Archivi categoria: 4 ciak – film da non perdere

Grazie a Dio

Nel vedere questo film, premiato alla Berlinale 2019, in lingua originale, con i sottotitoli in italiano, è stato ancora più facile dire a me stessa che un’opera così coraggiosa, su un tema tanto delicato ed attuale e scottante per la chiesa cattolica, non poteva che provenire da un regista d’oltralpe.

Si tratta di una vicenda realmente avvenuta che ha sconvolto la comunità religiosa lionese, arrivando come un proiettile fino al Vaticano; e squarciando il velo dell’omertà che troppo spesso copre violenze e sopraffazioni sui più deboli. In questo caso i deboli sono bambini o adolescenti, affidati dalle famiglie a un prete che, anziché proteggerli ed occuparsene come un pastore di anime, approfittava della loro ingenuità per sfogare i suoi istinti pedosessuali.

grazie a DioNon utilizzo la parola pedofilia, perché in uno dei taglienti dialoghi della pellicola, il personaggio principale (e primo accusatore) fa notare che quel termine significa amore per i bambini. Mentre il prete, il cui affetto malato anche lui aveva dovuto subire, i bambini li usava, con una forma di passione solo distruttiva per la loro crescita e nefasta per gli adulti che saranno. Continua a leggere Grazie a Dio

La vita invisibile di Euridice Gusmão

Vi consiglio di non perdere questo film, che mi ha lasciata per due ore e passa con lo sguardo fisso sullo schermo, spesso commosso e comunque estasiato anche per la bellezza estetica della pellicola (colori, fotografia, ambientazioni).

È stato, quest’anno, vincitore del Certain regard di Cannes; il regista e sceneggiatore brasiliano Karim Aïnouz lo ha liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Martha Batalha, in Italia pubblicato da Feltrinelli con il titolo “Eurídice Gusmão che sognava la rivoluzione” (mi propongo di leggerlo al più presto).

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5 è il numero perfetto

Ci sono diverse ragioni per non perdere questa chicca del cinema italiano (opera prima), appena presentata a Venezia 76 come evento speciale alle giornate degli autori. La prima è che è tratta da una graphic novel del bravo e originale fumettista, Igor Tuveri, classe 1958, in arte Igort, che ne è anche regista.

coverlg_homeQueste operazioni di “trasposizione” non sono semplici e costituiscono una sfida per chi disegna storie: il passaggio al grande schermo può avere effetti indesiderati, oppure animare con la magia degli effetti cinematografici i disegni ed i personaggi di carta (vi dico già che questo esperimento è riuscito almeno quanto quello di Zerocalcare, La profezia dell’armadillo).

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Così parlò Bellavista

Il 2019 ci ha portato via, poco dopo Andrea Camilleri, un altro “mostro sacro” della cultura contemporanea Made in Italy, Luciano De Crescenzo. Molto tempo fa, da ragazzina, lessi il suo libro cult (opera prima dell’autore) Così parlò Bellavista, edito nel 1977 da Mondadori. A pensarci oggi, credo – all’epoca – di non averci capito molto, anche se lo trovai divertente. Forse ne compresi un livello minimo di significato, e mi sfuggì il senso filosofico degli insegnamenti del professore. Per questo, da “grande”, ho voluto rivedere il film, che ho trovato liberamente scaricabile a questo link su Facebook.

Il racconto ha una trama semplice e la dimensione spaziale di un condominio napoletano, dove un gruppo di personaggi, molto caratterizzati, si riunisce con cadenza quotidiana a discutere di massimi sistemi nello studio di Bellavista (interpretato dallo stesso De Crescenzo, che mette in scena se stesso e le sue idee). I temi di base sono quelli dell’amore e della libertà, trattati come scelte alternative e non sovrapponibili; opzioni che rappresentano un modo di vedere la vita: l’amore, geograficamente, tipico del sud; la libertà, del nord (per semplificare, ma nella semplificazione sta la forza dell’opera, accessibile a tutti e insieme mai insulsa o volgare).

