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The Hate U Give

Forse sono noiosa con questa storia del titolo in lingua originale (mal)tradotto in italiano, tanto da dare un’idea, secondo me, un po’ distorta di ciò che ci aspetta al cinema. Ma sto constatando che è una costante, ed in alcuni casi, come quello del film di cui vi parlo, è per me una scelta poco comprensibile. Ebbene: “l’odio che dai” è diventato “il coraggio della verità”. Il tema del racconto però (come vi dirò di origine letteraria) è proprio quello di cosa succeda ad un bambino che sin dai primi anni di vita ha ricevuto e visto il male, la cattiveria, la violenza.

L’argomento eroico (“il coraggio della verità”) di avere la forza di dire le cose come stanno, anche contro tutti, è certamente presente nella narrazione, ma non ne è il nocciolo.

Per capire: il titolo originale è il verso, più volte richiamato dai protagonisti, di un pezzo del grande rapper e attivista Tupac, Thug Life, “the hate u give little infants fuck everyone“. L’odio che riversiamo sui più giovani fotte tutto il sistema (guardate qui).

Il lungometraggio è tratto dall’omonimo romanzo young adult (per giovani adulti) di Angie Thomas, del 2017: uscito in un periodo in cui il tema del razzismo ha purtroppo una triste centralità, si è subito mostrato un’ottima base per la narrazione cinematografica. La sceneggiatura è fedele al libro e racconta la storia di Starr, una ragazzina nera di 16 anni che vive divisa tra due mondi opposti e tra loro impermeabili. È nata ed abita nel malfamato sobborgo di Garden Heinghts, un quartiere abitato solo da persone di colore, dove si impongono bande di spaccio ed estorsione. Frequenta però un college privato, in città, dominato da una borghesia bianca fintamente progressista e di ampie vedute, ma con una solida base di sfiducia nei confronti di chi ha un colore diverso della pelle.

L’evento centrale del racconto, una sparatoria con la polizia, di cui la ragazzina è testimone e che la coinvolge insieme ad un amico d’infanzia, Khalil, richiama alla mente molti casi di cronaca recente: ciò che rende il film, seppure non tratto da un fatto vero, certamente ispirato ad una realtà già verificatasi.

Ricorda, la dinamica assurda dell’omicidio cui assiste Starr, attonita e terrorizzata, quello di decine di ragazzi neri non armati: Michael Brown, Freddie Gray, Alton Sterling, Tamir Rice, Walter Scott, Eric Garner, Philando Castile e molti altri. Quale è la reazione delle istituzioni americane di fronte a simili eventi? Il sistema processuale a stelle e strisce non ne esce benissimo, a dire il vero. Ma non vengono formulati giudizi netti, molto è lasciato alla libera valutazione dello spettatore: da entrambe le “parti” contrapposte ci sono elementi positivi e negativi, il bene ed il male si sovrappongono e fondono tanto da non consentire di individuarlo in fretta.

La riflessione non frettolosa è ciò che serve, di fronte a problemi così radicati nella nostra società, tanto da ripresentarsi anche ai millennials. E senza dubbio serve anche vedere e far vedere (agli young adults) questo film (o leggere il romanzo), per evitare di aggiungerci a quelle schiere di “sicuri di sé” che hanno soluzioni lampo e risposte per qualsiasi questione complessa, come il disagio sociale, le migrazioni, la povertà.

3 ciak 🎬 🎬🎬 al film e 4 all’attrice ventenne Amanda Stenberg, che ha già alle spalle 7 anni di cinema e televisione.

Momenti di trascurabile felicità

Nella mai sopita diatriba “è più bello il libro o il film” che si accende ogni qual volta al cinema si dà vita a un’opera letteraria, in questo caso (ma non è quasi sempre così?) per me (stra)vince il libro. Anzi i libri: perché il racconto cinematografico è liberamente tratto sia dall’’opera che dà il titolo che dalla sua “antitesi”, dedicata all’infelicità.

A dirla tutta però, stavolta era ancora più prevedibile che l’esito della fatidica domanda fosse a favore della carta: l’idea di Daniele Luchetti (un regista che amo molto, sempre originale e profondo: da ultimo, ricordate Io sono tempesta? Da rileggere qui) era certamente ardita e di partenza tutta in salita. Sebbene la scelta dell’attore protagonista, lo strambo, onirico, affabulatore Pif non poteva essere più azzeccata.

