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A un metro da te

Ho scelto di vedere questo film perché nella mia quotidianità ho conosciuto, attraverso un’amica, cosa sia la fibrosi cistica, come condizioni la vita di chi nasce con questa patologia (in particolare, i più piccoli), con quali strumenti (della medicina e non solo) possa essere affrontata e anche combattuta. Non tutti sanno di che si tratti e penso sia bene che il cinema, che è capace di raggiungere diverse fasce di pubblico, di ogni età, si occupi di argomenti così seri.

La diffusione della conoscenza e della consapevolezza è positiva in sé, per consentirci di non sottovalutare certe situazioni e magari di decidere di fare la nostra parte (guardate questo link della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica). Insomma: mi sono trovata in un cinema del centro di una metropoli qualunque, letteralmente circondata (e non me lo aspettavo!) di teenager di sesso femminile in delirio, come in attesa dell’uscita sul palco della rockstar preferita. La ragione è presto detta: il protagonista del film è Cole Sprouse, un vero idolo delle giovanissime (dalle millennials in giù, fino alla preadolescenza inclusa).

Documentandomi, perché ero colpevolmente ignorante, ho scoperto che si tratta di un attore americano (anche se nato ad Arezzo, dove i genitori insegnavano inglese) 26enne già lanciatissimo, sin dalla sua prima apparizione in uno spot di pannolini. È famoso soprattutto per il ruolo di protagonista nella serie Riverdale di genere teen drama (guardate qui) già arrivata alla terza stagione. Il suo ruolo in Five feet apart (titolo originale: 5 piedi, cioè un metro e mezzo, nella versione italiana si accorciano le distanze…) è tutt’altro che leggero, come quello della brava Haley Lu Richardson, entrambi nati, nella finzione, con la fibrosi cistica: il racconto si basa su un libro “omonimo”) che ha al centro una domanda “puoi amare qualcuno che non puoi toccare?”.

Le quasi due ore si svolgono esclusivamente in un ospedale specializzato nella cura anche sperimentale di questa malattia, che costringe chi ne è colpito a condurre una esistenza protetta e sotto controllo, cadenzata da intense cure farmacologiche, all’erta continua nei confronti delle infezioni che possono provenire da altri pazienti o anche da un incontro casuale. La ragione della necessaria distanza da mantenere e della conseguente impossibilità anche solo di toccarsi è, per chi è ammalato, una questione di sopravvivenza. Immaginate cosa possa accadere ad innamorarsi: e a non potersi sfiorare, non potersi baciare, avere solo la possibilità di guardarsi negli occhi, parlarsi, passeggiare, ma con quel gap di centimetri, salvagente per entrambi dalla reciproca possibile compromissione fatale di uno stato di salute sempre precario.

Ho apprezzato molto la costruzione del personaggio di Stella, che affronta la sua condizione ed anche la vita in ospedale, dove è spesso costretta a stare anche per lunghi periodi, con razionale determinazione: sostituisce questa alla disperazione che altrimenti si impossesserebbe di lei, quando, per esempio, vede le sue amiche lanciarsi con il paracadute e bere cocktail in piscina, durante un viaggio al quale in nessun modo lei avrebbe potuto prendere parte. Quando, per esempio, nonostante l’impegno ed ogni sforzo, vede morire le persone a lei più care, sconfitte dalla FC (così la chiamano i ragazzi, un’abbreviazione che potrebbe farla sembrare qualcosa di familiare, ma che invece è un modo per non nominarla tutta, quella malattia insidiosa e cattiva).

Questa storia ci dice che l’amore può nascere ovunque, anche nel luogo più inospitale (cosa è peggio delle corsie di un nosocomio, dove anche le azioni più semplici sono impedite o limitate?). Che l’amore dà la forza di affrontare il peggio che la sorte ci riserva, conservandoci momenti di incosciente romanticismo e di felicità anche fuggevole. Che per amore si può anche morire, senza essere degli eroi epici. Che ogni giorno dobbiamo ringraziare le stelle o ciò in cui crediamo se abbiamo la possibilità di toccare, abbracciare, sbaciucchiare le persone a cui vogliamo bene. E non scordarci di farlo spesso, perché anche se non sembra è un privilegio che la fortuna ci sta regalando.

