Archivi categoria: seconda visione

Veloce come il vento

Se dovessi sintetizzare al massimo e ridurre ad una sola parola questo film vi direi che è un film “contro”. Contro ogni elogio della lentezza, innanzitutto. Esordisce dicendoti che “se hai tutto sotto controllo significa che non stai andando abbastanza veloce”.

E subito ti rendi conto che starai due ore incollato allo schermo, con un incremento di adrenalina inconsueto per un film italiano. Contro ogni immagine patinata della velocità. I protagonisti non sono dei vincenti, dei divoratori della vita. Vivono ai margini, anzi. La corsa, su automobili adatte ai rally clandestini, ce l’hanno nel DNA; ma questa dote innata non ha portato ricchezza o notorietà. Anzi. La storia (vera) raccontata da Matteo Rovere e’ di continue cadute, di pochissimi spiragli e quasi nulle speranze.

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La corrispondenza

Tornatore ci stupisce (e commuove) davvero con questo racconto d’amore e sull’amore, di cui è anche autore (il romanzo, con lo stesso titolo, è edito da Sellerio), musicato da Ennio Morricone. I due protagonisti, un noto professore di astrofisica (Jeremy Irons) ed una studentessa fuoricorso, stunt-man per arrotondare (Olga Kurilenko) li vediamo insieme solo nelle primissime scene del film, poi, originalmente, non più: sono distanti, ma solo nel corpo (ed infatti lui dice ad un certo punto “mi manca toccarti”).

Ci bastano però, quelle scene, per percepire che si parla di un sentimento profondo e forte, più forte di ogni ostacolo, capace di vivere e dare la vita (addirittura la determinazione di laurearsi) anche a dispetto della sua stessa negazione. “Ti aspetterò sempre”. Gli dice lei. Quest’avverbio inflazionato qui è usato autenticamente: i due amanti colmano la distanza fisica con le parole e con i pensieri, espressi con ogni mezzo: la carta i pacchetti le mail gli sms i filmati registrati.

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Io che amo solo te

Ci sono tante verità (e contrordini) in questa commedia bella tratta dal romanzo di Luca Bianchini. Una è che, appunto, sarebbe sempre meglio dire e dirsi la verità. Che poi i rapporti fondati sul falso ed anche sulle bugiette sono destinati ad assottigliarsi e a perdere sostanza. Ma mica è semplice.

La vita e’ a ostacoli, e’ articolata, a volte le cose decisive succedono troppo presto o troppo tardi. Quindi subito un contrordine. La verità, proprio tutta, all’occorrenza è meglio non dirla e vivere fino in fondo quello che ti viene offerto. Poi, altra cosa: l’amore vero esiste, si esiste. E resiste a tutto, perfino alla vigliaccheria di chi non trova il coraggio di seguirlo a dispetto dei dictat familiari. E non è mai troppo tardi per farlo uscire allo scoperto, in fondo c’è chi alle scelte ci arriva con il diesel.

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Libere Disobbedienti Innamorate

Vi raccomando di vederlo, cercate di farlo, perché non è un film qualunque. Soprattutto voi ragazze, ma anche per gli uomini sarà un’ora e mezza più utile di un talk televisivo con esperti che parlano del medio oriente, della condizione femminile, delle religioni che si devono integrare, Israele, Palestina, musulmani e via così.

Il titolo in inglese vi dice moltissimo: In between. Nel mezzo. Le protagoniste, Salma Noor e Leila, vivono in un territorio di incroci, Tel Aviv. Sono arabe, palestinesi. Abitano insieme in un appartamento nel centro di una metropoli fortemente occidentalizzata. Una, Salma, proviene da una famiglia tradizionale di religione cristiana. L’altra, Noor, proviene da una famiglia tradizionale di religione islamica. Leila no, è senza fili, le sue origini non si vedono, si sa solo che era di Nazareth (come Gesù): si sa di lei che è una avvocatessa, libera ed evoluta, senza limiti; li detesta e li scansa.

