Archivi categoria: 5 ciak – i TOP film

Euforia

Nella sua seconda prova da regista la Golino dimostra un grande talento, oltre ogni più rosea aspettativa, secondo me. Ho trovato Euforia semplicemente perfetto, sotto ogni profilo. E sono contenta dell’evoluzione di questa attrice, che non si è fermata da una parte del ciak, dimostra di saper “utilizzare” al meglio gli attori, riesce a raccontare una storia di vita articolata e complessa, ma insieme fatta di eventi semplici, che avrebbe potuto essere banale e addirittura lamentosa.

Invece, anche grazie alla straordinaria coppia Mastandrea-Scamarcio, il racconto avvinghia gli spettatori, in un’altalena di riso e pianto, di disperazione e, appunto, euforia. In meno di due ore si entra a fondo nel rapporto dei due fratelli, nelle loro debolezze e nelle loro doti straordinarie.

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BlacKkKlansman

Praticamente impossibile pronunciare in modo sciolto il titolo di questo film. Dite che andare a vedere l’ultimo di Spike Lee, ma fatelo assolutamente, a costo di ripiegare sul cine-turismo. Perché nei momenti storici in cui su troppi temi prevale l’irrazionalità e la violenza (verbale e anche fisica) devono soccorrere, per noi umani, momenti di riflessione.

Servono le parole, i libri, il cinema. Il cinema serve moltissimo a pensare, non solo a passare un pomeriggio o ad avere una poltrona comoda dove mangiare pop corn (scusate la ramanzina…). Queste due ore saranno ben impiegate, perché ci raccontano vicende lontane 40 anni, dimostrandoci però che quel clima, quei sentimenti conflittuali sono ancora attuali.

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Dogman

Un film crudo e allucinato, ma insieme delicato e sentimentale, molto liberamente ispirato (solo come spunto) ad un fatto di cronaca e ad un personaggio di trent’anni fa, il “canaro” della Magliana: Pietro De Negri, titolare di un negozio di tolettatura per cani, responsabile di un omicidio crudele ai danni di un ex pugile.

Gli ingredienti di base ci sono, identici: Marcello (interpretato dall’incredibile Marcello Fonte, palma d’oro a Cannes 2018 come migliore attore) si dedica alla pulizia quotidiana dei migliori amici dell’uomo, in uno scalcinato negozio con l’insegna “Dogman”, nella periferia romana: un coacervo di case scrostate, di spazzatura, sale giochi, Compro oro, a pochi metri dalla spiaggia e da un Tirreno sempre grigio e per niente consolatorio.

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Il tuttofare

Valerio Attanasio è uno sceneggiatore (avrete visto la “genialata” di Smetto quando voglio) alla sua prima regia e, certo aiutato da un Sergio Castellitto in stato di grazia, ha dato un’ottima prova di sé nel dirigere questa commedia; a tratti tragica e spesso comica, espressiva, densa, che quando finisce pensi: la potrei rivedere anche subito.

Il protagonista è Toti Bellastella, un “principe del foro”, come si dice per descrivere i migliori avvocati. Istrionico, esagerato, impermeabile alle reazioni altrui, egocentrico, bugiardo e capace di fingere qualsiasi convinzione o stato d’animo.

Di fronte a una corte togata, nelle aule giudiziarie o circondato da studenti universitari e ossequiosi assistenti e praticanti, fa uscire il meglio (o il peggio) di sé, le sue doti attoriali raggiungono l’acme. Già, perché Toti è, ovviamente, non solo un legale straricco e arrivato, ma anche un professore universitario di diritto penale: assomma ruoli (non escluso quello del marito infedele di una donna potentissima e facoltosa, una impeccabile Elena Sofia Ricci) che gli consentono di fare della propria vita un crocevia di scambi, di denaro e altri favori, della sua professione un infallibile strumento per ottenere ciò che vuole, quando e come lo vuole.

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Un sogno chiamato Florida

Il titolo originale di questo bellissimo film, che vi farà guardare il mondo e le sue brutture, per quasi due ore, con gli occhi di un bambino, è The Florida project. La traduzione italiana quindi è decisamente colorata di rosa, edulcorata. Ma in quel motel di rosa (e violetto, per dare l’impressione di un luogo fiabesco) c’è solo la pittura che il manager Bobby (un eccezionale e rassicurante William Dafoe) spennella sulle pareti per coprire le scrostature e nascondere i segni delle vite diseredate che abitano quelle stanze.

Già, perché il Magic Castel Hotel, nonostante sia a forma di maniero delle favole, nonostante confini con i parchi tematici di Orlando, nonostante sia estate e i tramonti della Florida siano mozzafiato, è un luogo marginale, di poveri cristi, di gente che fa fatica anche a pagare l’affitto e a trovare i soldi per il fast food. È qui, in questo teatro ristretto e finto, colorato e disperato, che si svolge il racconto, i cui assoluti protagonisti sono dei bambini.

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La forma dell’acqua

Il premio Oscar 2018 come migliore pellicola è meritatissimo, e se non fosse che l’interpretazione dell’eroina tragica di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Frances Mc Dormand) era davvero straordinaria nella sua drammaticità, avrei attribuito a Sally Hawkins la statuetta come migliore attrice protagonista.

Il suo è infatti un ruolo difficilissimo da interpretare: è una giovane donna muta, la sua voce non si sente mai nel film, salvo una scena immaginifica dove il suo distacco dalla realtà (non bella) che la circonda comincia a farsi più evidente. Deve quindi “compensare” con l’espressività del viso e del corpo l’assenza di suono, e questo la rende una creatura diversa e dotata di una sensibilità superiore.

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The Post

Molti hanno scritto che l’ultimo film di Spielberg è ripetitivo, nulla di nuovo sotto il sole quindi, la cronaca di un pezzo di storia d’America, immediatamente precedente allo scandalo Watergate. Insomma, sempre a girare intorno al Vietnam ed al maledetto vizio dei segreti di Stato, del non detto per ragioni “superiori” che provoca la morte di migliaia di ragazzi ignari.

È vero che l’ultima scena vi porta dritti dritti a rivedere “Tutti gli uomini del Presidente” e che la verità su quegli anni tra i sessanta e i settanta la sappiamo bene anche dal vecchio continente, ma non è vero che questo film non era necessario. Ed in particolare penso lo sia per noi, qui in Italia. Dove, senza nemmeno accorgercene, sta drammaticamente venendo meno la consapevolezza dell’importanza della stampa e della libertà di stampa. Senza contare il disinteresse dilagante per uno strumento così prezioso di formazione delle opinioni (e crescita delle menti) oltre che di diffusione delle notizie (anche quelle che fanno male a chi detiene il “potere”) come la carta stampata (ormai poi si può leggere il giornale anche senza sporcarsi le mani di piombo e senza andare fino all’edicola!).

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