Archivi categoria: 3 ciak – film da vedere

Poli opposti

Su Netflix c’è questo film, lo segnalo a chi ha voglia di una storia romantica e leggera, ben girata ed anche divertente, con lo sfondo di Roma (tutti, in questo periodo, ne parlano male ma è stra-bella, ed io non mi stanco mai di vederla, nei film e dal vivo).

Certo il titolo, secondo me, è sbagliato. O meglio: serve per attirare l’attenzione e giustificare la locandina, ma i due protagonisti non sono affatto agli antipodi, se non in apparenza. D’altronde, le storie d’amore migliori richiedono affinità elettive di sostanza (io per esempio non starei mai con una persona a cui non piace il cinema, tanto per dirne una).

Certo, Stefano e Claudia “remano”, nelle loro vite professionali,  in direzioni opposte: lui (un terapista) per risanare coppie in crisi, lei (un avvocato) per “armare” a dovere le sue clienti (tutte rigorosamente donne) nell’agone distruttivo dei giudizi di divorzio (ma non sarebbe meglio, quando l’amore finisce, lasciarsi senza guerre pubbliche e non uccidere anche i ricordi più sani del sentimento passato?). Continua a leggere Poli opposti

C’è tempo

Quando non si è più bambini, si capisce, a volte improvvisamente, spesso per qualche evento della vita, che la cosa più preziosa che ciascuno di noi ha è il tempo. Il titolo dell’ultimo film di Veltroni (il primo a non essere un documentario, ma una commedia) è rassicurante e infonde speranza.

Sentirsi dire che “c’è tempo” abbassa i battiti cardiaci, fa sentire sollevati, toglie l’ansia che è sempre dietro l’angolo. Ed è un titolo che non può non far pensare alla omonima, splendida canzone di Ivano Fossati (da riascoltare qui). I temi non sono molto diversi, quindi davvero potrebbe essere una citazione. Che c’è tempo lo dice Stefano (Fresi) al piccolo Giovanni (Fuoco), alla sua prima apparizione cinematografica.

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The Hate U Give

Forse sono noiosa con questa storia del titolo in lingua originale (mal)tradotto in italiano, tanto da dare un’idea, secondo me, un po’ distorta di ciò che ci aspetta al cinema. Ma sto constatando che è una costante, ed in alcuni casi, come quello del film di cui vi parlo, è per me una scelta poco comprensibile. Ebbene: “l’odio che dai” è diventato “il coraggio della verità”. Il tema del racconto però (come vi dirò di origine letteraria) è proprio quello di cosa succeda ad un bambino che sin dai primi anni di vita ha ricevuto e visto il male, la cattiveria, la violenza.

L’argomento eroico (“il coraggio della verità”) di avere la forza di dire le cose come stanno, anche contro tutti, è certamente presente nella narrazione, ma non ne è il nocciolo.

Per capire: il titolo originale è il verso, più volte richiamato dai protagonisti, di un pezzo del grande rapper e attivista Tupac, Thug Life, “the hate u give little infants fuck everyone“. L’odio che riversiamo sui più giovani fotte tutto il sistema (guardate qui).

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Momenti di trascurabile felicità

Nella mai sopita diatriba “è più bello il libro o il film” che si accende ogni qual volta al cinema si dà vita a un’opera letteraria, in questo caso (ma non è quasi sempre così?) per me (stra)vince il libro. Anzi i libri: perché il racconto cinematografico è liberamente tratto sia dall’’opera che dà il titolo che dalla sua “antitesi”, dedicata all’infelicità.

A dirla tutta però, stavolta era ancora più prevedibile che l’esito della fatidica domanda fosse a favore della carta: l’idea di Daniele Luchetti (un regista che amo molto, sempre originale e profondo: da ultimo, ricordate Io sono tempesta? Da rileggere qui) era certamente ardita e di partenza tutta in salita. Sebbene la scelta dell’attore protagonista, lo strambo, onirico, affabulatore Pif non poteva essere più azzeccata.

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Gloria Bell

C’e una cosa da sapere sul personaggio femminile messo in scena (in salsa USA) dal regista cileno Lelio con il volto artisticamente impeccabile di Julianne Moore: è il remake di un precedente, con lo stesso nome (Gloria) del 2013, interpretato da Paulina Garcia (guardate qui e se non lo avete ancora visto fatelo perché il confronto è utile per farsi un’idea dell’abisso che divide il nord e il sud del continente americano).

La Garcia vinse, quell’anno, il premio come migliore attrice protagonista a Berlino. Meritatissimo: una perfetta declinazione della cinquantenne indomita, nonostante gli effetti dell’età, che (citando un film appena visto) sono croce e delizia. Croce, perché le rughe, mannaggia, sono la preoccupazione (forse sciocca) di noi tutte, insieme al corpo che cambia (sempre citazione, made in Litfiba, ve la ricordate?, al cinema ci ho pensato…). Delizia perché (come succede a Gloria) gli “anta” portano equilibrio, saggezza, sicurezza. Capacità di andare avanti di fronte agli attacchi della vita e sopratutto alle ingiurie del nostro “prossimo” (tutt’altro che vicino).

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Copia originale

Lo confesso: ho visto questo film per caso, senza sceglierlo, ingannata, per mia distrazione, dalla lettura della programmazione dei cinema on line. Mi sono infilata in una sala di periferia (quelle dei salesiani, che ogni tanto ancora sopravvivono eroicamente) convinta di trovare una pellicola, ed invece la locandina all’entrata annunciava Copia originale; di cui non sapevo nulla, nemmeno avevo in mente di vederlo.

Forse è la prima volta che mi capita, di andare al cinema “impreparata” e a dirvela tutta non è niente male (c’è chi ne fa un punto di forza, di non leggere mai, prima, nessuna recensione, per essere senza filtri e tabula rasa di fronte alle immagini e alle storie, così da lasciarsi andare e formulare un giudizio originale). La regista trentanovenne è alla sua opera prima, come lungometraggio: sceglie di raccontare una storia vera, quella di Lee Israel (interpretata magistralmente da Melissa McCarthy, solita a ruoli comici, ma qui a tratti capace di impersonare un’eroina tragica e grottesca), una biografa divenuta famosa tra gli anni Settanta e Ottanta, rendendosi autrice di narrazioni molto apprezzate sulle vite di Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estée Lauder e della giornalista Dorothy Kilgallen.

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Loro chi?

Il film è del 2015 ma il regista, Francesco Miccichè, è lo stesso di Compromessi sposi pellicola ora nelle sale (recensita qui). Loro è il nome del gruppo musicale, pensato apposta per garantire quell’anonimato che serve a una banda di “onesti”‘professionisti della truffa. Quando li cercano, chiedono di loro; e anziché una risposta, la domanda del titolo. Lo scopo è dileguarsi, fare il colpo e sparire nel nulla.

Loro chi? Un film con un bel ritmo, Giallini bravissimo, si prende gioco di tutti, anche del pubblico a un certo punto, quando sembra che la storia abbia preso una piega “buona” dove addirittura trionfa l’amicizia, seppure fondata sull’idea di essere soci dell’imbroglio. Continua a leggere Loro chi?