Archivi categoria: seconda visione

Manchester by the sea

Se non siete riusciti a vederlo al cinema, potete recuperarlo su Netflix: l’uscita di Manchester by the sea è programmata per il 14 gennaio. L’Oscar 2017 a Casey Affleck (sapete che è il fratello di Ben?) come migliore attore non mi ha convinto molto, a dirvela tutta. La ragione è che ho trovato questo attore piuttosto statico ed inespressivo, a tratti noioso, nonostante i terribili tornanti della sua vita raccontati dal film. Che, invece, ve lo consiglio davvero: non sembra nemmeno americano, per quanto è approfondito il profilo psicologico dei personaggi, all’estremo.

 

Lo spettatore arriva a comprendere i comportamenti violenti e solitari di Lee (che nella prima parte appare quasi un disadattato: forse l’Oscar glielo hanno dato per la difficoltà di dare vita a questo personaggio) in modo graduale, grazie ai flashback che riportano al presente le tortuose, drammatiche vicende del passato suo e della sua famiglia.

Notate quanto sia raffinata l’introspezione del rapporto di Lee con il fratello e con il nipote, un ragazzo che costituirà per lui una vera ancora di salvezza. Dall’apparire come un problema insormontabile, all’essere l’unica ragione per ricominciare a vivere. Il tema quindi è quello dell’importanza, nella disperazione più nera, di un affetto salvifico, di una energia risalente al passato, alle gite in barca a pescare tutti insieme. Rari momenti, poi perduti, di serenità e risate.
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Pericle il nero

Se non lo avete visto, recuperatelo. Il regista è Stefano Mordini, lo stesso de Il testimone invisibile, in questi giorni nelle sale. Pericle è Scamarcio, che già aveva dato prova di saper fare il “cattivo” in Romanzo criminale, di Michele Placido. Qui più che cattivo è nero, appunto. A partire dal suo passato: nemmeno un ricordo della sua infanzia a rendergli più lieve il presente. Solo una foto consumata della mamma morta, in circostanze che non conosce.

Nero il passato, nera la solitudine del presente. Nero il suo lavoro: “faccio il culo alla gente”, per conto di Luigino Pizza (cosiddetto per il “giro” di pizzerie che ha messo su in Belgio, emigrato da Napoli per ragioni solite di malavita). Nera la solitudine in cui è immerso, totale assenza di amore anche solo di affetto o di pietà. Nera la striscia sulla spina dorsale di Pericle, che vedete sulla locandina, forse per attrarre chi sceglie un film per l’avvenenza dell’attore (criterio legittimo, per carità).

Unico modo per sopravvivere è non pensare, bere la droga chimica da una bottiglia come fosse acqua, commettere atti osceni e brutti e brutali con l’indifferenza di uno con l’anima spenta. O meglio mai accesa. Un’anima nera, appunto senza luce, quello che serve per ottenere il nero. Eliminare ogni riflesso che consenta di vedere i colori. Ma come l’acqua, anche la luce è difficile da arginare. Qui, nella vita di Pericle, arriva con un gesto di gentilezza: quello di una fornaia di Calais, dove lui fugge per sottrarsi a una vendetta del suo nero mondo di sgherri. Continua a leggere Pericle il nero

Suburra, il film

In questi giorni sto vedendo su Netflix “Suburra – La serie” (a breve sul blog un mio articolo) il prequel dell’omonimo film del 2015 diretto da Stefano Sollima – tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini – del quale pubblico qui di seguito la mia recensione.

Dicevo: Suburra, il film. Ho letto una cosa scritta da una persona che considero un maestro (del mare e del vento): si augurava che la vita potesse continuare nel rispetto dell’umano. Ecco, in questa storia (legata al reale da date precise, che individuano un periodo, l’autunno del 2011, di decisive cadute e storici abbandoni) c’è la negazione radicale del rispetto dell’umano. Continua a leggere Suburra, il film

La felicità è un sistema complesso

Pubblico la recensione di questo film perché il regista, Gianni Zanasi, è lo stesso di «Troppa Grazia», l’ultima pellicola che ho visto nelle sale e di cui prestissimo vi parlerò. La felicità è un sistema complesso è la storia di un cambiamento, di quelli di rottura, di una rivoluzione di vita indotta da un incontro (ma non è quasi sempre così?).