Prima di andare al cinema ho pensato infatti: che coraggio a mettere le parole di quei libri, in “ordine”, dietro un ciak e a umanizzarle con i volti dei personaggi di una storia… Già, perché chi ha letto i due libelli filosofici di Francesco Piccolo sa che non seguono una trama, una narrazione con un inizio e una fine: sono pensieri sparsi, approfondimenti fulminei, da vita di tutti i giorni. Geniali, perché rendono preziose cose insignificanti, ingigantiscono facendolo importanti minuscoli segmenti delle nostre esistenze quotidiane; attribuiscono significato a momenti che altrimenti, nella distrazione di massa, ne rimarrebbero privi. Nel bene e nel male. A seconda che leggiate quello sulla felicità o l’altro.

Alcuni capitoli rimangono impressi nella memoria, impossibile dimenticarli. Diversi sono ripresi con una certa fedeltà nella sceneggiatura del film, come quello sui taxi (perché il primo non è mai il primo della fila?); sul benzinaio (perché non va mai bene il punto dove ti fermi e lui ti chiede di andare un po’ più avanti, appena spento il motore?); sulle donne incontrate all’alba, con il trucco un po’ rovinato, reduci da una notte d’amore clandestino. Per costruire un film però Luchetti ha incastonato queste vere perle di filosofia pop in una vicenda surreale, in linea con il tema dei libri.

Pif è un ingegnere quarantenne che vive a Palermo, sposato con due figli; in bilico tra la soddisfazione e l’inquietudine, tra l’amore e il tradimento, tra la coerenza e la confusione (come tutti, no? Un uomo medio, insomma). Succede che passa con il rosso, a bordo del suo scooter, nel traffico disordinato della capitale siciliana. Succede che viene preso in pieno da un’automobile e che muore sul colpo. Storia finita? Affatto. Storia iniziata. Ed il tema è semplice quanto importante: attraversiamo i nostri giorni senza nemmeno accorgercene, trattiamo le persone a noi più vicine troppo spesso con indifferenza o superficialità; non ci soffermiamo sulla bellezza dei singoli momenti che la vita ci regala. Così lei passa, la vita; e la sprechiamo. Ce ne accorgiamo poi, troppo tardi. Quando è trascorso il tempo migliore, quando perdiamo chi abbiamo amato, quando per noi stessi si avvicina la fine. Questa è la lezione semplice del film: facciamo attenzione a tutto. A ogni minuto. Accendiamo il pensiero, che è il nostro super potere, e smettiamola di condurre l’esistenza come una catena di montaggio.

Gli attori sono molto bravi. Pif è se stesso, nessun altro avrebbe potuto interpretare così bene questo personaggio tra il banale e il geniale. Thony, che interpreta la moglie, mi è piaciuta molto, una spalla perfetta per il protagonista, uno sguardo intenso spesso su di lui, quasi fosse la sua coscienza terrena. E poi c’è Renato Carpentieri, un artista di teatro ma anche presente al cinema, con registi di livello (di recente era il padre operaio in Ride, di Valerio Mastandrea.

In conclusione: 3 ciak 🎬 🎬🎬, ma un premio al coraggio di mettere nelle sale questi libri che, se non lo avete già fatto, vi consiglio di andare a comprare appena usciti dal cinema!

Gloria Bell

C’e una cosa da sapere sul personaggio femminile messo in scena (in salsa USA) dal regista cileno Lelio con il volto artisticamente impeccabile di Julianne Moore: è il remake di un precedente, con lo stesso nome (Gloria) del 2013, interpretato da Paulina Garcia (guardate qui e se non lo avete ancora visto fatelo perché il confronto è utile per farsi un’idea dell’abisso che divide il nord e il sud del continente americano).

La Garcia vinse, quell’anno, il premio come migliore attrice protagonista a Berlino. Meritatissimo: una perfetta declinazione della cinquantenne indomita, nonostante gli effetti dell’età, che (citando un film appena visto) sono croce e delizia. Croce, perché le rughe, mannaggia, sono la preoccupazione (forse sciocca) di noi tutte, insieme al corpo che cambia (sempre citazione, made in Litfiba, ve la ricordate?, al cinema ci ho pensato…). Delizia perché (come succede a Gloria) gli “anta” portano equilibrio, saggezza, sicurezza. Capacità di andare avanti di fronte agli attacchi della vita e sopratutto alle ingiurie del nostro “prossimo” (tutt’altro che vicino).

