Croce e delizia

Simone Godano è al suo secondo lungometraggio, dopo Moglie e marito, del 2017, in cui si avventurava, con la Smutniak e Favino, su un terreno scivoloso come lo scambio dei sessi (se vi va di rispolverare, leggete qui). Evidentemente è capace di lavorare su trame di puro anticonformismo, perché anche questa storia, incentrata nuovamente su attori bravissimi e navigati, capaci di maneggiare i loro personaggi con naturalezza e talento da vendere, viaggia su canali lontani dagli schemi ordinari.

In particolare: smonta l’idea tradizionale di famiglia e di amore, persino quella delle preferenze sessuali, perché lo spettatore rimane sempre sul filo dell’incertezza: quale “piega”, alla fine, prenderanno i protagonisti? Una delle scene iniziali vi farà subito capire che vi divertirete: la famiglia Petagna (il padre è Gassmann) su una Fiat Multipla stracarica (anche di un bananone gonfiabile assicurato sul tettuccio) in viaggio verso le vacanze, da Nettuno a Gaeta, con il sottofondo musicale di Raffaella è mia di Tiziano Ferro (ve la ricordate? Ascoltatela qui).

Il luogo di arrivo ha uno stile ben diverso da quello, chiarissimo e tendente ai modi rustici, del quartetto della Multipla (gagliardi pescatori del basso Lazio, con idee nette e semplici sulle cose della vita): una villa immersa nel verde, di gran classe, a picco sul Tirreno. Piscina e salotti con vetrate, cuscini, opere d’arte contemporanea. Una stonatura, aggravata dal fatto che i proprietari della villa, della quale ai Petagna è affittata una dependance, sono i Castelvecchio (il padre è Bentivoglio, un famoso collezionista d’arte).

Ricchissimi, snob, progressisti, un po’ isterici. Alta borghesia colta, ex mogli che spuntano come funghi, apertura di vedute ma insieme incapacità a ricoprire ruoli fondamentali, come quelli genitoriali. Che link c’è tra queste due tribù così diverse? Lo scoprirete solo andando a vedere il film, perché se ve lo dico qui rovino la sorpresa. Posso raccontarvi però dell’eccezionale prova di Gassmann e Bentivoglio, il primo poi a interpretare un ruolo davvero insolito. E della capacità di Trinca di rappresentare ogni nevrosi possibile nel suo personaggio, alla continua ricerca di affetto e di conferme, nella sbagliata convinzione di essere vittima di qualche cosa di profondamente ingiusto.

La frase del film la dice Anna Galiena, dall’alto della sua saggezza di donna matura: “non c’è cosa peggiore che invecchiare senza crescere”. Rivolta agli uomini del gruppo, non proprio capaci di stare al passo con gli anni che sono passati (forse inutilmente). La scena del film, per me, energetica e positiva, perché scioglie i nodi, è quella in cui tutti ballano al ritmo di No roots (ascoltatela qui). Senza radici appunto. Forse è il modo migliore per prendere il volo.

Per me sono 4 ciak, soprattutto per gli attori, a cui vanno i miei applausi affettuosi. Perché sono una certezza del nostro cinema.

Moglie e marito

Lui, Simone Godano, è il regista di “Croce e delizia”, il film in questi giorni nelle sale con Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio. Moglie e marito, uscito nel 2017, è il suo primo lungometraggio. Su questo film devo dirvi due cose: la prima, fa davvero morire dal ridere, in modo intelligente e grazie all’incredibile bravura (anche comica) dei due attori protagonisti; la seconda, appunto gli attori, Favino e la Smutniak, che ci hanno abituati a ruoli “ordinari” da commedia sentimentale seppure di autore, sono incredibili, in senso del tutto positivo, in un ruolo (anche) da caratteristi del tutto originale.

A ciò si aggiunga che i temi hanno una importanza universale, come ogni discorso sull’amore, sull’amore nel tempo (le sue trasformazioni, sopratutto dopo i figli), sulla fine dell’amore, sul se ci siano dei rimedi a questa fine. Il racconto esordisce con i due coniugi Sofia e Andrea davanti ad una arcigna consulente matrimoniale, quelli che quando ormai i buoi sono scappati cercano di insegnarti l’ABC del rapporto.

Cose tipo “dovete ricominciare a parlare”; “pensate a come eravate quando vi siete innamorati”; “mettetevi nei panni l’uno dell’altra”. Molto spesso consigli inutili, come quasi tutti i consigli: che hanno come unico effetto l’insofferenza nei confronti dell’erogatore dei consigli stessi. Qui però “mettetevi nei panni l’uno dell’altra” diventa, grazie ad una trovata fantascientifica paradossale ma necessaria per sviluppare l’argomento del film, “scambiatevi le menti, la memoria, scambiatevi il genere: la donna diventi uomo e l’uomo diventi donna”.

