Archivi categoria: 3 ciak – film da vedere

Wajib Invito al matrimonio

Di questi tempi si tende a trattare problemi complessi a suon di battute e twittate. Con un post di dieci righe buttato lì senza pensarci quella manciata di secondi che può fare la differenza (tra una stupidaggine ed una frase meditata), si pensa di potere fornire ricette risolutive; anche a questioni internazionali, a conflitti culturali, a diversità di tradizioni e fedi religiose. Al contrario, la regista palestinese Anne-Marie Jacir (che ha vissuto per molto tempo all’estero ed oggi risiede ad Haifa, in Israele) ci fa vivere quasi cento minuti di riflessione ed analisi, attraverso i dialoghi e le espressioni dei protagonisti, sui temi della convivenza forzata di due popoli in atavica contrapposizione (gli israeliani e i palestinesi) e dello scontro generazionale tra chi è legato alla tradizione e chi, anche grazie ai viaggi ed al confronto con il mondo occidentale, si sente cosmopolita e libero da tutte quelle regole secolari, ormai percepite come insopportabili.

L’occasione del racconto, sempre ironico e brillante, è l’imminente matrimonio di Amal, la sorella di Shadi, tornato apposta da Roma in Cisgiordania per partecipare, insieme al padre, al rito della consegna casa per casa degli inviti alla festa (il rito chiamato appunto Wajib). Il film è tutto qui, puntato sul giovane architetto palestinese che vive e lavora in Europa ed il genitore, uno stimato ed amato professore di scuola, ligio ai dettami della sua cultura.

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A beautiful day

Scrivere di questo film è difficilissimo, sebbene sia qualificato come thriller e di solito il genere si caratterizzi per la complessità della trama, la suspense ed il finale a sorpresa. Qui non c’è niente di tutto questo, si tratta di un lavoro davvero particolare e sconsigliato a chi ama formulare giudizi netti prima ancora che siano finiti i titoli di coda.

Il racconto è tratto da un romanzo breve di Jonathan Ames, edito in Italia da Baldini & Castoldi (“Non sei mai stato qui”) ed è incentrato sul personaggio principale, interpretato da Joaquin Phoenix in modo intenso e con toni espressionistici, quasi senza parole. Lo scorso festival di Cannes è stato premiato con la palma d’oro come migliore attore (insignita anche la sceneggiatura, a dimostrazione del valore di questa pellicola, pur apparentemente scarna e povera di dialoghi).

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L’amore secondo Isabelle

Di questo film ho letto che l’autrice della sceneggiatura è Christine Angot, nota in Francia come maestra del romanzo autobiografico, della descrizione dei sentimenti all’interno della famiglia. In realtà, proprio la sceneggiatura è ciò che mi è piaciuto di meno e mi ha stupito scoprire che fosse “di autore”: ho trovato i dialoghi davvero noiosi, privi di quella tipica brillantezza del cinema francese, involuti e anche un po’ vuoti, estremamente superficiali. Tanto che non mi è capitato di dovermi appuntare, come sempre succede, “la frase del film”.

Ho anche pensato che fosse voluto quel loop di conversazioni a due sempre sugli stessi temi, intorno all’amore, il sesso, il rapporto di coppia, i comportamenti, le ripicche, le vendette. Di questo infatti, e solo di questo, senza una reale trama, parla il film, che è tutto incentrato su una figura femminile: la bella cinquantenne Isabelle, divorziata, con una figlia di dieci anni, che però, in tutta la storia, si vede soltanto per qualche istante. Non a caso, credo: nella vita di Isabelle non c’è spazio nemmeno per la maternità, il suo unico pensiero, quasi ossessivo, è trovare un uomo che la ami stabilmente, trovare l’amore vero. Invece, si imbatte in una delusione dopo l’altra, in illusioni fatue capaci di portarle solo qualche notte di apparente felicità.

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La casa sul mare

Il botteghino per ora non premia questo film francese, di un regista noto oltralpe per essere capace di descrivere l’amore ed i sentimenti più intimi. I siti web di cinema lo qualificano come “drammatico” ma la storia raccontata da Guédiguain è un semplice spaccato di vita “normale”, di persone “normali”, che hanno superato la mezza età, per diversi motivi a disagio con il mondo che li circonda.