4 ciak 🎬🎬🎬🎬, perché è il primo film che si occupa dell’argomento e grazie alla svelta degli attori attira i giovanissimi, parlando con un misto di leggerezza e profondità di una cosa veramente seria.

Cafarnao

Ho sempre pensato che non ci sia un merito in sé a mettere al mondo dei figli. In fondo il riprodursi è un’attività che abbiamo in comune con tutti gli animali. Le mamme di ogni specie, naturalmente, per più o meno tempo, si prendono cura dei loro piccoli. Ebbene: troppo spesso questo comportamento innato anche in esseri semplici non si ritrova nell’uomo. Troppo spesso i bambini si trovano a vivere situazioni scabrose ed inaccettabili ed a crescere in contesti dove nessuno dovrebbe essere costretto a stare.

La regista libanese racconta la storia del piccolo Zain, con lo sfondo devastato di una Beirut che non ha nulla di accogliente o di bello. La sua telecamera, a volte affiancata dai droni, si aggira tra quartieri scrostati e sporchi, invasi da baracche e spazzatura. Una popolazione disperata e poverissima tenta la sopravvivenza quotidiana, senza nessuna prospettiva di miglioramento della propria vita, tra violenze e tradizioni assurde che annientano sin da piccoli ogni speranza di dignità e rispetto per l’individuo.

Il protagonista è nato in una famiglia numerosissima, padre e madre mettono al mondo un figlio all’anno, pur essendo privi anche dell’essenziale per se stessi. I fratelli dormono ammassati in una sola stanza, sono costretti a lavorare per strada sin da piccolissimi, non vanno a scuola, non ricevono educazione né alcuna forma di affetto.

È per questo che Zain si ribella: e lo vediamo nella scena iniziale in un’aula giudiziaria, difeso dalla sua avvocatessa, che è la stessa Nadine Labaki. Ha fatto causa ai suoi genitori per averlo messo al mondo, quanto di più assurdo possa concepirsi. Ma il racconto va a ritroso, con la tecnica del flashback, e spiega come Zain sia arrivato a quella decisione così estrema. Narra la sua incredibile esperienza, durissima, esemplare – in negativo – di ciò da cui i più piccoli dovrebbero essere difesi.

I primi nemici di Zain (che non è un attore, ma fondamentalmente interpreta se stesso) sono proprio il padre e la madre, che gli sottraggono in tenera età il suo affetto più grande: la sorella maggiore, data sposa a 11 anni a un uomo adulto e brutale, un negoziante odiato da Zain proprio per le attenzioni che rivolgeva alla sorella. I genitori, in cambio di denaro e cibo, in sostanza vendono la loro bambina al primo offerente, scatenando – con questa scelta scellerata – una serie di eventi drammatici.

Penserete, vedendo il film, che non c’è limite all’orrore; che non c’è giustizia, né ci potrebbe essere, in tanta povertà e frustrazione di ogni senso di umanità. In alcune persone, con cui non ha legami di sangue, il piccolo eroe trova consolazione ed aiuto. Ma sempre in modo passeggero e pagando a caro prezzo ogni gesto di attenzione. Mi sono domandata il senso di questo film così brutale eppure realistico: mostrare a tutti cosa accade in quei quartieri di Beirut? Fare vedere, senza veli, quale malavita circoli intorno all’immigrazione e alla dispersione dei profughi? Certamente si tratta di un’opera di denuncia, quasi di cronaca del nostro attuale.

Una sveglia violenta alle orecchie delle persone, un dito puntato contro il proprio paese, dove evidentemente il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei bambini è una chimera solo per pochi (e per ricchi).