Succede proprio questo a Sofia ed Andrea, lei una emergente stella della televisione, lui un neurochirurgo con la passione per la scienza. La difficoltà della recitazione sta proprio nel dovere interpretare una donna con la mente e la mentalità di un uomo e viceversa. Alcune scene, vi assicuro, sono esilaranti: lei che si siede in minigonna con le gambe ben aperte, come farebbe un uomo o che si trova ad affrontare le impervie situazioni tipicamente femminili dei tacchi e del ciclo; lui che si trova a fronteggiare la “corte” della giovanissima baby sitter e che deve entrare in sala operatoria (con un intervento in atto su un cranio) non avendo (in mente) alcuna memoria dell’essere un neurochirurgo.

Al di là delle scene divertenti, che comunque valgono il biglietto, la storia ci dice sempre due cose: una è che invece della consulenza di coppia (a pagamento: con ogni rispetto per chi fa questo lavoro) basterebbe, per non interrompere il sottile filo dell’amore, non chiudersi ciascuno nel feudo di se stesso, raggiungendo una reciproca incomunicabilità; quella che porta, senza speranza, alla fine dinquel delicatissimo ed inflazionato sentimento. L’altra è che forse sarebbe sano per noi donne lasciare manifestare più liberamente la parte maschile che è  in noi; e per gli uomini, nello stesso modo, mettere ogni tanto da parte l’overdose di testosterone e lasciare qualche apostrofo rosa tra le cose della vita.

Certo che queste non sono ricette sicure perché una relazione duri o si rianimi; sono però utili per vivere meglio, ché mescolare le prerogative maschili e femminili è sicuramente sano per ciascuno e riduce le distanze tra i sessi. Ricordo ancora la gioia immensa di liberami della scuola solo femminile dei miei primi anni di vita.

Domani è un altro giorno

La storia agrodolce che racconta Simone Spada non è nuova, ma una rivisitazione all’ombra del Colosseo di un bel film spagnolo del 2015 “Truman, un vero amico è per sempre”. Ho visto entrambi e non posso che considerare meglio riuscito l’esperimento nostrano, grazie soprattutto, come immaginerete, all’interpretazione dei due (veri) amici, anche nella vita, Giallini e Mastandrea (guardate questo breve video).

Il regista è al suo secondo lungometraggio: il primo, Hotel Gagarin aveva un’originalità un po’ onirica, come vi ho raccontato lo scorso anno qui. Stavolta di onirico invece non c’è niente, perché il tema centrale del racconto è la malattia, quella del secolo, di cui tutti hanno paura, anche se non lo dicono. Il cancro colpisce Giuliano, un attore teatrale poco più che cinquantenne, noto negli ambienti artistici romani, un seduttore, come lui stesso si definisce, al passato, in un momento di autentica disperazione.

Giallini presta a questo personaggio il suo viso vissuto e il suo sarcasmo naturale: finalmente uscito da un ruolo un po’ stereotipato e ripetitivo dove anche Schiavone, con il suo enorme successo di pubblico, aveva contribuito a legarlo, dimostra quanto sia bravo, espressivo, empatico.

Da un lontanissimo paese del Canada, dove lavora in un’industria di robotica, arriva Tommaso, per trascorrere quattro giorni con l’amico e tentare di convincerlo a curarsi, ad accettare i farmaci, che sembrano a Giuliano inutile veleno; lo interpreta Mastandrea, che ancora una volta ha superato se stesso. In certe scene non ha nemmeno bisogno della battuta per comunicare al pubblico emozioni forti, basta lo sguardo, le sopracciglia, il sorriso, il capo reclinato. Notatelo, insieme ad alcune inquadrature azzeccate, come quella che vede i due agli angoli opposti dello schermo, seduti sul divano, a rimarcare la lontananza della loro condizione, ma insieme la vicinanza inossidabile che solo l’amicizia autentica rende naturale.

Il film si stende in quattro giorni intensi, dove si vede molto Roma (le strade ocra del colle Celio, con il Colosseo onnipresente e i pini di Colle Oppio) e qualche splendida immagine di Barcellona, dove i due vanno a salutare (Giuliano per sempre) il figlio che vi frequenta l’università.

La frase del film per me è di Oscar Wilde, citata in un momento crudele, quello in cui Giuliano viene liquidato dal direttore del teatro dove lavora (è l’Ambra Iovinelli, per la cronaca): “se un amico non mi invita al suo compleanno non importa, ma se non condivide con me un grande dolore allora mi offendo”.

