Archivi categoria: 5 ciak – i TOP film

Suburra 1, la serie

In corrispondenza dell’uscita su Netflix della seconda stagione di Suburra (disponibile dal 22 febbraio), facciamo il punto sulla prima, che spero abbiate visto; altrimenti vi consiglio di recuperare il tempo perduto approfittando del fatto che dal 15 febbraio è visibile in chiaro su Rai 2, ogni venerdì alle 21.10.

Io sono davvero appassionata delle atmosfere di questo film “a puntate”, così fortemente legate alla Capitale: tanto da preferirle, insieme ai suoi personaggi, a quelle, ancor più ruvide, di Suburra, il lungometraggio diretto da Sollima, tratto dal romanzo di De Cataldo (qui potete leggere la mia recensione).

“All’ombra di Roma c’è un altro impero”: così in questi giorni sono preannunciate le nuove avventure di Aureliano (Borghi), Spadino (Ferrara) e Lele (Valdarnini) i tre protagonisti della saga nera diretta da Michele Placido. Ed effettivamente, il mondo che ci viene descritto nei 10 episodi della prima stagione (capace di creare vera dipendenza e perniciosa insonnia) è quello “di mezzo”, che ha fatto da protagonista davvero nella vicenda criminale di Mafia capitale.

La bellezza di Suburra però sta nell’essere insieme così realistico ma romanzesco: non c’è cronaca nella narrazione, che diventa quasi epica, con personaggi obiettivamente negativi ai quali però il pubblico si affeziona. Tifa per loro. Come avviene per Diabolik ed Eva. Qui il personaggio femminile intorno al quale girano le storie losche di soldi e potere è Sara, interpretata in modo secondo me eccezionale da Claudia Gerini. Non c’è nulla di sano negli ambienti descritti: non la Chiesa, non le istituzioni, non le forze di polizia. Quasi a dire che chi è onesto (aggettivo abusato) non ha speranza di sopravvivere nella giungla impietosa della capitale.

Una menzione speciale merita Francesco Acquaroli, la vera anima nera, radicata, del mondo di mezzo. È pietoso con gli animali e con la sua mamma ottuagenaria. Tutto il resto dell’umanità è valutato e trattato a seconda di ciò che può dare, di quanto può fruttare. Perché tutti, proprio tutti, anche coloro che si proclamano puri, hanno un prezzo. È davvero così? Provate a farvi questa domanda alla fine dell’ultima puntata, e prima di attaccare con la seconda stagione.

Una raccomandazione: fate un tour sui luoghi di Suburra a Ostia, sono bellissimi, soprattutto d’inverno. In particolare il quartier generale della famiglia di Aureliano: vi do una dritta, si chiama La vecchia pineta, e vi sentirete sul set di Suburra a percorrere quel molo di legno sul Tirreno.

Per me sono senza dubbio 5 ciak 🎬 🎬🎬🎬🎬. Un capolavoro, un racconto vero e insieme crudamente poetico su chi siamo.

Broadchurch

Cinefili: niente scandalo se da oggi inauguro, ogni tanto, una rubrica sulle serie televisive che mi sono piaciute. Sarebbe ormai fuori dal tempo ignorarle. Basti pensare, soltanto guardando ai nostri confini, che vi si ritrovano i migliori attori italiani. Inoltre, la distensione temporale, che va ben oltre le solite due ore di un film, consente approfondimenti e suspense non comuni; nonché la possibilità di affezionarsi in modo quasi maniacale alla storia raccontata (conosco persone che per arrivare alla fine rinunciano al sonno di una notte intera!). Quindi, mettete da parte gli snobbismi da puristi del grande schermo, e seguitemi, se possibile dicendo la vostra.

Voglio iniziare da Broadchurch, Made in UK. Una storia ambientata nell’Inghilterra meno conosciuta, quella lontanissima dalla capitale, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere. Il titolo è il nome di un villaggio di pescatori del Devon. Scogliere, spiagge enormi, pescherecci, case colorate su una sola strada. Un emporio, un hotel, un alimentari, un’edicola.

Tutti si conoscono, le case sono come senza pareti, tra i pochi abitanti del paese. La vita scorre talmente tranquilla da suscitare invidia; ma per poco, perché quel luogo ameno e rasserenante si fa scenario di un fatto misterioso e terribile, che coinvolge un ragazzino. Una sparizione e un delitto che mettono in subbuglio l’intera comunità. Si tratta di un racconto corale: ricorda alcuni romanzi di Agatha Christie, anche per la costruzione lenta quasi a spirale, centrifuga verso il centro e il disvelamento della verità. Sono coinvolti, necessariamente, tutti gli abitanti: ciascuno di loro “rappresenta” qualcosa di simbolico.