felicita'Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) interpreta un personaggio ordinato, diligente, solitario, che ha successo nel lavoro un po’ assurdo che gli condiziona l’esistenza, un lavoro a cui non è semplice dare un nome, qualcosa che necessita di travestirsi e di fingere, per indurre e condizionare la volontà di persone deboli ed indeterminate. Continua a leggere La felicità è un sistema complesso

Inside man

In attesa di vedere qualche bel nuovo film al cinema e di sapere chi sarà premiato a Venezia 75, rivedo un capolavoro di Spike Lee. Di lui si è parlato in questi giorni, avete letto? Mi piace la sua mente aperta, originale, anticonformista, il suo essere un regista multiculturale.

I personaggi delle storie che racconta (energetici e forti) rispecchiano questa idea che è innanzitutto politica e che lui porta avanti in contesti anche storici diversi (pensate al coraggio di raccontare “Il miracolo di Sant’Anna”, nel 2008, il prezioso lungometraggio dedicato alla strage di Stazzema). Quest’anno vedremo “BlaKkKlansman”, nelle sale italiane dal 27 settembre, che racconta la storia del detective afroamericano Ron Stallworth di Colorado Spring, infiltrato nel Ku Klux Klan fino a diventarne il capo.

“Inside man” è di dodici anni fa ma è talmente attuale, nell’idea e nell’alta tensione, che ho pensato che certamente l’autore spagnolo della “Casa di carta” (la serie Netflix con milioni di seguaci nel mondo) vi si è ispirato (per dirla con un eufemismo, dato che alcuni spunti nelle modalità della rapina in banca, come quello di vestire gli ostaggi tutti uguali così da confonderli con i rapinatori, sono del tutto identici!).

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Piuma

Il titolo è leggero leggero. E la cosa bella è che è il nome di una bambina, quella di Cate e Ferro che alle soglie dell’esame di maturità inciampano in una inaspettata vera prova d’essere adulti. Cercano un nome capace di volare sopra tutto, per scongiurare la pesantezza che contagia le loro vite quando scoprono che il loro amore da ragazzini ha generato “qualcosa” di veramente impegnativo.

“Qualcosa” che li costringe a stravolgere ogni programma e che scatena le disarmonie delle e nelle rispettive famiglie di provenienza. Già questo fa riflettere. Ciò che dovrebbe essere pura gioia è invece accolto con paura, manda in crisi il rapporto tra loro, ingenera litigi urla recriminazioni. Sembrerebbe una storia banale con riflessioni altrettanto scontate. Ma non è così, perché il regista e sceneggiatore ci mette l’ingrediente surreale e del simbolismo, che serve per rendere il film una favola moderna che insegna molto, con un linguaggio semplice e anche con l’ironia e con la comicità dei linguaggi (romanesco e senese, Sergio Pierattini è davvero bravo).

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Quo vado?

Non poteva mancare tra le mie seconde visioni: la storia si incentra sulla esaltazione tutta da prima repubblica del “posto fisso”. Alla prima repubblica è dedicato anche l’esilarante pezzo canoro, il singolo della colonna sonora, “con un’unghia incarnita eri un invalido tutta la vita; la prima repubblica non si scorda mai”.

A impreziosire quel periodo storico, ancora così vicino, ci sono i cammei di Lino Banfi, Maurizio Micheli e le canzoni di Al Bano e Romina (ovviamente la parte del leone la fa la Puglia). Quella filosofia di vita così radicata, insieme a tutti gli altri luoghi comuni italici più atavici (dal mammismo sfrenato, al saltare le file, al clacson al semaforo se quello davanti non parte in tempo reale allo scattare del verde) è messa in pericolo dalle “riforme della pubblica amministrazione”, dalla abolizione delle Province: una evenienza attualissima, nelle cui maglie capita Checco che deve rinunciare al suo posto fisso quanto inutile all’ufficio caccia e pesca a cinque metri dalla casa dei genitori dove nonostante i quasi 40 anni lui vive placidamente, tra zabaioni e camice stirate.

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