Già, la condivisione del dolore: sembra facile a dirsi, salvo accorgersi, quando ci si trova spaventati dalla fine di questa cosa misteriosa e preziosa che è la vita, che si ha difficoltà a confessare la paura e a cercare aiuto. Una menzione speciale merita il cane: elemento fondamentale della storia, trait d’union a quattro zampe tra i due protagonisti, che capisce tutto e tutto condivide: e si vede, da sguardi che chiamare umani sarebbe sminuente per lo splendido e solido Bovaro del bernese.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 al film, 5 a Mastandrea, capace di cambiare ad ogni film, come i bravi attori sanno fare.

Copia originale

Lo confesso: ho visto questo film per caso, senza sceglierlo, ingannata, per mia distrazione, dalla lettura della programmazione dei cinema on line. Mi sono infilata in una sala di periferia (quelle dei salesiani, che ogni tanto ancora sopravvivono eroicamente) convinta di trovare una pellicola, ed invece la locandina all’entrata annunciava Copia originale; di cui non sapevo nulla, nemmeno avevo in mente di vederlo.

Forse è la prima volta che mi capita, di andare al cinema “impreparata” e a dirvela tutta non è niente male (c’è chi ne fa un punto di forza, di non leggere mai, prima, nessuna recensione, per essere senza filtri e tabula rasa di fronte alle immagini e alle storie, così da lasciarsi andare e formulare un giudizio originale). La regista trentanovenne è alla sua opera prima, come lungometraggio: sceglie di raccontare una storia vera, quella di Lee Israel (interpretata magistralmente da Melissa McCarthy, solita a ruoli comici, ma qui a tratti capace di impersonare un’eroina tragica e grottesca), una biografa divenuta famosa tra gli anni Settanta e Ottanta, rendendosi autrice di narrazioni molto apprezzate sulle vite di Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estée Lauder e della giornalista Dorothy Kilgallen.

Il titolo originale del film è Can You Ever Forgive Me, che è poi quello del libro da cui è tratto: autrice la stessa Israel, che parla proprio di sé e delle vicende drammatiche ed insieme eroiche che sono seguite ad un momento di grave crisi artistica ed economica della sua esistenza. Per chi scrive, la paura del foglio bianco credo non sia mai del tutto sopita. Insieme a quella del non essere più apprezzato dai lettori e conseguentemente dagli editori.

È ciò che succede alla protagonista che scivola piano piano in un oblio misto a malcelato disprezzo negli ambienti intellettuali della grande mela, dove il film è ambientato. Il bisogno di denaro per sopravvivere e per curare la sua amatissima gatta la spingono ad oltrepassare il limite della legalità, sfruttando le sue immense capacità creative e una notevole cultura bibliografica. Nella solitudine tipica dei momenti difficili (quelli in cui tutti i falsi amici se la danno a gambe) la scrittrice trova un compagno di avventura, un personaggio ancor più irregolare di lei, uno di cui nessuno dovrebbe fidarsi, ad avere un po’ di sale in zucca.

Con una colonna sonora raffinata, che da sola descrive quel tempo e quegli ambienti newyorkesi (sentite per esempio Jeri Southern in I trought of you last night) il film si addentra nella cupezza della disperazione esistenziale di Israel, non risparmiandole alcunché e dunque non risparmiando gli spettatori: gli effetti della sua depressione sono tangibili, contagiano gli ambienti che la circondano. Ci sono momenti della storia in cui, non conoscendo il finale, mi sono convinta che si sarebbe tolta la vita.

Insomma, una vicenda che merita di essere conosciuta e magari approfondita, leggendo il libro di Israel, che è stato molto apprezzato dal New York Times tanto da scriverne: “se fossi una libraia non farei entrare Lee Israel, ma certamente mi assicurerei di avere il suo ultimo libro sugli scaffali”.

3 ciak 🎬 🎬🎬 da Decima Musa alla biografa americana, grande falsaria di preziosi originali.

Suburra 1, la serie

In corrispondenza dell’uscita su Netflix della seconda stagione di Suburra (disponibile dal 22 febbraio), facciamo il punto sulla prima, che spero abbiate visto; altrimenti vi consiglio di recuperare il tempo perduto approfittando del fatto che dal 15 febbraio è visibile in chiaro su Rai 2, ogni venerdì alle 21.10.

Io sono davvero appassionata delle atmosfere di questo film “a puntate”, così fortemente legate alla Capitale: tanto da preferirle, insieme ai suoi personaggi, a quelle, ancor più ruvide, di Suburra, il lungometraggio diretto da Sollima, tratto dal romanzo di De Cataldo (qui potete leggere la mia recensione).

“All’ombra di Roma c’è un altro impero”: così in questi giorni sono preannunciate le nuove avventure di Aureliano (Borghi), Spadino (Ferrara) e Lele (Valdarnini) i tre protagonisti della saga nera diretta da Michele Placido. Ed effettivamente, il mondo che ci viene descritto nei 10 episodi della prima stagione (capace di creare vera dipendenza e perniciosa insonnia) è quello “di mezzo”, che ha fatto da protagonista davvero nella vicenda criminale di Mafia capitale.