Consiglio assolutamente di vederlo (e credo meriti 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬): evidenzia la forza che può avere un bambino, anche nella peggiore delle situazioni, il suo attaccamento alla vita, il desiderio di conquistarne una migliore di quella “venuta dal cielo”. La buona notizia è che tutti i piccoli attori non professionisti che vedrete recitare qui oggi si trovano in nord Europa, hanno imparato a leggere e a scrivere (durante le riprese erano analfabeti!) e sono perfettamente inseriti in una realtà civile e rispettosa dei diritti dell’infanzia.

Border

Vi avverto: non è un film per tutti, quello di Ali Abbasi, regista 37enne, scandinavo, di origini iraniane. Nel senso che è pensato, lavorato, recitato per ingenerare impressioni e reazioni forti negli spettatori: non proprio positive, perché i protagonisti hanno un aspetto tutt’altro che gradevole, sono dei troll, un po’ integrati un po’ no, nel mondo degli uomini.

Agli ultimi Oscar Border è stato candidato per il miglior trucco: gli effetti mostruosi non sono digitali, ma frutto dell’opera certosina dei truccatori, che hanno reso irriconoscibili i due attori che interpretano Tina e Vore. I loro volti sono deformati e brutti (almeno secondo i nostri canoni) hanno un DNA diverso dagli altri, questo è innegabile.

Anche se la loro origine è misteriosa, come le leggende nordiche con al centro le popolazioni dei boschi, la percezione di avere doti animalesche e sensi più acuti è netta in Tina. Il suo olfatto straordinario la rende un elemento indispensabile della squadra dei controllori delle dogane di cui fa parte (simbolicamente lavora sul confine, il luogo/tema del film). È capace di cogliere, dall’odore, lo stato d’animo delle persone e non ha bisogno di perquisirle per capire che hanno qualcosa da nascondere (sia droga o segreti peggiori).

La sua vita ha un’apparenza di normalità: il lavoro, la casa di legno immersa tra gli alberi, un uomo con con convive. Ma basta poco per cogliere il suo profondo malessere, il senso di straniamento che la vicinanza degli uomini, in particolare quello con cui abita, le dà, la difficoltà a entrare davvero in contatto con il padre, relegato in un ospizio per anziani. L’incontro con Vore ha la forza tipica di quelli tra anime gemelle, a loro modo si amano a prima vista, comprendendo in modo ancestrale che sono pezzi della stessa tribù dispersa nei secoli passati (le leggende sui troll sono moltissime e permeano la cultura nordica, così intrisa di autentico naturalismo).

Preparatevi a scoprire aspetti intimi di questi personaggi che vanno dal grottesco al bestiale. La scena di sesso tra i due è considerata dalla critica cinematografica un vero acme di erotismo senza veli. Il tema del racconto, che spazia dal genere poliziesco (con la condanna feroce per la pedofilia) al fantasy d’autore, è fondamentalmente la diversità; l’accettazione ed il rifiuto della diversità; la difficoltà di convivere con la propria diversità; la diffidenza di tutti verso chi è “brutto” cioè non corrispondente ad un canone ordinario di bellezza (anche la bruttezza è una diversità); il dramma di non avere un corpo in armonia con i propri gusti sessuali.

Tina è un personaggio molto positivo, sebbene estremamente drammatico: alla fine sceglie il bene, accetta se stessa e la sua appartenenza ad un mondo non umano, ma insieme si sente ormai parte di una civiltà basata sui diritti e non sulla sopraffazione; sulle regole e non sulla legge del più forte.

Mi sento di dare 3 ciak 🎬 🎬🎬 a questo film, che non è intellegibile per tutti ma è certamente un atto di puro coraggio.

Poli opposti

Su Netflix c’è questo film, lo segnalo a chi ha voglia di una storia romantica e leggera, ben girata ed anche divertente, con lo sfondo di Roma (tutti, in questo periodo, ne parlano male ma è stra-bella, ed io non mi stanco mai di vederla, nei film e dal vivo).

