: succede che, all’inizio dell’anno, arriva una nuova professoressa, di storia, letteratura e lingua russa. 

Si chiama Maria Drazdechova, una donna giunonica e dai modi apparentemente suadenti, una dirigente di partito (IL partito), dunque un’”intoccabile” anche se limitatamente a quel piccolo mondo squallido ed insignificante. Lei fa l’appello dei presenti, come prima cosa, come si fa sempre. Ma insieme chiede (prendendo appunti delle risposte) a ciascun alunno che lavoro facciano i genitori.

Si capisce subito che quella non è una semplice curiosità fine a se stessa ma un modo per sapere chi sfruttare e come farlo: per garantirsi una esistenza più facile e comoda in un modo, quello della cortina di ferro, dove ogni benessere è bandito e osteggiato e coperto con una coltre di grigiore e (finta) uguaglianza. Buoni voti in cambio di messe in piega gratuite, di riparazioni gratuite, di servizi domestici gratuiti. Persino le pulizie, fatte dai ragazzi che intendessero recuperare con il lavoro qualche interrogazione andata male. Banale corruzione. O forse concussione? Alle surreali scene delle lezioni in classe (fatte di soprusi, come forse spesso accade, a prescindere dal luogo e dal tempo e dal “regime”) si alternano quelle della riunione dei genitori, convocata dalla direzione della scuola per accertare se le accuse di alcuni contro la professoressa fossero vere; ed ancora quelle di ciò che davvero accadeva.

“Questo non è un film sul comunismo o sul bullismo”, ha dichiarato il regista, “qui l’argomento principale è la paura, l’opportunismo, la dignità umana”. Vero: non c’è “sotto” una presa di posizione politica “contro” il socialismo reale che congelava la Cecoslovacchia di quei tempi. Certo è che il ritratto che ne esce fuori è quello di un ambiente corrotto anche nelle piccole cose, malato, depresso, impaurito ed incapace di guarire, se non grazie all’iniziativa di qualche eroe coraggioso.

Anche nel film succede così, ma il finale, che vi invito a guardare con attenzione, vi farà capire che quella malattia è purtroppo diventata cronica e non se ne è andata via con la conquista della libertà dal regime comunista. Una visione amara dunque ed una affermazione sottintesa: che la scuola è lo specchio della nostra società e del suo livello di evoluzione, culturale e di percezione delle illiceità e delle prepotenze. Non va sottovalutata e nemmeno lasciata a se stessa, come troppo spesso (oggi, anche oggi) succede.