La crisi che ciascuno vive si acutizza a causa della malattia del padre: i tre fratelli, che da anni non condividevano alcunché, si ritrovano nella vecchia casa sul mare costruita dai genitori quando erano ragazzini, incastonata in un calanco sulla costa marsigliese. Uno di loro, Armand, non si è mai allontanato, ha continuato a gestire il ristorante voluto dal padre per omaggiare un ideale di sinistra, di dare cibo buono a tutti. L’altro, Joseph, è un intellettuale inespresso, che si presenta ai familiari accompagnato da una compagna giovanissima, quasi una figlia quanto a differenza di età, che però ben presto si comprende essere già molto lontana da lui ed in procinto di lasciarlo, per un uomo più giovane e per un’esistenza più veloce. La sorella, Angele, è una famosissima attrice teatrale, ha accumulato denaro e notorietà e sono anni che non torna a casa.

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Loro 1

Ero indecisa se scrivere di Loro dopo averli visti entrambi oppure seguire l’andamento a “puntate” scelto dal regista e dire la mia dopo i primi cento minuti, senza sapere quali esiti finali avrà il biopic d’autore che tutti attendevano (con curiosità, ansia e forse anche preoccupazione), in testa il protagonista, l’immortale B., “Lui”, come è rubricato sulle agende telefoniche dei più fedeli. Poi ho scelto di scrivere subito, perché già quello che ho visto merita un commento e non si può attendere fino a metà maggio, sennò i pensieri scappano via.

Appena uscita dal cinema ho riflettuto su questo: il tanto temuto attacco alla persona che ha condizionato (e condiziona) da decenni le televisioni, il costume e la vita politica del Bel Paese proprio non c’è stato. Almeno finora.

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Io sono tempesta

Due grandi attori (Giallini e Germano) si fanno condurre da Luchetti in una storia che oscilla tra l’iperrealismo e la parabola, raccontata con toni eccessivi e per la verità in gran parte espressiva proprio (e solo) grazie a loro.

Giallini è un super milionario che ha costruito la sua fortuna, costantemente, sull’inganno, l’imbroglio, l’elusione. Coadiuvato da schiere di avvocati e consulenti, riesce allegramente a violare le leggi dello Stato ed a prendersi gioco del Fisco, maneggiando con il denaro come fosse quello del Monopoli. È riuscito ad accumulare una tale ricchezza materiale che può permettersi di comprare tutto, persone incluse. Partendo da sotto zero, da un padre che lo insultava ed umiliava, che entrava ed usciva dal carcere, Numa Tempesta ha trovato nei soldi il modo per riscattarsi, con la soddisfazione di accumularli senza fatica, giochi di prestigio con le banche e palazzine costruite nel deserto.

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Io c’è

Il film ha un tema, quello della religione, o meglio delle religioni, che di rado (o forse mai) è affrontato dal cinema, se non per raccontare di personaggi appartenenti all’una o all’altra confessione, magari in modo eroico o come ricostruzione storica. Ci vuole coraggio per fare dell’argomento “fede” l’oggetto di un racconto tra il dissacrante e l’ironico, una riflessione senza veli sulle impalcature costruite dall’uomo intorno al concetto del divino, all’idea di Dio da distribuire sulla terra ai credenti, per renderli prima di tutto dipendenti, in cambio alleviando le loro solitudini o sofferenze personali con la speranza di un al di là migliore di qui.

Il regista, non nuovo in realtà ad un approfondimento del genere (si pensi a Orecchie sul quale vi invito a vedere questo link), questo coraggio, almeno nelle intenzioni e nell’idea di base, lo ha avuto. Anche scegliendo attori capaci di interpretare a dovere lo sguardo disincantato dell’autore del soggetto: Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston. Sono bravi, fanno anche molto ridere, soprattutto all’inizio. Nelle scene in cui si decide, per bassissime ragioni “fiscali”, di lanciare la sfida alla casa di accoglienza per “turisti” gestita dalle suore, dirimpettaie del pretenzioso quanto male in arnese B&B “Miracolo italiano”, gestito, in perdita, da Massimo.

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