Certo il titolo, secondo me, è sbagliato. O meglio: serve per attirare l’attenzione e giustificare la locandina, ma i due protagonisti non sono affatto agli antipodi, se non in apparenza. D’altronde, le storie d’amore migliori richiedono affinità elettive di sostanza (io per esempio non starei mai con una persona a cui non piace il cinema, tanto per dirne una).

Certo, Stefano e Claudia “remano”, nelle loro vite professionali,  in direzioni opposte: lui (un terapista) per risanare coppie in crisi, lei (un avvocato) per “armare” a dovere le sue clienti (tutte rigorosamente donne) nell’agone distruttivo dei giudizi di divorzio (ma non sarebbe meglio, quando l’amore finisce, lasciarsi senza guerre pubbliche e non uccidere anche i ricordi più sani del sentimento passato?).

E’ chiaro che lei ha il dente avvelenato con l’altra metà del cielo, tanto che il personaggio soffre di eccessi forse poco credibili (lui la registra sul cellulare come “la iena” che poi per un avvocato è un complimento). Ad ogni modo, gratta gratta, i due oltre a piacersi dal primo attimo, si scoprono compatibili ed innamorati.

Uno che mi è piaciuto moltissimo è il figlio adolescente di lei, goffo e vittima del bullismo dei compagni, fondamentale nel fare decollare la storia: alle volte succede, e sono casi fortunati, che i bambini siano, con il loro bisogno puro e senza sovrastrutture di più amore possibile, concausa di unioni un po’ eretiche. Pensiamo ancora che la famiglia sia fatta di persone legate da vicoli di sangue, piuttosto che da persone che trovano gioia a stare insieme?

Per me vale 3 ciak 🎬 🎬 🎬

Dumbo

Ho giudicato geniale, ed irresistibile, l’idea di un personaggio tenero e commovente come Dumbo nella mani di un regista dark (Tim Burton), capace di tingere di un po’ di nero qualsiasi storia e di raccontare di personaggi misteriosi e soprannaturali anche ai più piccoli.

Condendo i racconti di concetti “da grandi”, tanto che i suoi film di animazione sono certamente da considerarsi per adulti (ricordo tra i tanti: Frankenweenie, del 2012, un cartone in bianco e nero, in cui tra horror e mistero è trattato in modo davvero profondo il tema della perdita e della morte). L’originale elefantino volante è la quarta creazione Disney, del 1941, uscita in Italia nel 1948; rese famoso in tutto il mondo il nome dell’oramai immortale Walt, per l’enorme successo di pubblico, anche grazie a trovate tecniche assolutamente innovative per l’epoca (tutti ricorderete la scena degli elefanti rosa, che è stato difficile ricreare con altrettanto impatto visivo, anche da parte di un maestro come Burton).

Vi posso dire che ogni volta che ho rivisto Dumbo, al momento in cui viene separato con la forza dalla mamma Jumbo, non ho saputo trattenere le lacrime. Solo Bambi mi fa un effetto analogo. La sfida era ricreare altrettanta emozione, senza mettere in scena una brutta copia, solo più tecnologica.

Ho letto molte stroncature a questo proposito, ma non le condivido: perché il Dumbo del terzo millennio è qualcosa di diverso dal “nonno” degli anni 40, sebbene la trama sia la medesima e alcuni pezzi forti si ritrovino (manca del tutto però, ed è il maggiore elemento distintivo, l’amicizia tra l’elefantino e il topo Timoteo, invece centrale nell’opera prima).

