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Beate

L’idea di Beate era buona e per certi versi edificante: parlare dell’Italia minore (profondo nord est, Rovigo e dintorni brumosi e placidi) e del problema di (quasi) tutti. Il tema centrale del racconto è il lavoro: perderlo, inventarselo, non arrendersi dopo un licenziamento.

Ed ancora più a fondo: il lavoro artigiano, il pericolo della delocalizzazione per risparmiare, il valore spesso dimenticato della qualità di ciò che si crea e poi si vende. Davvero attuale il racconto di Samad Zarmandili, il regista di “Squadra antimafia”, una delle serie televisive di maggiore successo del piccolo schermo. Brave anche le attrici, in particolare la protagonista, Donatella Finocchiaro, che interpreta Armida, la vera trascinatrice delle sarte della fabbrica, creatrici di lingerie di lusso, tutte coinvolte nel dramma di trovarsi da un giorno all’altro senza stipendio, con la misera consolazione della cassa integrazione.

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Arrivano i Prof

Il film è ispirato a un fumetto francese a sua volta diventato un film, Les Profs, ed è davvero extra light, adatto agli under 18, che forse si identificheranno nei “maturandi” del racconto, e a chi non è in vena di avere pensieri per 100 minuti.

Fa (abbastanza) ridere, soprattutto grazie alla naturale bravura di Bisio e Di Biase, rispettivamente nelle vesti del professore di matematica e della insegnante di inglese. Ha il limite che le gag comiche sono “spezzate”, brevi, si susseguono una dopo l’altra, quasi si trattasse di un varietà. Manca una vera amalgama registica ed anche un equilibrio tra gli attori, alcuni molto più adatti ad una fiction da prima serata che al grande schermo, anche della commedia.

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Sconnessi

A distanza di meno di tre mesi, esce una seconda commedia italiana sullo stesso tema: la malattia (perché diversamente non può chiamarsi) della dipendenza da smartphone, da 4G e da Wi-Fi. A novembre infatti forse ricorderete il film di Moccia, Non c’è campo (qui la mia recensione) con protagonista una scolaresca in gita in un paese sperduto del sud, tanto tranquillo quanto tagliato fuori da internet. Non so se ne sentissimo proprio il bisogno, ma tant’è, il regista Marazziti, coautore della sceneggiatura con la Andreozzi e Vado, ha perfino “scomodato” un grande attore come Bentivoglio per raccontare una storia di ordinaria follia dei nostri tempi.

E non è l’unico nome “calamita” per il pubblico, perché accanto a lui recitano Crescentini e Fresi ed anche il divertente Ricky Memphis. Tutti bravi, davvero. Sono una famiglia allargata ed eterogenea, che ruota intorno a Ettore (Bentivoglio), l’unico realizzato, arrivato, famoso, benestante. Gli altri sembrano, ciascuno per le proprie ragioni, aspettarsi qualcosa da lui; per questo lo seguono in una spedizione in montagna quasi forzata, per festeggiare due compleanni (uno è il suo). Tutto è organizzato però per disconnetterli da quei maledetti dispositivi elettronici che impediscono ogni comunicazione, ogni dialogo, ogni reale ascolto.

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Ore 15:17 attacco al treno

Ho fatto passare un po’ di giorni prima di scrivere su questo film, perché l’avessi fatto sul momento sarei stata eccessivamente dura. A caldo, quando sono uscita dal cinema, ero semplicemente senza parole per la bruttezza dell’ultimo lavoro di Eastwood regista.

Eppure, come credo per molti, la scelta di vederlo era “pilotata” proprio dal carismatico Clint. Ho pensato: saprà dare il giusto taglio ad un racconto di cronaca, magari infarcendolo di patriottismo e ideologie un po’ filo-militari, da esaltazioni a stelle e strisce. Ma con stile, con il suo stile.

Avevo letto che gli attori erano i veri protagonisti del drammatico episodio di terrorismo, avvenuto nell’agosto del 2015, su un treno diretto a Parigi da Amsterdam, nel cuore dell’Europa. Avevo creduto che la mancanza di professionisti del cinema sarebbe stata compensata dal livello della regia e che era una buona idea la scelta iperrealistica di fare rivivere alle persone che ne erano rimaste coinvolte l’incubo di quei minuti di paura, con la morte a un centimetro dal naso.

Dunque, avevo delle aspettative, confortate dalla convinzione che un lungometraggio sia un ottimo strumento di documentazione, anche di un fatto “storico”, più risalente o attuale, per riflettere e per non dimenticare. Nulla di tutto questo, purtroppo. Almeno secondo me.

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