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The Teacher

Questa volta vi porto a Bratislava, anno 1983, pieno socialismo reale: una storia (vera, come capirete prima della conclusione, quando vi verrà detto che “fine” hanno fatto i protagonisti) raccontata da un regista ceco, Jan Hrebejk, che evidentemente ha vissuto esattamente quella realtà, avendo all’epoca sedici anni. Più o meno l’età degli alunni della scuola della periferia di Bratislava che fa da teatro alla narrazione quasi teatrale del film: succede che, all’inizio dell’anno, arriva una nuova professoressa, di storia, letteratura e lingua russa. 

Si chiama Maria Drazdechova, una donna giunonica e dai modi apparentemente suadenti, una dirigente di partito (IL partito), dunque un’”intoccabile” anche se limitatamente a quel piccolo mondo squallido ed insignificante. Lei fa l’appello dei presenti, come prima cosa, come si fa sempre. Ma insieme chiede (prendendo appunti delle risposte) a ciascun alunno che lavoro facciano i genitori.

Si capisce subito che quella non è una semplice curiosità fine a se stessa ma un modo per sapere chi sfruttare e come farlo: per garantirsi una esistenza più facile e comoda in un modo, quello della cortina di ferro, dove ogni benessere è bandito e osteggiato e coperto con una coltre di grigiore e (finta) uguaglianza. Buoni voti in cambio di messe in piega gratuite, di riparazioni gratuite, di servizi domestici gratuiti. Persino le pulizie, fatte dai ragazzi che intendessero recuperare con il lavoro qualche interrogazione andata male. Banale corruzione. O forse concussione? Alle surreali scene delle lezioni in classe (fatte di soprusi, come forse spesso accade, a prescindere dal luogo e dal tempo e dal “regime”) si alternano quelle della riunione dei genitori, convocata dalla direzione della scuola per accertare se le accuse di alcuni contro la professoressa fossero vere; ed ancora quelle di ciò che davvero accadeva.

“Questo non è un film sul comunismo o sul bullismo”, ha dichiarato il regista, “qui l’argomento principale è la paura, l’opportunismo, la dignità umana”. Vero: non c’è “sotto” una presa di posizione politica “contro” il socialismo reale che congelava la Cecoslovacchia di quei tempi. Certo è che il ritratto che ne esce fuori è quello di un ambiente corrotto anche nelle piccole cose, malato, depresso, impaurito ed incapace di guarire, se non grazie all’iniziativa di qualche eroe coraggioso.

Anche nel film succede così, ma il finale, che vi invito a guardare con attenzione, vi farà capire che quella malattia è purtroppo diventata cronica e non se ne è andata via con la conquista della libertà dal regime comunista. Una visione amara dunque ed una affermazione sottintesa: che la scuola è lo specchio della nostra società e del suo livello di evoluzione, culturale e di percezione delle illiceità e delle prepotenze. Non va sottovalutata e nemmeno lasciata a se stessa, come troppo spesso (oggi, anche oggi) succede.

L’ordine delle cose

Un instant movie essenziale per riflettere sui temi dell’immigrazione, della “gestione dei flussi”, dei rapporti con gli Stati del nord Africa, del ruolo delle forze dell’ordine, dei nostri pregiudizi e delle nostre paure. 

Sulla paura d’altronde non si discute e infatti il regista non ne fa argomento di giudizio: parla della realtà, i personaggi sono sì di fantasia, ma le loro storie sono vere e vivide, escono dai quotidiani e dai telegiornali per entrare nella narrazione del film. Sono poliziotti, profughi, scafisti, burocrati. Apparentemente si occupano dello stesso problema e dovrebbero risolverlo: come fermare l’ondata di umanità che da sud va a nord, come gestirla, per evitare sia le morti in mare che la sensazione di invasione (e l’infuriare di odio razziale e di pregiudizi) che si diffonde in Europa ed in particolare in Italia.

Nella realtà, c’è ben poco di umano nel lavoro affidato ai super poliziotti inviati in Libia per cercare un accordo con le autorità di quel paese. Non c’è nessuna preoccupazione per “i diritti” dei profughi da parte di chi gestisce i centri di raccolta: solo accanita ricerca del business. Corruzione e cinismo. L’immigrazione è una fonte di guadagno, è uno strumento di potere. Il protagonista, incaricato dal ministro dell’interno in persona di trovare (in fretta) il bandolo della matassa con l’aiuto dell’ambasciatore a Tripoli (un bravissimo Battiston), cerca di mantenere la sua umanità e di coniugarla (non è un compito facile) con i suoi doveri di servitore dello Stato. Trovare l’ordine delle cose, nell’assoluto disordine dato dalla disperazione di tutti quegli uomini e donne in fuga. “Non le piace questo odore? È l’Africa”, gli viene detto da una delle “parti” dell’accordo.

Il film parla di cronaca ma racconta una scelta intima, un bivio: farsi contaminare oppure no, cedere alla pietà oppure no, obbedire oppure no. Insomma parla di una cosa che troppo spesso è carente quando il tema è il rapporto tra “noi e loro” (un binomio che detesto): il dubbio. Se avete già certezze granitiche sull’argomento, non è una pellicola adatta a voi.