Archivi categoria: 3 ciak – film da vedere

Il verdetto – The Children Act

La cosa che mi ha convinta di più è stata la “prova d’attore” di Emma Thompson, perfetta nel riprodurre con ogni gesto e pausa la vita di una donna inglese, giudice dell’Alta corte britannica, dedita totalmente al lavoro, all’applicazione delle leggi, a decidere con esattezza su complicate questioni morali, ma non in grado di ricordare quando ha fatto l’amore con il marito (un credibile Stanley Tucci) l’ultima volta.

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Il film, basato fedelmente sul romanzo di Ian McEwan “La ballata di Adam Henry” (Einaudi), con lo scrittore che ne ha curato la sceneggiatura, muove da una decisione: il giudice Fiona Maye è chiamata ad esaminare una questione cruciale, deve obbligare il quasi maggiorenne Adam (Fionn Whitehead, già visto in Dunkirk), a sottoporsi ad una trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita e che lui rifiuta in quanto testimone di Geova, come i suoi genitori.

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Soldado

Film sconsigliato agli ipersensibili e a chi non sopporta la vista del sangue, anche se qualche gradino sotto Tarantino. Consigliatissimo invece agli appassionati di Narcos, Gomorra, Suburra. Non va dimenticato che il regista, Stefano Sollima, è lo stesso proprio di Suburra e di A.C.A.B. (la violenza urbana vista con lo sguardo di tre poliziotti). Una coproduzione Italo-americana: anche in questo sta l’originalità di un racconto ambientato al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, scritto e narrato da un italiano.

Il risultato è la totale assenza di celebrazione delle forze armate e delle agenzie americane; personaggi apparentemente infallibili, supereroi della guerra e della guerriglia, militari muscolosi e tatuati e impietosi, nella realtà descritti come uomini fallaci. Tutta la storia nasce da un errore di valutazione (sull’origine di un attentato terroristico in un supermercato) di uno di questi supereroi, che Sollima smonta pezzo per pezzo.

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Un nemico che ti vuole bene

Immaginate che un estraneo in cui incappate in circostanze difficili, del quale non conoscete nulla, vi chieda chi sono i vostri nemici, offrendosi di eliminarli, di alleviare la vostra vita così, in un colpo (di pistola). È più o meno questa l’idea che ispira la storia raccontata da Denis Rabaglia, che la rende una buona prova di cinema psicologico, un film di riflessione.

Fa pensare, vedendolo, cosa avrei risposto io? Chi sono le persone da cui sono circondato? Quelle che appaiono, oppure dei traditori, bugiardi, interessati magari ai nostri beni e non al nostro bene? La domanda viene posta, nella finzione, ad un professore di astrofisica dell’Università di Bari, interpretato da Diego Abatantuono; e chi gliela pone è un ragazzo che, in una notte di burrasca, Enzo (il protagonista) rischia di investire con l’auto, trovandolo ferito ed insanguinato da un colpo di arma da fuoco.

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La profezia dell’armadillo

Zero e Secco, interpretati da Simone Liberati e Pietro Castellitto, sono i due millennials, generazione under 30, protagonisti di questa (secondo me riuscita) trasposizione dell’omonima storia a fumetti di Zerocalcare. Vi consiglio di immergervi per i cento minuti del film nel mondo di Rebibbia (il quartiere, non il carcere), ben disegnato e descritto dall’autore del racconto, e reso vivido sul grande schermo anche dall’apporto di Valerio Mastandrea, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura.

Ragionate con la loro testa, non perdete tempo nella ricerca di una trama, ascoltate con attenzione le parole, gli insegnamenti, i motti quotidiani dell’armadillo, fulcro della narrazione e vera anima dell’opera. Il grosso e goffo animale è reso in modo artigianale, quasi fosse un costume di carnevale cucito ed incollato dalla mamma, come accadeva negli anni 70. La sua voce, un fuori campo costante nell’appartamento di Zero, con la pedanteria di un grillo parlante, è quella del bravissimo Valerio Aprea (lo ricordate nella saga di Sidney Sibilia, Smetto quando voglio?).

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La ragazza dei tulipani

Di film davvero belli se ne trovano pochi al cinema, in questi giorni. E questa storia, ambientata ad Amsterdam nella prima metà del 600, vi farà trascorrere due ore piacevoli, con qualche momento di coinvolgimento per il racconto, sicura ammirazione per le ricostruzioni scenografiche dell’Olanda di quell’epoca, picchi di disprezzo (nella prima parte) per le cadute di stile del ricco mercante protagonista, interesse storico per la questione della bolla speculativa dei tulipani, che pare sia stata la prima della storia del commercio moderno.

Poco altro però, se non forse un ricordo de La ragazza con l’orecchino di perla, che metteva insieme gli stessi ingredienti. La protagonista è una giovane orfana, Sofia, che ha sempre vissuto tra le rassicuranti pareti del convento che l’aveva accolta bambina, quando, a causa di una epidemia, aveva perso entrambi i genitori. La badessa, interpretata dalla grande Judi Dench, è uno dei buoni motivi per vedere il film: certamente la migliore interprete, dà talmente tanto mordente all’anziana religiosa che alla fine avrete la sensazione, in gran parte fondata, che sia stata lei l’alfa e l’omega di tutta l’intricata ed a tratti inverosimile vicenda.

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Rimetti a noi i nostri debiti

Il primo lungometraggio italiano di produzione Netflix è un film serio e nitidamente drammatico. Affronta un tema universale ma trascurato, si focalizza su ambienti e situazioni considerate di nicchia, non interessanti per la cinepresa, troppo squallide per costruirci sopra una storia.

Si tratta dei debiti, dell’assillo dei debiti, del mondo delle finanziarie, dei recuperatori di crediti inevasi. Cacciatori di denaro difficile, il fango dove le banche non vogliono mettere le mani. Il regista Morabito, che già, sempre con Santamaria protagonista, aveva raccontato il marcio delle società farmaceutiche ne Il venditore di medicine, del 2013, racconta di Franco (Giallini) e Guido (Santamaria), con lo sfondo di una Roma livida e senza pietà (il luogo più rassicurante è il cimitero del Verano, sui cui cipressi si affaccia l’appartamento di Guido e tra i cui vialetti deserti, incurante del contesto, lui fa jogging la mattina presto).

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Il sacrificio del cervo sacro

Impossibile raccontare anche solo in minima parte la trama di questo film ad alta tensione, che vi lascerà turbati e dubbiosi, senza “spoilerare” (come dicono gli appassionati delle serie televisive) e rovinare i piani del regista. Premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura, si distingue per l’assoluta originalità del soggetto, della storia, dei personaggi, dei temi.

Il titolo vi dà l’idea che si tratta di qualcosa di religioso, ed insieme di antico. O meglio: che racconta in qualche modo di una antica religiosità. Di quando per farsi perdonare dalla divinità oppure per ottenere qualcosa di molto difficile e desiderato, si uccideva un capro espiatorio, un animale innocente.

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