Insomma: che succede a Gloria, se passa da Santiago a Los Angeles? Beh, secondo me, si alleggerisce un po’. Perde il pathos che l’ha fatta premiare con l’orso d’oro, sebbene acquisti obiettivamente sotto il profilo estetico. La sceneggiatura (e dunque la storia) è assolutamente identica: il racconto della vita quotidiana di una cinquantenne divorziata, con figli grandi, già nonna. Che però non si rassegna ad essere solo questo.

Gloria (sembra quasi un nome di battaglia, ed asseconda, incredibile!, l’uso della canzone di Umberto Tozzi, nella versione in inglese) ama cantare, in auto, a squarciagola, mentre va al lavoro; ama ballare, senza troppe preoccupazioni sul come, e per questo frequenta locali notturni e non perde un brano sulla pista; ha voglia di fare l’amore, sebbene non sia semplice incontrare la persona giusta, per quello. Non lo è a venti, trent’anni; figuriamoci dopo i quaranta, quando le esperienze hanno già lasciato il segno e spesso non è un buon segno. Esemplare ciò che accade con Arnold (Turturro): un affascinante uomo, come si dice, “maturo”, che però è invecchiato senza crescere (copyright sempre di Croce e delizia).

Un modello umano maschile molto diffuso, ho pensato: dice di avere chiuso con il matrimonio ventennale, con la sua ex famiglia. Ma invece no. Di punto in bianco il passato torna a galla, nei momenti più inopportuni, e dà il diserbante sul presente e quindi anche sul futuro. A quante è capitato? Non è un luogo comune: per gli uomini è più difficile chiudere davvero e senza strascichi, magari anche senza drammi. Capita che non riescano a farlo, a ricominciare daccapo, con la mente libera dai sensi di colpa e dagli impegni presi anni prima, che inconsciamente considerano traditi.

A tratti il film è lento, talora le situazioni sono volutamente squallide, persino poco credibili tanto estreme nella loro negatività. Manca il dramma, però, della Gloria cilena, manca la visione dei corpi nudi un po’ consumati dall’età. Il film è ad uso degli States. Non si poteva esagerare con la sottolineatura della “normalità”: ché Julianne Moore certo tale non è, è in forma perfetta, è elegante, è persino fredda agli occhi dello spettatore, di fronte alle sfortune sentimentali in cui si imbatte. Turturro riesce invece a perdere tutto il suo charme, impersonando bene un uomo odiosamente vigliacco, tanto da apparire goffo come in realtà non è.

Alla fine dei conti, credo meriti 3 🎬 🎬🎬, ma vi raccomando di recuperare la versione “cilena” che è di certo migliore.

Copia originale

Lo confesso: ho visto questo film per caso, senza sceglierlo, ingannata, per mia distrazione, dalla lettura della programmazione dei cinema on line. Mi sono infilata in una sala di periferia (quelle dei salesiani, che ogni tanto ancora sopravvivono eroicamente) convinta di trovare una pellicola, ed invece la locandina all’entrata annunciava Copia originale; di cui non sapevo nulla, nemmeno avevo in mente di vederlo.

Forse è la prima volta che mi capita, di andare al cinema “impreparata” e a dirvela tutta non è niente male (c’è chi ne fa un punto di forza, di non leggere mai, prima, nessuna recensione, per essere senza filtri e tabula rasa di fronte alle immagini e alle storie, così da lasciarsi andare e formulare un giudizio originale). La regista trentanovenne è alla sua opera prima, come lungometraggio: sceglie di raccontare una storia vera, quella di Lee Israel (interpretata magistralmente da Melissa McCarthy, solita a ruoli comici, ma qui a tratti capace di impersonare un’eroina tragica e grottesca), una biografa divenuta famosa tra gli anni Settanta e Ottanta, rendendosi autrice di narrazioni molto apprezzate sulle vite di Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estée Lauder e della giornalista Dorothy Kilgallen.

Il titolo originale del film è Can You Ever Forgive Me, che è poi quello del libro da cui è tratto: autrice la stessa Israel, che parla proprio di sé e delle vicende drammatiche ed insieme eroiche che sono seguite ad un momento di grave crisi artistica ed economica della sua esistenza. Per chi scrive, la paura del foglio bianco credo non sia mai del tutto sopita. Insieme a quella del non essere più apprezzato dai lettori e conseguentemente dagli editori.

