Archivi categoria: 3 ciak – film da vedere

Copia originale

Lo confesso: ho visto questo film per caso, senza sceglierlo, ingannata, per mia distrazione, dalla lettura della programmazione dei cinema on line. Mi sono infilata in una sala di periferia (quelle dei salesiani, che ogni tanto ancora sopravvivono eroicamente) convinta di trovare una pellicola, ed invece la locandina all’entrata annunciava Copia originale; di cui non sapevo nulla, nemmeno avevo in mente di vederlo.

Forse è la prima volta che mi capita, di andare al cinema “impreparata” e a dirvela tutta non è niente male (c’è chi ne fa un punto di forza, di non leggere mai, prima, nessuna recensione, per essere senza filtri e tabula rasa di fronte alle immagini e alle storie, così da lasciarsi andare e formulare un giudizio originale). La regista trentanovenne è alla sua opera prima, come lungometraggio: sceglie di raccontare una storia vera, quella di Lee Israel (interpretata magistralmente da Melissa McCarthy, solita a ruoli comici, ma qui a tratti capace di impersonare un’eroina tragica e grottesca), una biografa divenuta famosa tra gli anni Settanta e Ottanta, rendendosi autrice di narrazioni molto apprezzate sulle vite di Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estée Lauder e della giornalista Dorothy Kilgallen.

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Loro chi?

Il film è del 2015 ma il regista, Francesco Miccichè, è lo stesso di Compromessi sposi pellicola ora nelle sale (recensita qui). Loro è il nome del gruppo musicale, pensato apposta per garantire quell’anonimato che serve a una banda di “onesti”‘professionisti della truffa. Quando li cercano, chiedono di loro; e anziché una risposta, la domanda del titolo. Lo scopo è dileguarsi, fare il colpo e sparire nel nulla.

Loro chi? Un film con un bel ritmo, Giallini bravissimo, si prende gioco di tutti, anche del pubblico a un certo punto, quando sembra che la storia abbia preso una piega “buona” dove addirittura trionfa l’amicizia, seppure fondata sull’idea di essere soci dell’imbroglio. Continua a leggere Loro chi?

La Befana vien di notte

C’è chi passa la vita a distruggere i sogni dei più piccoli e chi invece pensa che si debbano tutelare come un bene prezioso, anche attraverso il cinema. Questa volta, invece del trito e ritrito Babbo Natale, è la Befana ad essere considerata una specie in via di estinzione: degna quindi di un intero film che racconta di lei, di quanti anni abbia (più di cinquecento!), da dove sia venuta, cosa faccia tutto l’anno, tra una calza e l’altra. A prestare la sua (bella) faccia alla vecchina volante è la poliedrica Paola Cortellesi, che, dopo avere incassato, con Come un gatto in tangenziale (qui la mia recensione) il Biglietto d’oro, premio per i migliori incassi nel 2018 tra gli italiani, si diletta in un ruolo davvero originale, al quale regala la sua dirompente personalità attoriale.

Anche il regista non è uno qualsiasi: la carriera di Michele Soavi è infatti articolata e per molti versi trasgressiva, annoverando horror, grottesco, fantasy, polizieschi (anche, per la televisione, la nota serie Rocco Schiavone). Il racconto però è disegnato per i ragazzini, della stessa età dei protagonisti, cioè preadolescenti. Per questo mi ha ricordato I Goonies, un film di avventura che mi aveva appassionato molto, anche per il ritmo serrato e per gli enormi rischi che i minorenni decidono, per puro coraggio, di assumersi.

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Ben is back

Il tema della tossicodipendenza dei giovanissimi non è così diffuso nonostante sia invece dilagante questa maledetta piaga, sottovalutata e sfruttata dalle organizzazioni criminali.

Questo film, che vede Julia Roberts assoluta protagonista (perché il racconto è quello del dramma di una madre disperata quanto determinata) ripropone un ottimo Lucas Hedges (l’appena ventitreenne, figlio del regista), dopo il successo di Manchester by the sea (dal 14 gennaio su Netflix! Se vi va rileggete qui la mia recensione).

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7 uomini a mollo

Francia, periferia urbana. Qui si svolgono le esistenze un po’ sdrucite dei protagonisti, uomini non belli, non di successo, non ricchi. Sconfitti e marginali, alle prese con le miserie di un quotidiano dove non riescono a trovare la felicità e la soddisfazione di sé a cui ognuno avrebbe diritto. Il protagonista, Bertrand, assomma una serie di negatività che lo rendono ultimo tra gli ultimi: ha quarant’anni e soffre di una grave depressione; per questo ha perso il lavoro ed insieme la stima ed il rispetto dei suoi figli.

Gli rimane una pietà affettuosa elargita dalla moglie, che però, evidentemente, non crede più in lui e nelle sue possibilità di riscatto. Il punto di incrocio di queste grigie esistenze è la piscina del paese, dove i sette si iscrivono ad un neoistituito corso di nuoto sincronizzato maschile. Nessuno di loro è in forma fisica, né dotato di grazia e muscolatura adatte a uno sport così difficile; eppure decidono di provarci, ciascuno con una propria motivazione di ricerca di riscatto, di una sfida da tentare di vincere.

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Un piccolo favore

Plauso al regista e scrittore Paul Fleig per avere costruito un vero giallo psicologico ad alta tensione, con due donne (antitetiche) come protagoniste. Per lui è una novità, essendo autore di commedie per ridere senza pensare. Fino alla fine rimarrete con il fiato sospeso, indecisi per chi parteggiare, privi di certezze su chi sia la vittima e chi il carnefice.

Il tutto è ambientato in una linda periferia newyorkese: quei luoghi idilliaci dove le case sono tutte belle, i giardini tutti curati, le mamme impeccabili e i bambini felici. Apparenze. Quelle che il film vuole demolire pezzo per pezzo, partendo da due immagini al femminile contrapposte, due modelli umani ben delineati e ben interpretati: Stephanie è una mamma single (perché vedova) assolutamente impeccabile nei suoi doveri genitoriali, tanto da essere guardata storto da tutte le altre, in cui ingenera un insopportabile senso di inferiorità.

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La prima pietra

Questo film è una chicca, l’ho visto purtroppo in una splendida sala cinematografica semivuota, con soli altri tre spettatori. Se però appartenente a quel meraviglioso cenacolo di persone mentalmente aperte, cui interessa approfondire con ironia il tema così attuale, discusso, bistrattato e demonizzato dell’integrazione tra persone di cultura, tradizione, religione, colore diversi, rimpolpate (vi prego!) i numeri del botteghino e non credo ve ne pentirete.

Il regista si ispira ad una piece teatrale di Stefano Massini, ed è evidente, perché il racconto si svolge entro confini spaziali molto limitati: il palcoscenico delle riprese è una scuola elementare, in particolare la stanza del preside, interpretato in modo incisivo e convincente da Corrado Guzzanti. Si snoda nelle poche ore di un 23 dicembre pre-natalizio, che precedono le vacanze ma soprattutto la recita, con canti e rappresentazione ecumenica della natalità.

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