Certo, il film uscito in questi giorni nelle sale è meno toccante, mancano i sentimenti di base, quelli elementari così adatti soprattutto a coinvolgere i più piccoli. Come appunto l’attaccamento del piccolo alla sua genitrice, nonostante l’ostinazione degli umani crudeli a portargliela via ad ogni costo. Il nuovo Dumbo, una creazione perfetta, realistica ed insieme onirica, con occhi azzurri espressivi come se fossero “veri”, genera forse meno tenerezza di quello disegnato negli anni 40 (che, ricorderete, è completamente muto, non si sente la sua voce per i 64 minuti di durata del cartone: il film è lungo il doppio!); però ha più personalità e determinazione, le scene in cui vola sono potenti ed emozionanti, non si arrende alle sventure e alla malvagità dei bipedi, percorre a testa alta la strada che porta a credere in se stessi.

Tim Burton accentua alcuni temi importanti: quello del rifiuto del diverso (strazianti i fischi e gli sbeffeggi contro l’elefantino, quando il pubblico del circo – che rappresenta “la gente”, la visione comune – si accorge che l’animale non è “normale”, ha delle orecchie sproporzionate); quello, conseguente, che chi è diverso spesso è dotato di super poteri rispetto agli altri, e quando impara ad utilizzarli quella diversità diventa una risorsa inestimabile; ed infine il tema della fiducia nelle proprie capacità che è così difficile da conquistare (tranne per quelli, di solito i peggiori, nati “sicuri di sé).

Dumbo pensava di poter volare solo respirando una piuma e di crollare al suolo se quella piuma non ci fosse più stata. Ebbene: la svolta della sua storia avviene quando si lancia nel vuoto senza piuma, confidando solo nella forza delle sue smisurate orecchie e nella sua caratteristica (unica e magica) di essere un proboscidato volante.

Il film è impreziosito dalla presenza di grandi attori: merita una menzione speciale Danny De Vito, nei panni del circense Max Medici, grottesco e convincente, quasi un personaggio da cartone animato. Innegabile che nella nuova versione di Dumbo (a proposito: sapevate che il nome – dall’inglese dumb – significa muto, stupido, tonto?) sono molto più importanti i ruoli dei personaggi a due zampe, divisi nettamente tra buoni e cattivi: almeno in questo la sceneggiatura è tradizionale e adatta ai più piccoli, che non avranno difficoltà a capire da che parte stare.

Un’ultima cosa: il film è nella sostanza un inno alla libertà, nelle scene finali respirerete l’aria umida della giungla insieme all’elefantino, rinfrancati come lui per l’eccezionale conquista, eppure così naturale, di ritrovarsi a casa senza collari e gabbie.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 all’amato elefantino, ed il consiglio di fare vedere ai più piccoli entrambe le versioni.

PS ascoltate la versione della famosa canzone di Dumbo, Bimbo mio, cantata da Elisa qui

Una giusta causa

Questo film mi ha molto appassionata, sopratutto perché e biografico; ed esce in un periodo storico in cui mi pare che in tema di condizione femminile si stia tentando una clamorosa marcia indietro. A volte, con l’incredibile (ed imperdonabile) complicità delle stesse interessate.

La regista Mimi Leder (la prima donna a essere ammessa all’American Film Institute: anche lei dunque una pioniera!) mette in scena la vita di una persona davvero importante nella storia della lotta contro le discriminazioni di genere (considerate che il titolo originale è: On the basis of sex, che allude proprio ai condizionamenti di ogni sorta attuati, anche con leggi statali, in base all’appartenenza al sesso maschile o femminile).

La nostra eroina si chiama Ruth Bader Ginzburg (interpretata dall’impeccabile Felicity Jones), che dal 1993 (Presidente Clinton) occupa un prezioso seggio alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Prezioso perché, finora, solo quattro donne (lei compresa) hanno ricoperto questa autorevole carica. A dimostrazione che ha vinto la sua battaglia (quella che vedrete al cinema) e che potrà costituire un modello di riferimento per tantissime ragazze.