Prestate attenzione a questo, che è la forza del film; ogni elemento ha un senso, un significato che serve a snodare il groviglio che si cela dietro quell’evento sconvolgente. Al centro del racconto ci sono i detective: in questo Broadchurch è un giallo classico (più che un poliziesco: dimenticate sparatorie o spargimenti di sangue; o atteggiamenti sbirreschi: qui è tutto molto inglese!). Alec (il capo) ed Ellie (il suo braccio destro) tengono le fila di un’indagine che scava ben al di là della ricerca del colpevole.

Ogni aspetto più intimo della vita di quella piccola cerchia di persone pacifiche viene scandagliato e portato alla luce, svelando, se ancora aveste bisogno di saperlo, che le apparenze ingannano. Che quelli che sembrano avere il carattere peggiore sono i più autentici ed affidabili. Che la fedeltà tra le persone è una chimera difficile da ritrovare nella vita reale. Rimarrete con il fiato sospeso episodio dopo episodio perché ogni nuovo elemento acquisito alla conoscenza dei detective non farà che darvi la sensazione di andare fuori strada. Insomma, quello che deve essere un buon giallo. Per questo ve lo raccomando (io l’ho visto su Netflix); ed anche per apprezzare la bravura di David Tennant e Olivia Colman, i due attori protagonisti.

Quest’ultima è stata la regina Anna Stuart ne La favorita ed è questa l’altra ragione che mi ha spinto a parlare di serie per la TV (rileggete la mia recensione qui). Bellissimo l’approfondimento del rapporto tra loro, tra amicizia, conflitto, complicità, sempre sul filo di qualcosa d’altro. Come spesso succede tra colleghi. Non è forse sul lavoro che scoppiano gli amori più travolgenti?

Sono tre stagioni (per ora): l’ultima racconta una storia diversa, ma i temi sono sempre importanti e ben analizzati.

5 ciak 🎬 🎬🎬🎬 🎬e speriamo in un seguito.

Green Book

Credo di non esagerare nel giudicare Green book uno dei più bei film che ho visto, senza ulteriori specificazioni o limitazioni temporali. È infatti un’opera magnifica e necessaria, oggi come ieri; indispensabile perché profonda su temi ancora attuali; esteticamente bella, godibile grazie alla sua straordinaria colonna sonora (il protagonista è il grande pianista Don Shirley: è ispirato a una storia vera); divertente come solo dialoghi intelligenti e brillanti possono esserlo.

Peter Farrely (noto per tutt’altro genere di film: Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo) ci racconta l’amicizia (vera e durata per tutta la loro vita) tra un buttafuori italoamericano, Tony Lip, interpretato da un incredibile Viggo Mortensen (che per entrare nel personaggio è dovuto ingrassare di ben 20 kg!) e Don Shirley, un noto, elegantissimo e raffinato musicista afroamericano (Mahershala Ali, visto anche in House of cards e premiato agli ultimi Golden Globe come migliore attore non protagonista per questo ruolo).

I due sono antitetici, vengono da mondi diversi, partono da una apparente incomunicabilità: ma tanto si tratta solo di lavoro, perché Tony viene ingaggiato da Don per accompagnarlo come autista e “guardia del corpo” in un viaggio itinerante per gli Stati Uniti, per una stagione di concerti di due mesi. Siamo nei primi anni sessanta, però; e questa è la complicazione. In America in molti Stati c’è ancora la segregazione razziale.

New York, dove i protagonisti vivono, è ben diversa: già multietnica, vi si mescolano, con qualche spigolosità, italiani, indiani, neri, orientali. Il Bronx è territorio incontrastato di famiglie italiane numerosissime, che parlano dialetto e mangiano spaghetti, pizza e polpette. Già: il tempo in cui gli “invasori” erano (anche) gli italiani. Il tempo in cui (come vedrete sullo schermo) un siciliano immigrato negli USA poteva essere impunemente appellato “mezzo negro” da un poliziotto razzista.

Peccato che la memoria sia corta e che dalla storia continui a non impararsi nulla.

Invece da questo film si ha l’occasione di imparare molto, e non lasciatevi sfuggire l’occasione di farlo: non perdete una battuta delle conversazioni tra Tony e Don. Godetevi i loro sguardi e il lento cambiamento del loro rapporto. Osservate le situazioni terribili ed umilianti che ogni nero di pelle si trovava costretto a subire a quei tempi (ed ora: come siamo messi?). Il green book del titolo (non lo sapeva quasi nessuno, credo) era una orribile guida turistica per persone di colore, necessaria per viaggiare senza problemi.

C’erano hotel solo per neri o luoghi vietati, esclusivi per bianchi. Il concerto itinerante (in stati razzisti e culturalmente arretrati) è una sfida voluta dal Don: vuole farsi applaudire e ammirare da quegli stessi che gli impediscono di usare la toilette perché inibita a chi ha la pelle scura. Le oltre due ore di godibilissimo racconto vi porteranno ad un esito indimenticabile, soprattutto per gli amanti del jazz. Bella la descrizione della comunità italiana, chiassosa e piena di calore; ma anche portatrice di malavita “doc”, con gli esiti che conosciamo (la mafia è una delle nostre migliori esportazioni: altra dimenticanza di quelli con la memoria corta).

