Io che amo solo te

Ci sono tante verità (e contrordini) in questa commedia bella tratta dal romanzo di Luca Bianchini. Una è che, appunto, sarebbe sempre meglio dire e dirsi la verità. Che poi i rapporti fondati sul falso ed anche sulle bugiette sono destinati ad assottigliarsi e a perdere sostanza. Ma mica è semplice.

La vita e’ a ostacoli, e’ articolata, a volte le cose decisive succedono troppo presto o troppo tardi. Quindi subito un contrordine. La verità, proprio tutta, all’occorrenza è meglio non dirla e vivere fino in fondo quello che ti viene offerto. Poi, altra cosa: l’amore vero esiste, si esiste. E resiste a tutto, perfino alla vigliaccheria di chi non trova il coraggio di seguirlo a dispetto dei dictat familiari. E non è mai troppo tardi per farlo uscire allo scoperto, in fondo c’è chi alle scelte ci arriva con il diesel.

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Gli sdraiati

Chi, come me, da anni non perde un’ “Amaca” di Michele Serra su Repubblica non poteva certo mancare il film (liberamente) tratto dal libro del bravo giornalista e scrittore “Gli sdraiati”. Liberamente perché la sceneggiatura è della regista Archibugi e di Francesco Piccolo (ricorderete “Momenti di trascurabile felicità” e “infelicita”). E perché il libro non racconta una vera storia, invece costruita (e bene) per il grande schermo, per potere calare nei personaggi le riflessioni di carta del romanzo.

Il protagonista è Giorgio (Claudio Bisio: per me la sua migliore interpretazione con Mediterraneo di Salvatores). Un giornalista televisivo popolarissimo, uno capace di spostare le opinioni del pubblico, da prima serata, lo riconoscono al bar, per strada. Insieme a lui il figlio adolescente Tito (Gaddo Bacchini), un liceale svogliato e viziatissimo, inespressivo, incomunicabile, pigro fino all’inverosimile. Pensate: nel libro di Serra il suo nome è Tizio, a sottolineare l’assoluta estraneità tra le due generazioni, la distanza siderale, tale per cui in casa era come avere uno passato di là casualmente.

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The big sick

Una commedia romantica che racconta una vera storia d’amore per di più affrontando un tema serio (e dannatamente reale) come quello dell’integrazione tra diverse culture nel mondo occidentale è qualcosa che merita di essere consigliata. Non dico che sia un capolavoro, sebbene negli USA abbia sbancato al botteghino. Ma è un film raffinato, laico, evoluto ed ottimista.

Una specie di medicina per i nostri tempi oscuri, dove il conflitto domina a tutto campo, l’intolleranza aumenta e la reciproca contaminazione spaventa. La storia è scritta a quattro mani dall’attore principale (di origine pakistana) e dalla sua compagna: lui impersona se stesso nel film (lo noterete alla fine, si vedono le immagini della coppia “vera”). Semplicemente racconta come è nato il loro amore, nella Chicago di oggi, tra un ragazzo di famiglia e cultura musulmana ed una ragazza 100% americana, aspirante psicologa, famiglia non religiosa, padre e madre progressisti e moderni.

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La casa di famiglia

Voi cosa fareste della villa di famiglia se foste eredi di un padre ancora in vita (ma da cinque anni in stato vegetativo a seguito di un ictus) assillati dai debiti o dai guai sentimentali, in una parola, disperati? La vendereste o sentireste il peso della colpa di disperdere il patrimonio dell’avo prima del trapasso?

Ecco. I quattro protagonisti (a proposito dei quali la suora infermiera che assiste il genitore infermo dice, scusate il francesismo: “certo io di figli ne ho visti, ma 4 merde così tutti insieme mai”) si trovano in questa situazione e non ci pensano due volte a lavarsene le mani. Cioè a (s)vendere la casa avita “approfittando” dell’assenza del proprietario non più in grado di intendere e di volere perché attaccato ad un respiratore.

Lino Guanciale interpreta il più scapestrato dei fratelli, quello che li spinge a compiere il sacrilegio di disporre dell’eredità prima di essere orfani. I soldi gli servono subito: per salvare il suo circolo del tennis (!!). E trascina anche gli altri tre che a dirla tutta non si fanno pregare all’idea di riscuotere subito un “gruzzolo” non indifferente. Continua a leggere La casa di famiglia

Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)