Per capire che stiamo parlando di un problema attuale (solo con riferimento, per esempio, alla magistratura) guardate i dati del 2017 del Parlamento europeo). Insomma, la strada è ancora lunga e tortuosa, ed è per questo che plaudo all’iniziativa di raccontare una storia come questa, confermando la funzione culturale del cinema e la sua potenzialità “educativa” di chi è disposto a staccare il biglietto e a sedersi al buio a guardare ed ascoltare.

Il racconto inizia alla fine degli anni 50, quando Ruth viene “accettata” nella elitaria e maschilista Harvard, insieme ad altre due aspiranti giuriste. Guardate male sin dal primo giorno, dall’arcigno e sprezzante rettore e dai corpulenti professori: uomini autoreferenziali, convinti che la primazia maschile era nell’ordine delle cose, come il passaggio delle stagioni e la forza di gravità.

Ho trovato stupefacente il rapporto tra la protagonista ed il marito (interpretato dal solare e bravo Armie Hammer, già indimenticato Oliver in Chiamami con tuo nome di Luca Guadagnino). Ed ho pensato che vale il detto (coniato da me): “dietro una grande donna c’è sempre un uomo intelligente ed evoluto”. Insieme sono una forza, due anime gemelle che condividono un modo di vedere la vita, la giustizia, il valore del lavoro e delle passioni. È una vera fortuna quando succede ed a Ruth è evidentemente accaduto. Anche grazie al sostegno del suo amato, riesce a portare avanti la battaglia (personale e sociale) contro una legislazione che per un secolo non ha fatto altro che discriminare, nelle più svariate situazioni; relegando le donne ad un ruolo minimo, ad una gabbia di casalinghitudine, a compiti di assistenza, a impieghi marginali.

Quante volte, care lettrici, vi siete sentite chiamare “signorina” pur essendo molto più titolate dei vostri colleghi uomini? Uno dei momenti più intensi del film è quando, durante la cruciale discussione davanti ad una corte d’appello ancora una volta tutta al maschile, uno dei giudici dice a Ruth “La parola donna non compare nemmeno una volta nella costituzione degli Stati Uniti!”; per sentirsi rispondere da lei: “Nemmeno la parola libertà”. Almeno questo, ho pensato, non vale per la nostra, di Costituzione, che pur essendo stata scritta più di settant’anni fa, almeno sulla carta, ha previsto la non discriminazione in base al genere tra i suoi principi cardine. Sui risultati, nei fatti, preferirei glissare…

Un’altra notazione: bella la richiesta finale di Ruth alla Corte “non vi chiediamo di cambiare ciò che è già cambiato senza bisogno che voi glielo consentiate; vi chiediamo di proteggere il diritto del paese di cambiare”. Il mondo va avanti, anche a prescindere dalle leggi. Tutto sta nello stargli dietro e nel non mettere freno all’evoluzione della specie, con inutili, vuoti, dannosi tradizionalismi.

Per me Ruth, da ora in poi, sarà una stella polare.

4 ciak 🎬🎬🎬🎬 convinti al film!

C’è tempo

Quando non si è più bambini, si capisce, a volte improvvisamente, spesso per qualche evento della vita, che la cosa più preziosa che ciascuno di noi ha è il tempo. Il titolo dell’ultimo film di Veltroni (il primo a non essere un documentario, ma una commedia) è rassicurante e infonde speranza.

Sentirsi dire che “c’è tempo” abbassa i battiti cardiaci, fa sentire sollevati, toglie l’ansia che è sempre dietro l’angolo. Ed è un titolo che non può non far pensare alla omonima, splendida canzone di Ivano Fossati (da riascoltare qui). I temi non sono molto diversi, quindi davvero potrebbe essere una citazione. Che c’è tempo lo dice Stefano (Fresi) al piccolo Giovanni (Fuoco), alla sua prima apparizione cinematografica.