Per me sono 5 i ciak 🎬 che merita questo film. Imperdibile e indimenticabile.

Quasi amici

Oggi torniamo indietro di otto anni: credo che questo film lo meriti, me lo ero ingiustificatamente perso, quando è uscito al cinema. Sono riuscita in questi giorni a vederlo, certo senza la magia del grande schermo. Su Netflix; se anche voi ve lo eravate lasciati sfuggire, non esitate a seguire il mio esempio, saranno centododici minuti ben spesi. Che vi lasceranno addosso un senso affettuoso, di allegria e tenerezza, quello che sanno trasmetterti le persone semplici e di sostanza. Capaci di superare i limiti delle diversità e degli handicap che prima o poi nella vita di tutti ci annodano, rischiando di farci inciampare o, peggio, facendoci cadere rovinosamente.

La storia è ispirata ad una vicenda realmente accaduta, tanto che nei titoli di coda potrete vedere i veri protagonisti. Ciò rende il tutto ancora più apprezzabile: non so voi, ma l’idea che un racconto di umanità non sia frutto di fantasia ma abbia trovato riscontro reale nel rapporto tra due persone mi consola e mi rende ottimista bei confronti dei miei simili (ed anche di me stessa). In fondo non siamo (tutti) così cattivi…

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Ralph spacca Internet

Vi prego, non pensate che sia un film per bambini. Al di là dell’uso dell’animazione, il sequel di Ralph spaccatutto, oltre ad essere, originalmente, molto più bello del primo, è una storia comprensibile a fondo solo agli adulti; capace di suscitare una riflessione intelligente su temi “da grandi” come l’amicizia, la capacità di adattarsi ai cambiamenti, il rapporto della nostra vita con la tecnologia.

La storia è ambientata immediatamente prima dell’avvento di internet, in una sala giochi tradizionale, dove i protagonisti, Ralph e la sua piccola amica Vanellope “lavorano” durante il giorno, ciascuno nella propria realtà ludica, a beneficio dei ragazzini che quotidianamente frequentano il luogo (ormai impossibile trovarne uno: tutti soppiantati dal web e da console domestiche che non richiedono nemmeno l’uscita di casa!).

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Moschettieri del Re, la penultima missione

Ci vuole coraggio per fare un film ambientato nel ‘600, che ha come protagonisti regine ancelle e moschettieri; ci vuole bravura per farlo bene, riuscendo a fare ridere e a stupire spettatori di tutte le età; ci vuole spirito e cuore per mettere insieme attori come questi, che si percepisce siano amici tra loro, uniti al regista da qualcosa di molto più prezioso di una scrittura contrattuale e di un ciak.

C’è un collante umano e affettivo che riesce a coinvolgere anche il pubblico: soprattutto qui sta l’unicità dell’idea pazza e per certo versi infantile di Giovanni Veronesi, un artista eclettico ed empatico, che potete ascoltare ogni giorno (comprendendo chi sia davvero, attraverso la sua voce) su Radio 2 Rai, nella trasmissione che conduce con Massimo Cervelli “Non è un paese per giovani” (non perdete i suoi monologhi, sono spesso delle chicche capaci di smuovere anche i più arrugginiti con le lacrime). Se volete sapere quale sia il suo ultimo precedente al cinema lo trovate qui nel mio blog, con lo stesso titolo del programma radiofonico.

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Cold war

Il film di Pawel Pawlikoski (regista di Ida, Oscar 2015 come miglior film straniero) è un vero gioiello sia estetico che di contenuti. Anche questa volta la scelta è per il bianco e nero, accresciuto dal formato 4:3 quasi quadrato che concentra lo sguardo dello spettatore, come se fossero una serie di quadri d’autore quelli che scorrono davanti e non i fotogrammi di un lungometraggio.

Il filo conduttore è sempre estremamente malinconico, fa pensare alle note di Chopin: profondamente polacco, sarebbe facile dire. E non si sbaglierebbe, nonostante la banalità dell’affermazione. Questa infatti non è soltanto una storia d’amore tra due persone, non è solo un racconto di passione disperata, dove il lieto fine non farebbe che rovinare la poeticità delle situazioni; è anche una narrazione del profondo senso di attaccamento alla propria patria dei polacchi, così intensa da coinvolgere anche chi è nato a latitudini lontanissime. Come tutte le vere opere d’arte, nonostante la complessità e la particolarità dei temi, il loro stretto legale con il luogo e la storia della Polonia, questo film è capace di essere universale.

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