Oro verde

Ve lo confesso: ho deciso per questo film, essendo un’appassionata delle serie Narcos, su Netflix. Le ho viste tutte e le considero dei preziosi documentari sulla storia non solo colombiana. Sono incentrate sul personaggio di Pablo Escobar, per estendersi a raccontare, con precisione degna di una vera cronaca (ma senza perdere il fascino della narrazione cinematografica) le vicende del cartello di Medellín e di Cali.

E gli intrecci politici tra i governi, e la progressiva esplosione del narcotraffico su larga scala in tutto il mondo; e gli eroi della DEA, l’agenzia federale statunitense che ha in carico questi crimini. Oro verde (traduzione italiana un po’ fantasiosa dell’originale Pajiarós de verano, letteralmente “uccelli estivi”) è un genere cinematografico veramente di nicchia: “epic crime” o “gangster movie”; ma in salsa antropologica, con un occhio attento e fedele al dato storico e descrittivo di una civiltà praticamente perduta.

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Le invisibili

Nella Francia dei gilet gialli e nell’Italia che ha sconfitto la povertà, un film come questo è una vera lezione di realismo e, se si è capaci di vederlo, anche di idealismo. È tratto da un documentario realizzato cinque anni fa per France 5, “Femmes invisibile, sopravvivere sulla strada” e dal libro, di Claire Lajeunie, su cui si basa.

Oltralpe ha avuto un notevole successo di pubblico, superando il milione di biglietti staccati al botteghino. Da noi stenta a decollare, l’argomento fa storcere il naso ai troppi che ritengono il problema di cui tratta, con ironia e leggerezza, il regista Louis-Julien Petit (quello dell’emarginazione e della perdita di identità legate a condizioni economiche miserrime) o inesistente e gonfiato (i “poveri” sono tutti evasori) o risolvibile con uno schiocco di dita (basta una legge!) o semplicemente fastidioso (cambiare marciapiede se si incrocia un clochard).

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Una questione privata 

Il #25aprile racconta un pezzo di storia d’Italia. La festa serve per non dimenticare quei fatti, come fanno sempre i libri ed il cinema.
Vi ripropongo il film “Una questione privata”, tratto dall’omonimo libro di Fenoglio. Con un grande Marinelli, a interpretare un personaggio per nulla facile.
A me è piaciuto moltissimo, è poetico come l’opera letteraria e racconta la storia con gli occhi di un artista. Se lo avete perso al cinema lo potete vedere con Prime Video, di Amazon.

Non è impresa banale fare un film tratto da un capolavoro letterario. Si rischia molto, soprattutto perché il pubblico che lo andrà a vedere, in larga parte, avrà in mente le pagine del libro e sarà portato a confrontare.

Inutile dire che spesso il paragone va a scapito del film: il risultato della necessità di tagliare ed adattare e del fatto che il lettore si crea un’immagine dei personaggi che può non corrispondere all’interpretazione degli attori scelti. “Una questione privata” è ispirato all’omonimo romanzo, bellissimo, di Beppe Fenoglio: una storia d’amore in tempo di guerra.

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Book club

Mettete insieme attrici e attori solo per il loro nome capaci di attirare il pubblico; che hanno fatto dell’età che avanza un punto di forza anziché una ragione di “perdita di consensi”; delle vere icone di bellezza e progressismo e stile. Fateli girare dietro una cinepresa – semplicemente interpretando se stessi – in luoghi magnifici degli Stati Uniti. Ponete al centro del film un tema scottante e attuale in ogni fase della vita come il sesso. Gli ingredienti ci sono tutti per trascorrere un’ora e mezza abbondante davvero godibile, che vi consiglio innanzitutto per la brillantezza dei dialoghi, perfettamente sostenuti da otto mostri sacri holliwoodiani, per nulla sminuiti da una commedia che affronta il “problema” dell’erotismo quando si superano abbondantemente i primi “anta”.

L’occasione è data da un cenacolo di lettura, messo su dalle protagoniste femminili, per stimolarsi reciprocamente a leggere. Ogni mese ciascuna propone un libro, poi se ne discute: gli argomenti diventano occasione di convivi dove essere astemi è vietato e in cui non esistono tabù. Come accade con gli amici migliori, qualunque questione, anche la più scabrosa, è degna di essere sviscerata e se necessario sdrammatizzata.

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A un metro da te

Ho scelto di vedere questo film perché nella mia quotidianità ho conosciuto, attraverso un’amica, cosa sia la fibrosi cistica, come condizioni la vita di chi nasce con questa patologia (in particolare, i più piccoli), con quali strumenti (della medicina e non solo) possa essere affrontata e anche combattuta. Non tutti sanno di che si tratti e penso sia bene che il cinema, che è capace di raggiungere diverse fasce di pubblico, di ogni età, si occupi di argomenti così seri.

La diffusione della conoscenza e della consapevolezza è positiva in sé, per consentirci di non sottovalutare certe situazioni e magari di decidere di fare la nostra parte (guardate questo link della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica). Insomma: mi sono trovata in un cinema del centro di una metropoli qualunque, letteralmente circondata (e non me lo aspettavo!) di teenager di sesso femminile in delirio, come in attesa dell’uscita sul palco della rockstar preferita. La ragione è presto detta: il protagonista del film è Cole Sprouse, un vero idolo delle giovanissime (dalle millennials in giù, fino alla preadolescenza inclusa).

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Cafarnao

Ho sempre pensato che non ci sia un merito in sé a mettere al mondo dei figli. In fondo il riprodursi è un’attività che abbiamo in comune con tutti gli animali. Le mamme di ogni specie, naturalmente, per più o meno tempo, si prendono cura dei loro piccoli. Ebbene: troppo spesso questo comportamento innato anche in esseri semplici non si ritrova nell’uomo. Troppo spesso i bambini si trovano a vivere situazioni scabrose ed inaccettabili ed a crescere in contesti dove nessuno dovrebbe essere costretto a stare.

La regista libanese racconta la storia del piccolo Zain, con lo sfondo devastato di una Beirut che non ha nulla di accogliente o di bello. La sua telecamera, a volte affiancata dai droni, si aggira tra quartieri scrostati e sporchi, invasi da baracche e spazzatura. Una popolazione disperata e poverissima tenta la sopravvivenza quotidiana, senza nessuna prospettiva di miglioramento della propria vita, tra violenze e tradizioni assurde che annientano sin da piccoli ogni speranza di dignità e rispetto per l’individuo.

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Border

Vi avverto: non è un film per tutti, quello di Ali Abbasi, regista 37enne, scandinavo, di origini iraniane. Nel senso che è pensato, lavorato, recitato per ingenerare impressioni e reazioni forti negli spettatori: non proprio positive, perché i protagonisti hanno un aspetto tutt’altro che gradevole, sono dei troll, un po’ integrati un po’ no, nel mondo degli uomini.

Agli ultimi Oscar Border è stato candidato per il miglior trucco: gli effetti mostruosi non sono digitali, ma frutto dell’opera certosina dei truccatori, che hanno reso irriconoscibili i due attori che interpretano Tina e Vore. I loro volti sono deformati e brutti (almeno secondo i nostri canoni) hanno un DNA diverso dagli altri, questo è innegabile.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)