Il primo è un quarantenne naif, che si è rifugiato a vivere in un paese dell’Appennino tosco emiliano (nella finzione: Viganella, che nella realtà però si trova in Piemonte). Di “lavoro” studia il fenomeno dell’arcobaleno (simbolico, credo, di un afflato positivo che permea il film); per arrotondare si occupa della pulizia e manutenzione dell’enorme specchio costruito su volere del sindaco del paese per riflettere la luce del sole e consentire ai pochi abitanti del villaggio di goderne per qualche ora (da notare che Viganella, davvero, ha adottato questo stratagemma degno di Archimede per superare il problema del buio che l’avvolge per mesi, nella stagione invernale).

Scelte di vita quantomeno singolari che stanno mandando in crisi il suo matrimonio. Tra una discussione e una recriminazione su di chi sia la colpa di tanta insoddisfazione (quelle tipiche situazioni degli amori al capolinea), arriva la “tegola” di un tredicenne, rimasto improvvisamente orfano, di cui occuparsi. Stefano scopre così l’esistenza del fratello minore: i due hanno lo stesso padre, un genitore totalmente assente, nella sostanza, per entrambi. Ora deceduto in un incidente, insieme alla mamma di Giovanni.

Il racconto, on the road, a bordo di un maggiolone decappottabile, segue il nascente, e non semplice, rapporto tra i due fratelli, gli incontri casuali, le parole necessarie per conoscersi, la crescente voglia di imparare a stare insieme e volersi bene. “C’è tempo” lo dice Stefano a Giovanni, in un momento in cui sembrano sgretolarsi le reciproche barriere, innalzate forse per il timore di non essere capaci di lasciarsi andare ad una relazione affettiva così coinvolgente ed assoluta come quella tra due fratelli.

E glielo dice proprio per rassicurarlo, per dargli la serenità che chiaramente manca al ragazzo, sempre vissuto tra ogni agio, viaggi esotici, case di lusso, videogiochi. Ma privo dell’affetto e dell’attenzione che sono indispensabili ad ogni essere vivente per essere forte e sapere affrontare il labirinto della vita (simbolica la scena in cui Giovanni si perde tra i bambù del labirinto della Masone, un luogo incredibile e sconosciuto ai più in provincia di Parma).

Un plauso all’autore e regista per avere ambientato la storia in un’Italia minore, borghi bellissimi dell’Emilia Romagna e della Toscana (le fotografie della Val D’Orcia sono una meraviglia). C’è anche Rimini ed il suo storico cinema Fulgor, quello di Fellini (lì, tra l’altro, vide il suo primo film, Maciste all’inferno, nel 1924), riaperto dopo un accurato restauro a gennaio dello scorso anno. Un tempio per cinefili (altra tappa da copiare, oltre al labirinto).

Mi è piaciuto Stefano Fresi, capace di interpretare ruoli del tutto diversi: pensate che, di recente, faceva il cattivo ne La befana vien di notte, di Michele Soavi, a fianco della Cortellesi (qui la mia recensione). Per non parlare del ruolo – in cui era irriconoscibile – nella mini serie de Il nome della rosa, andata in onda in questi giorni sulla Rai. Ottima l’interpretazione, e naturalmente la voce, della talentosa Simona Molinari, prestata al cinema con la sua, vera, figlia adolescente, Francesca Zezza.

Ho letto diversi commenti negativi a questo film, critici implacabili ed insofferenti ad un Veltroni sognante e fondamentalmente ottimista. Sono convinta che sia difficile trovare obiettività, perché purtroppo il tifo politico (malattia italica dilagante) infetta anche i cinefili. A me, se vi fidate un po’, C’è tempo è piaciuto, sono uscita dalla sala con qualche interrogativo ma alleggerita e positiva. E poi contiene un grande e affettuoso, continuo, omaggio al cinema italiano. Diversi i richiami, oltre a quello a Fellini. Uno per tutti: a Novecento di Bernardo Bertolucci.

3 ciak 🎬 🎬🎬, con l’intenzione di ripercorrere i luoghi del film in un week end di primavera nell’Appennino.