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Se son rose

Pieraccioni rappresenta, ancora una volta, se stesso: simpatico e leggero, ha passato da poco i 50, un matrimonio alle spalle, una figlia adolescente che lo critica per lo stile di vita, a galleggiare tra una fidanzata e l’altra; talmente precario da non tirare fuori dal cartone di imballo nemmeno la macchina per il caffè, ché significherebbe troppa stabilità, l’inizio di un’abitudine.

Ci sarà un respiro autobiografico nell’idea della sceneggiatura? D’altronde, il protagonista si chiama proprio Leonardo. Tutto inizia da un sms mandato nella notte, “a sua insaputa”, mentre dorme. L’autrice del misfatto è proprio sua figlia: con la complicità della nonna (dotata di una memoria dettagliata delle ex del pupillo), recupera i nomi delle precedenti fiamme, tutte naufragate, per diverse ragioni, dopo esattamente tre anni di relazione.

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Cosa fai a Capodanno

Mi comprenderete, povera cinefila ingenua che non sono altro: esce un film, seppure con un titolo per nulla attrattivo ed anzi (per me) sulla carta respingente, diretto dallo sceneggiatore di Perfetti sconosciuti ed interpretato da ottimi attori italiani; anticipato da un trailer divertente, che ti fa pensare si tratti, finalmente!, di un sagace e intelligente anti cine-panettone; nemmeno badi alle due stelle di MYmovies.it, spesso ingiustamente affibbiate alle produzioni nostrane; pensi sia impossibile che uno come Alessandro Haber sia protagonista di qualcosa meno che imperdibile; dalla trama accennata sul web sembrerebbe un noir ironico, con approfondimenti psicologici sui personaggi, chiusi per tutto il tempo in una baita di montagna, nelle ore immediatamente antecedenti alla mezzanotte di un 31 dicembre dei nostri giorni.

Ho creato la suspense, ma avrete già capito che quella povera cinefila, cioè io, ha preso davvero un brutto granchio, questa volta. Il film non mi è piaciuto per niente ed ancora adesso, a distanza di giorni, mi domando “che avrà voluto dire?”. Una risposta potrebbe anche essere: niente. E niente di male ci sarebbe. Se solo quel racconto, di alcune persone (coppie di scambisti) che si ritrovano a capodanno in una bella casa alpina (i luoghi sono quelli intorno a Dobbiaco) per festeggiare a loro modo il nuovo anno, si reggesse su una spina dorsale di ironia, facesse ridere il pubblico anche all’estremo con qualche volgarità di troppo; conducesse gli spettatori attraverso una trama semplice ma comunque godibile. Continua a leggere Cosa fai a Capodanno

Beate

L’idea di Beate era buona e per certi versi edificante: parlare dell’Italia minore (profondo nord est, Rovigo e dintorni brumosi e placidi) e del problema di (quasi) tutti. Il tema centrale del racconto è il lavoro: perderlo, inventarselo, non arrendersi dopo un licenziamento.

Ed ancora più a fondo: il lavoro artigiano, il pericolo della delocalizzazione per risparmiare, il valore spesso dimenticato della qualità di ciò che si crea e poi si vende. Davvero attuale il racconto di Samad Zarmandili, il regista di “Squadra antimafia”, una delle serie televisive di maggiore successo del piccolo schermo. Brave anche le attrici, in particolare la protagonista, Donatella Finocchiaro, che interpreta Armida, la vera trascinatrice delle sarte della fabbrica, creatrici di lingerie di lusso, tutte coinvolte nel dramma di trovarsi da un giorno all’altro senza stipendio, con la misera consolazione della cassa integrazione.

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Arrivano i Prof

Il film è ispirato a un fumetto francese a sua volta diventato un film, Les Profs, ed è davvero extra light, adatto agli under 18, che forse si identificheranno nei “maturandi” del racconto, e a chi non è in vena di avere pensieri per 100 minuti.

Fa (abbastanza) ridere, soprattutto grazie alla naturale bravura di Bisio e Di Biase, rispettivamente nelle vesti del professore di matematica e della insegnante di inglese. Ha il limite che le gag comiche sono “spezzate”, brevi, si susseguono una dopo l’altra, quasi si trattasse di un varietà. Manca una vera amalgama registica ed anche un equilibrio tra gli attori, alcuni molto più adatti ad una fiction da prima serata che al grande schermo, anche della commedia.

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Sconnessi

A distanza di meno di tre mesi, esce una seconda commedia italiana sullo stesso tema: la malattia (perché diversamente non può chiamarsi) della dipendenza da smartphone, da 4G e da Wi-Fi. A novembre infatti forse ricorderete il film di Moccia, Non c’è campo (qui la mia recensione) con protagonista una scolaresca in gita in un paese sperduto del sud, tanto tranquillo quanto tagliato fuori da internet. Non so se ne sentissimo proprio il bisogno, ma tant’è, il regista Marazziti, coautore della sceneggiatura con la Andreozzi e Vado, ha perfino “scomodato” un grande attore come Bentivoglio per raccontare una storia di ordinaria follia dei nostri tempi.

E non è l’unico nome “calamita” per il pubblico, perché accanto a lui recitano Crescentini e Fresi ed anche il divertente Ricky Memphis. Tutti bravi, davvero. Sono una famiglia allargata ed eterogenea, che ruota intorno a Ettore (Bentivoglio), l’unico realizzato, arrivato, famoso, benestante. Gli altri sembrano, ciascuno per le proprie ragioni, aspettarsi qualcosa da lui; per questo lo seguono in una spedizione in montagna quasi forzata, per festeggiare due compleanni (uno è il suo). Tutto è organizzato però per disconnetterli da quei maledetti dispositivi elettronici che impediscono ogni comunicazione, ogni dialogo, ogni reale ascolto.

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Ore 15:17 attacco al treno

Ho fatto passare un po’ di giorni prima di scrivere su questo film, perché l’avessi fatto sul momento sarei stata eccessivamente dura. A caldo, quando sono uscita dal cinema, ero semplicemente senza parole per la bruttezza dell’ultimo lavoro di Eastwood regista.

Eppure, come credo per molti, la scelta di vederlo era “pilotata” proprio dal carismatico Clint. Ho pensato: saprà dare il giusto taglio ad un racconto di cronaca, magari infarcendolo di patriottismo e ideologie un po’ filo-militari, da esaltazioni a stelle e strisce. Ma con stile, con il suo stile.

Avevo letto che gli attori erano i veri protagonisti del drammatico episodio di terrorismo, avvenuto nell’agosto del 2015, su un treno diretto a Parigi da Amsterdam, nel cuore dell’Europa. Avevo creduto che la mancanza di professionisti del cinema sarebbe stata compensata dal livello della regia e che era una buona idea la scelta iperrealistica di fare rivivere alle persone che ne erano rimaste coinvolte l’incubo di quei minuti di paura, con la morte a un centimetro dal naso.

Dunque, avevo delle aspettative, confortate dalla convinzione che un lungometraggio sia un ottimo strumento di documentazione, anche di un fatto “storico”, più risalente o attuale, per riflettere e per non dimenticare. Nulla di tutto questo, purtroppo. Almeno secondo me.

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