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La linea verticale

Nella settimana in cui Camilleri e De Crescenzo ci hanno lasciato al nostro destino, per fortuna – per chi vuole – con l’eredità delle loro parole e di filosofie di vita alternative all’odio, al livore e all’indifferenza, voglio dedicare qualche riga a Mattia Torre. Anche lui in questi giorni se n’è andato, un altro bravissimo autore, scrittore e sceneggiatore. Era nel pieno della sua vita e della sua attività creativa; non poteva, come Camilleri e De Crescenzo, annoverare tra i suoi ricordi due guerre mondiali, la liberazione, la prima costituzione repubblicana, quasi tutta la storia del 900, oltre a questo ventennio degli anni zero. Era del ‘72. Troppo giovane per morire.

Un peccato non potere più leggere, ascoltare e vedere le sue creazioni letterarie e cinematografiche, vere chicche di riflessione post moderna, occasioni imperdibili per scandagliare dentro noi stessi e il nostro tempo. Se non lo conoscete, per farvi un’idea, guardate questi cinque minuti de “I figli ti invecchiano”, un monologo di Valerio Mastandrea. Si tratta di un pezzo di una sua opera antologica, In mezzo al mare (Mondadori), che potete leggere ed anche ascoltare in uno splendido audiolibro, narrata da Valerio Aprea, Geppi Cucciari e sempre Valerio Mastandrea. Che è pure protagonista del film per la televisione, di cui vi parlo (evidentemente e drammaticamente autobiografico) che la Rai ha trasmesso in otto puntate lo scorso anno. Continua a leggere La linea verticale

Fauda

In arabo Fauda significa caos. Già partendo da qui, comprenderete il clima di questa serie televisiva made in Israele, ambientata in Cisgiordania, giunta alla sua seconda stagione su Netflix (gli estimatori come sempre accade congetturano sull’uscita della terza, che pare già in lavorazione e probabilmente in Italia dal 2020).

A me ha conquistato, ma leggendo sul web mi sono resa conto di non essere molto originale: ha avuto un notevole successo, soprattutto in patria, ma anche all’estero, dove viene doppiata solo in parte. Un plusvalore, senza dubbio, per entrare nell’autenticità del clima e del contesto: i dialoghi in arabo sono in lingua originale e sottotitolati, mentre nella versione italiana quelli in lingua israeliana sono doppiati. L’argomento è il conflitto israelo-palestinese in quei territori, una guerra quotidiana che si combatte applicando da entrambe le parti il principio, più volte ripetuto come un mantra dai protagonisti, di “occhio per occhio, dente per dente”.

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A mano disarmata

Claudia Gerini accetta la sfida di interpretare un’eroina dei nostri giorni, tuttora vivente (nonostante gli enormi rischi che si è assunta e che tutt’oggi pesano sull’incolumità sua e dei suoi familiari), in un racconto di cronaca vera e vissuta: dimostrando di essere una brava attrice drammatica e di avere una rara versatilità nel passare da ruoli brillanti a parti come questa, dove da ridere c’è davvero pochissimo (guardate qui, gli ultimi film recensiti, che l’hanno vista protagonista).

Parlo subito di lei, plaudendo al suo valore e al pathos che è stata capace di trasmettere agli spettatori, perché ho considerato veramente difficile calarsi con naturalezza nel ruolo di Federica Angeli, la giornalista de La Repubblica divenuta famosa in questi anni per le sue inchieste sulla mafia di Ostia, sul litorale romano. Addirittura, la stessa Federica si è stupita di vedersi rappresentata con tanta naturalezza e fedeltà: ho letto in un’intervista che i suoi stessi figli hanno confessato di avere dimenticato, nel vedere il film, che a interpretare la madre fosse un’altra persona e non lei stessa (una sensazione simile a quella di cui vi ho parlato ne Il Traditore, pochi giorni fa).

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