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L’ora legale

Approda su Netflix il film L’Ora Legale di Ficarra e Picone. Per quanti lo vedranno o rivedranno in streaming, ribloggo la mia recensione del 2017, in uscita dalle sale.

Il blog di Decima Musa

Ficarra e Picone, è vero, fanno morire dal ridere: ma vi assicuro che questo è il film (per me) più triste e realmente pessimista della stagione. Realmente perché, con ironia ma senza veli e nascondimenti, fotografa “come siamo”. La nostra società, i politici, la politica, i cittadini. 

Pessimista perché non dà speranza di redenzione e ci dice: l’onestà e le regole ci piacciono solo in vetrina. Quando “qualcuno” davvero le applica e ce le applica, apriti cielo. Questa è la storia di un paesetto siciliano, che rappresenta però l’archetipo del Comune italico dominato, da tempo immemorabile, da una politica maneggiona e affarista, se non corrotta e collusa. Avete presente? Lì il sindaco tratta la “cosa pubblica” come “cosa propria”: piazza nei posti giusti gli amici o chi gli assicura ricompense di varia natura; tollera illegalità in cambio di benevolenza e voti; distribuisce favori traendone come corrispettivo potere e denaro, nelle…

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A mano disarmata

Claudia Gerini accetta la sfida di interpretare un’eroina dei nostri giorni, tuttora vivente (nonostante gli enormi rischi che si è assunta e che tutt’oggi pesano sull’incolumità sua e dei suoi familiari), in un racconto di cronaca vera e vissuta: dimostrando di essere una brava attrice drammatica e di avere una rara versatilità nel passare da ruoli brillanti a parti come questa, dove da ridere c’è davvero pochissimo (guardate qui, gli ultimi film recensiti, che l’hanno vista protagonista).

Parlo subito di lei, plaudendo al suo valore e al pathos che è stata capace di trasmettere agli spettatori, perché ho considerato veramente difficile calarsi con naturalezza nel ruolo di Federica Angeli, la giornalista de La Repubblica divenuta famosa in questi anni per le sue inchieste sulla mafia di Ostia, sul litorale romano. Addirittura, la stessa Federica si è stupita di vedersi rappresentata con tanta naturalezza e fedeltà: ho letto in un’intervista che i suoi stessi figli hanno confessato di avere dimenticato, nel vedere il film, che a interpretare la madre fosse un’altra persona e non lei stessa (una sensazione simile a quella di cui vi ho parlato ne Il Traditore, pochi giorni fa).

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Il Traditore

Finalmente il cinema italiano affronta con la forza della verità e insieme della rappresentazione artistica di qualità i temi della nostra storia contemporanea: attraverso la vita di un personaggio per molti aspetti decisivo come Tommaso Buscetta.

Non era certo facile questa impresa, ma Bellocchio non è uno qualunque; come l’attore protagonista, che ha scelto per interpretare il boss di Cosa Nostra, che grazie alle sue rivelazioni ha consentito non solo di ricostruire la struttura piramidale della mafia siciliana ma anche di arrivare a condannare i suoi vertici e a catturare pericolosi latitanti. Favino (Moschettieri del re, l’ultimo film che lo ha visto protagonista recensito qui) è semplicemente straordinario, ed è per me inspiegabile (come ben più autorevolmente scritto da Mereghetti) che il film non abbia ricevuto nessun riconoscimento all’ultimo festival di Cannes, nonostante i minuti consecutivi di applausi e l’unanime apprezzamento della critica.

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Bangla

Questo film, uscito nelle sale grazie alla sensibilità di Domenico Procacci, è veramente una rarità (ed una bella sorpresa) ed anche se faticherete a trovarlo, perché per ragioni ovvie ha una distribuzione limitata, vi consiglio di cercarlo o di segnarvelo in un taccuino ideale delle “cose da fare” per vederlo, prima o poi. Vi dico questo perché il regista e attore protagonista, Phaim Bhuiyan, è un vero fenomeno.