Salma e Leila hanno già scelto una vita senza condizionamenti, anche a costo di tagliare i vincoli parentali. Continua a leggere Libere Disobbedienti Innamorate

Smetto quando voglio 2

Il film è stasera su Rai3, recuperatelo. Vi dico la verità: non ero particolarmente convinta di vederlo nelle sale, nonostante i notevoli risultati al botteghino ed il conclamato successo di pubblico di queste settimane. Primo perché è un sequel (la seconda parte di una trilogia già prevista) e non ho visto il primo; secondo perché non mi dava l’impressione di avere grande sostanza. Invece, superando queste perplessità, sono andata a vederlo e vi assicuro: è originale e ben girato, attori bravissimi.

Non sembra un film italiano, un po’ come Jeeg Robot. Anche per il ritmo, la fotografia e la colonna sonora, potente ed incalzante, veloce come i cervelli dei protagonisti. Loro sono dei ricercatori, dei giovani scienziati, dei geni disoccupati. Anziché essere in fuga all’estero, per sbarcare il lunario, mettono su una banda ma finiscono nelle grinfie della giustizia, chi in carcere chi ai servizi sociali. Ora però, in questa seconda fase della loro storia, possono riconquistare la libertà e la dignità collaborando con la polizia, alla ricerca dei produttori delle nuove droghe, quelle ancora lecite. Perché non conosciute. Dunque pericolosissime.

 

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Sicilian Ghost Story

Questo film, dai registi di Salvo, 2013 (se non lo avete visto, ve lo consiglio, anche per la colonna sonora: c’era una bella canzone, Arriverà, di Emma e dei Modà; riascoltatela qui) è anch’esso, come l’opera prima, stato presentato a Cannes fuori concorso. Come apertura della settimana della critica, a testimoniare che si tratta di un’opera di qualità.

Il teatro è sempre la Sicilia, come intuite dal titolo. E sempre la mafia la fa da padrona. Qui però non c’è nulla di già raccontato o già visto, sebbene sia davvero arduo dare un taglio originale su questo tema e con questo “sfondo”, con questi accenti ormai così noti e diffusi, anche nella letteratura più popolare.

Siamo negli anni 90, i protagonisti alcuni adolescenti; la provincia è quella di Messina, un paesino dei monti Nebrodi (c’è la nebbia, boschi incantati, dalle cime si vede il mare). Vale la pena di vederlo (e la pena è la consapevolezza che il racconto è solo un po’ romanzato rispetto alla cruda realtà) per una ragione semplice: ci ricorda di Giuseppe Di Matteo. È dedicato a lui, al quindicenne crudelmente ucciso da Cosa Nostra proprio in quel periodo come forma di ritorsione nei confronti del padre, un affiliato che dopo l’incarcerazione aveva deciso di collaborare con la giustizia. Giuseppe fu tenuto sequestrato più di due anni, poi strangolato e disciolto nell’acido. Credo che nessun italiano adulto abbia dimenticato quell’evento spaventoso. Ma nessun film prima d’ora aveva avuto il coraggio di rappresentare questa apoteosi di crudeltà. Non era semplice farlo, si rischiava di ripetere la cronaca romanzandola banalmente. Qui invece quel fatto così brutale diventa il tema di una favola noir, adatta persino a dei bambini, molto maturi però ed anche abituati alla cattiveria dei Fratelli Grimm.

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Belli di papà

Su Canale5 stasera. Il film (una commedia leggera con un tema però di sostanza: quello del rapporto con i figli quando diventano adulti, magari diversi da ciò che vorresti e malati di cronica ingratitudine) ha la sua spina dorsale nell’interpretazione di Abatantuono (Vincenzo) che un po’ mette in scena se stesso, il milanese “arrivato” grazie al duro lavoro, che non rinnega ma anzi esalta le proprie origini pugliesi.

I suoi tre ragazzi vivono da privilegiati (senza nemmeno esserne coscienti) con l’unica carenza vera dell’avere perso molto presto la mamma (l’altra carenza che lamentano, quella dell’attenzione e del “tempo” paterno, non è vera, piuttosto fa parte dell’ingratitudine che ho detto: troppo facile lamentarsi delle mancanze dei genitori, nei ritagli di tempo tra una vacanza a Ibiza e un trattamento estetico, dopo un faticoso shopping griffato).

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