È ciò che succede alla protagonista che scivola piano piano in un oblio misto a malcelato disprezzo negli ambienti intellettuali della grande mela, dove il film è ambientato. Il bisogno di denaro per sopravvivere e per curare la sua amatissima gatta la spingono ad oltrepassare il limite della legalità, sfruttando le sue immense capacità creative e una notevole cultura bibliografica. Nella solitudine tipica dei momenti difficili (quelli in cui tutti i falsi amici se la danno a gambe) la scrittrice trova un compagno di avventura, un personaggio ancor più irregolare di lei, uno di cui nessuno dovrebbe fidarsi, ad avere un po’ di sale in zucca.

Con una colonna sonora raffinata, che da sola descrive quel tempo e quegli ambienti newyorkesi (sentite per esempio Jeri Southern in I trought of you last night) il film si addentra nella cupezza della disperazione esistenziale di Israel, non risparmiandole alcunché e dunque non risparmiando gli spettatori: gli effetti della sua depressione sono tangibili, contagiano gli ambienti che la circondano. Ci sono momenti della storia in cui, non conoscendo il finale, mi sono convinta che si sarebbe tolta la vita.

Insomma, una vicenda che merita di essere conosciuta e magari approfondita, leggendo il libro di Israel, che è stato molto apprezzato dal New York Times tanto da scriverne: “se fossi una libraia non farei entrare Lee Israel, ma certamente mi assicurerei di avere il suo ultimo libro sugli scaffali”.

3 ciak 🎬 🎬🎬 da Decima Musa alla biografa americana, grande falsaria di preziosi originali.

Loro chi?

Il film è del 2015 ma il regista, Francesco Miccichè, è lo stesso di Compromessi sposi pellicola ora nelle sale (recensita qui). Loro è il nome del gruppo musicale, pensato apposta per garantire quell’anonimato che serve a una banda di “onesti”‘professionisti della truffa. Quando li cercano, chiedono di loro; e anziché una risposta, la domanda del titolo. Lo scopo è dileguarsi, fare il colpo e sparire nel nulla.

Loro chi? Un film con un bel ritmo, Giallini bravissimo, si prende gioco di tutti, anche del pubblico a un certo punto, quando sembra che la storia abbia preso una piega “buona” dove addirittura trionfa l’amicizia, seppure fondata sull’idea di essere soci dell’imbroglio. Continua a leggere Loro chi?

La Befana vien di notte

C’è chi passa la vita a distruggere i sogni dei più piccoli e chi invece pensa che si debbano tutelare come un bene prezioso, anche attraverso il cinema. Questa volta, invece del trito e ritrito Babbo Natale, è la Befana ad essere considerata una specie in via di estinzione: degna quindi di un intero film che racconta di lei, di quanti anni abbia (più di cinquecento!), da dove sia venuta, cosa faccia tutto l’anno, tra una calza e l’altra. A prestare la sua (bella) faccia alla vecchina volante è la poliedrica Paola Cortellesi, che, dopo avere incassato, con Come un gatto in tangenziale (qui la mia recensione) il Biglietto d’oro, premio per i migliori incassi nel 2018 tra gli italiani, si diletta in un ruolo davvero originale, al quale regala la sua dirompente personalità attoriale.

Anche il regista non è uno qualsiasi: la carriera di Michele Soavi è infatti articolata e per molti versi trasgressiva, annoverando horror, grottesco, fantasy, polizieschi (anche, per la televisione, la nota serie Rocco Schiavone). Il racconto però è disegnato per i ragazzini, della stessa età dei protagonisti, cioè preadolescenti. Per questo mi ha ricordato I Goonies, un film di avventura che mi aveva appassionato molto, anche per il ritmo serrato e per gli enormi rischi che i minorenni decidono, per puro coraggio, di assumersi.

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Ben is back

Il tema della tossicodipendenza dei giovanissimi non è così diffuso nonostante sia invece dilagante questa maledetta piaga, sottovalutata e sfruttata dalle organizzazioni criminali.

Questo film, che vede Julia Roberts assoluta protagonista (perché il racconto è quello del dramma di una madre disperata quanto determinata) ripropone un ottimo Lucas Hedges (l’appena ventitreenne, figlio del regista), dopo il successo di Manchester by the sea (dal 14 gennaio su Netflix! Se vi va rileggete qui la mia recensione).

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