Un italiano di seconda generazione, originario del Bangladesh, figlio di una casalinga e di un venditore ambulante di biancheria intima, con il sogno (realizzato!) di fare il regista. Quando, incuriosita, ho letto la sua storia ho pensato, forse banalmente, che il talento è forte come l’acqua e trova sempre la strada per uscire. In questo caso non era facile, e per capirlo fino in fondo leggete questa intervista.

«Mi chiamo Phaim, ho 22 anni, anche se mi vedete un po’ negro in realtà sono italiano, tipo un po’ cappuccino. Sono 50% bangla, 50% italiano, 100% Torpigna». Inizia così, fulminante, il racconto della vita di Phaim. Torpigna, per chi non conosce il territorio, è un quartiere simbolo delle periferie romane, Torpignattara: negli ultimi anni destinatario di interventi di riqualificazione (la cosa più bella sono i murales sulle vecchie case scorticate, che danno vita e arte a visioni che prima erano solo squallide), nonché scelto come sfondo di romanzi e fiction.

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Dolor Y Gloria

Su una rivista di cinema, con i volti del regista Almodovar e della sua musa Penelope, ho letto “la vita è dolor y gloria”. Ed è proprio questa la grandezza dell’ultima fatica di Pedro, così attesa dai cinefili e che certo non delude ma anzi supera le aspettative: perché si distacca da un certo cliché di situazioni e di personaggi cui eravamo abituati.

Il film è infatti in larga parte autobiografico, fatta salva qualche esperienza estrema del protagonista, che è solo fiction (l’assunzione di eroina, ad esempio; le grotte degli anni da bambino; alcuni dialoghi con la madre anziana). In una bella intervista, l’autore dice che stava da un po’ lavorando su una sceneggiatura, che però non riusciva a concludere con soddisfazione; e di averla abbandonata per questa, nella quale racconta fondamentalmente di se stesso, dei genitori, dell’infanzia, degli amori e delle esperienze del passato.

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Il grande spirito

L’ultimo film di Sergio Rubini (nel blog trovate la recensione di una delle sue ultime interpretazione in Terapia di coppia per amanti) è la risposta ai criticoni del cinema italiano: quelli che “sempre le stesse commediole, le stesse facce, gli stessi temi melensi e leggeri”.

Il cineasta pugliese non tradisce se stesso, la sua nota poliedricità, una rara maestria nel passare dal tragico al comico: questa volta mette in scena, con l’amico Rocco Papaleo (tra i protagonisti dell’ultimo film di Alessandro Gassmann ne Il Premio) una storia drammatica, eroica e surreale con lo sfondo dei tetti della città di Taranto. Quasi integralmente ambientato sul cortile condominiale di un palazzo popolare, con vista Ilva, il film ha due protagonisti: Tonino (Rubini), un rapinatore e ladro di professione, ma con scarsi risultati; e Renato (Papaleo), autosoprannominatosi Cervo Nero, come un indiano d’America, sopravvissuto alle invasioni degli yenkee.

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I Fratelli Sisters

Prendi un regista parigino, con alle spalle film impegnati del livello di Dheepan (qui la mia recensione), mettigli tra le mani un genere che ormai sembra solo per nostalgici; immagina una storia da pistoleri e cercatori d’oro che sembra ambientata nel vecchio west ma che in realtà è tutto girato in Europa (in gran parte in Romania), prendi grandi attori dai volti da arte espressionista, e affida loro personaggi dal cuore duro solo in superficie. Questi gli ingredienti di base de I fratelli Sisters.

Un titolo che è insieme (letteralmente) ossimorico, buffo, evocativo: di un concetto di sorellanza tra due omoni senza pietà, noti per la loro efficacia di killer professionisti, al soldo del Commodoro, il boss del villaggio. Il raffinato cineasta è Jacques Audiard, che per questa opera ha vinto, tra gli altri numerosi premi, il Leone d’ Argento per la migliore regia alla 75esima mostra del cinema di Venezia.

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