Piuma

Il titolo è leggero leggero. E la cosa bella è che è il nome di una bambina, quella di Cate e Ferro che alle soglie dell’esame di maturità inciampano in una inaspettata vera prova d’essere adulti. Cercano un nome capace di volare sopra tutto, per scongiurare la pesantezza che contagia le loro vite quando scoprono che il loro amore da ragazzini ha generato “qualcosa” di veramente impegnativo.

“Qualcosa” che li costringe a stravolgere ogni programma e che scatena le disarmonie delle e nelle rispettive famiglie di provenienza. Già questo fa riflettere. Ciò che dovrebbe essere pura gioia è invece accolto con paura, manda in crisi il rapporto tra loro, ingenera litigi urla recriminazioni. Sembrerebbe una storia banale con riflessioni altrettanto scontate. Ma non è così, perché il regista e sceneggiatore ci mette l’ingrediente surreale e del simbolismo, che serve per rendere il film una favola moderna che insegna molto, con un linguaggio semplice e anche con l’ironia e con la comicità dei linguaggi (romanesco e senese, Sergio Pierattini è davvero bravo).

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Io c’è

Il film ha un tema, quello della religione, o meglio delle religioni, che di rado (o forse mai) è affrontato dal cinema, se non per raccontare di personaggi appartenenti all’una o all’altra confessione, magari in modo eroico o come ricostruzione storica. Ci vuole coraggio per fare dell’argomento “fede” l’oggetto di un racconto tra il dissacrante e l’ironico, una riflessione senza veli sulle impalcature costruite dall’uomo intorno al concetto del divino, all’idea di Dio da distribuire sulla terra ai credenti, per renderli prima di tutto dipendenti, in cambio alleviando le loro solitudini o sofferenze personali con la speranza di un al di là migliore di qui.

Il regista, non nuovo in realtà ad un approfondimento del genere (si pensi a Orecchie sul quale vi invito a vedere questo link), questo coraggio, almeno nelle intenzioni e nell’idea di base, lo ha avuto. Anche scegliendo attori capaci di interpretare a dovere lo sguardo disincantato dell’autore del soggetto: Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston. Sono bravi, fanno anche molto ridere, soprattutto all’inizio. Nelle scene in cui si decide, per bassissime ragioni “fiscali”, di lanciare la sfida alla casa di accoglienza per “turisti” gestita dalle suore, dirimpettaie del pretenzioso quanto male in arnese B&B “Miracolo italiano”, gestito, in perdita, da Massimo.

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Un amore sopra le righe

“Se assecondassi tutti i tuoi desideri tra pochi anni avresti problemi di erezione” dice Sarah a Victor, all’inizio della loro relazione, poco dopo essere riuscita a farlo innamorare di lei. È anche in questo, nel tono diretto dei dialoghi, la loro movimentata storia d’amore, snocciolata lungo 45 anni di vita, nei quali lei non ha mai voluto perdere quel “ragazzo bellissimo”, il rampollo egocentrico e tormentato, con velleità da scrittore, di una famiglia francese di destra. Il film difende una tesi: “anche se molti non lo credono, è possibile incontrare l’amore irreversibile”.

86409z22vLui è lo scrittore Victor Adelman (interpretato dallo stesso regista Nicolas Bedos), lei la determinata Sarah (Doria Tiller). Gli attori, peraltro, sono compagni anche nella vita. Quando Sarah, studentessa ebrea d’origini modeste, incontra Victor non immagina che diventerà uno dei più affermati scrittori francesi.

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Lady bird

Ce ne sono moltissimi di film sull’adolescenza, sugli amori giovanili, sui conflitti generazionali, ma pochi hanno l’originalità e la poesia di Lady bird. Ho letto molti commenti di spettatori italiani che hanno criticato la lontananza (rispetto al nostro mondo italico) delle vite ambientate a Sacramento di cui parla Greta Gerwig. E dunque l’impossibilità di riconoscersi in quei personaggi. Io non l’ho vista così, anzi ho pensato il contrario: ho pensato che Sacramento poteva essere qualunque provincia dello stivale, qualunque piccola città tradizionale e conformista e chiusa della vecchia Europa.

Infatti la giovanissima protagonista, al bivio tra l’adolescenza e quello che viene dopo, da quell’angolo di America vuole scappare via, sogna di andare a studiare in un college a est, immagina la sua esistenza da tutt’altra parte e forse anche per questo si è autorattribuita il soprannome di Lady bird. Non accetta di essere chiamata con il suo di nome (Christine, che pure non è male, ma forse troppo “tradizionale” per lei e per le sue aspirazioni di evasione), arriva addirittura a cancellarlo, insieme al suo cognome, sulle bacheche della scuola.

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Metti la nonna in freezer

Il successo di pubblico di questo film (in due settimane più di due milioni di incassi) è più che meritato. Adoro il coraggio del cinema dissacrante davvero, che arriva fino in fondo nel ribaltare i buonismi ed il politically correct.

A volte infatti succede che l’idea, in questa direzione, sia buona ma che nel corso del film qualcosa venga meno e si decida di “aggiustare il tiro” (quello che ho constatato, con un po’ di delusione, in “Io c’è” nelle sale da giovedì scorso, di cui vi parlerò tra qualche giorno). Bravi dunque i due registi debuttanti in un lungometraggio per il grande schermo Fontana e Stasi a costruire una commedia nera divertentissima ed in un crescendo, quanto a cattiveria, che arriva alla fine con convinzione e senza arretrare di un passo.

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Oltre la notte

Diane Kruger per l’interpretazione di Katja in questo film è stata premiata a Cannes nel 2017 come migliore attrice. Un riconoscimento strameritato, anche considerando quanto fosse difficile il ruolo della protagonista assoluta della storia, sulla quale è incentrata quasi esclusivamente l’attenzione del regista Fatih Akin. Lo stesso de La sposa turca, ricordate?

Questa volta, con l’andamento di un thriller (anche legal), ci racconta qualcosa che sembra realtà, perché di terrorismo e attentati è intriso il nostro oggi. Ed in più perché l’episodio drammatico narrato dal regista tedesco di origine turca è “liberamente ispirato” a fatti reali avvenuti in Germania tra il 2000 e il 2007. In quegli anni si verificarono diverse uccisioni a danno di stranieri ed immigrati. Si scoprì poi che i responsabili aderivano ad un gruppo neonazista (l’NSU – Nationalsozialisticher Untergrund) che non fu semplice “inchiodare” con una condanna processuale.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)