La bellezza di Suburra però sta nell’essere insieme così realistico ma romanzesco: non c’è cronaca nella narrazione, che diventa quasi epica, con personaggi obiettivamente negativi ai quali però il pubblico si affeziona. Tifa per loro. Come avviene per Diabolik ed Eva. Qui il personaggio femminile intorno al quale girano le storie losche di soldi e potere è Sara, interpretata in modo secondo me eccezionale da Claudia Gerini. Non c’è nulla di sano negli ambienti descritti: non la Chiesa, non le istituzioni, non le forze di polizia. Quasi a dire che chi è onesto (aggettivo abusato) non ha speranza di sopravvivere nella giungla impietosa della capitale.

Una menzione speciale merita Francesco Acquaroli, la vera anima nera, radicata, del mondo di mezzo. È pietoso con gli animali e con la sua mamma ottuagenaria. Tutto il resto dell’umanità è valutato e trattato a seconda di ciò che può dare, di quanto può fruttare. Perché tutti, proprio tutti, anche coloro che si proclamano puri, hanno un prezzo. È davvero così? Provate a farvi questa domanda alla fine dell’ultima puntata, e prima di attaccare con la seconda stagione.

Una raccomandazione: fate un tour sui luoghi di Suburra a Ostia, sono bellissimi, soprattutto d’inverno. In particolare il quartier generale della famiglia di Aureliano: vi do una dritta, si chiama La vecchia pineta, e vi sentirete sul set di Suburra a percorrere quel molo di legno sul Tirreno.

Per me sono senza dubbio 5 ciak 🎬 🎬🎬🎬🎬. Un capolavoro, un racconto vero e insieme crudamente poetico su chi siamo.

Copperman

È un po’ difficile trovare al cinema questo film, nonostante sia uscito da pochi giorni: si tratta infatti di un prodotto di nicchia, che forse non attira il grande pubblico. Eppure, come spesso succede per ciò che non è considerato attrattivo “di massa”, siamo di fonte a un’opera originale, intensa, bella da vedersi, sotto il profilo etico ed estetico. Il regista 46enne è da anni lontano dal grande schermo, essendosi dedicato alla fiction, anche di successo (Il bello delle donne alcuni anni dopo, il suo ultimo lavoro). Sceglie di raccontare una favola moderna con al centro un supereroe un po’ fuori dagli schemi (per questo mi ha ricordato Lo chiamavano Jeeg Robot: qui la mia recensione).

Il protagonista è Anselmo (Luca Argentero) un ragazzo speciale per il suo autismo: sin da piccolo la madre (Galatea Renzi) si prende cura di lui riempiendolo di amore ed attenzione, nella consapevolezza di dovere colmare anche il gap dell’abbandono del padre. Lo fa raccontando una storia più sostenibile per un bambino: lui è andato via per compiere delle missioni importanti nel mondo, perché è un super eroe.

Anselmo cresce con questa convinzione, affezionandosi all’idea di essere figlio di un personaggio eroico, buono e generoso. Che solo per ragioni superiori si è dovuto allontanare da loro. Il contesto della sua infanzia è protettivo come può esserlo solo una rasserenante provincia dell’Italia centrale: la storia è ambientata (con una splendida fotografia) in Umbria e il paese nei cui vicoli si svolgono le strane avventure di Anselmo è Spoleto.

Il racconto affronta temi importanti, anche molto duri: oltre a quello dell’autismo (Luca Argentero si è preparato alla sua interpretazione lavorando con pazienti vicini al gruppo AITA di Roma, per comprendere il mondo dal loro punto di vista) c’è quello della violenza familiare e della forza dei sentimenti autentici, che superano i legami familiari tradizionali e sono in grado sempre di tirarci fuori anche dai peggiori guai della vita. Nel film, è il personaggio interpretato da Antonia Truppo (Titti, l’amica dell’infanzia, ritrovata dopo anni di forzata e dolorosa separazione) che concentra su di sé le vicende più drammatiche e che trova salvezza in Coppermann-Anselmo.

È fantasiosa ed artistica la “divisa” artigianale costruita da Silvano (il fabbro del paese: Tommaso Ragno) per consentire ad Anselmo di trasformarsi in un eroe con super poteri, di notte. Dismette le vesti di bravo ragazzo, rimasto un po’ bambino, impiegato come ausiliario in una casa di cura per persone con disturbi psichici, per lanciarsi con i suoi pattini e la sua armatura indistruttibile all’inseguimento dei delinquenti. Piccoli furti, sopraffazioni, scippi: questi sono i casi su cui Copperman interviene senza pietà, creando nel paese la fama di un misterioso robot benefattore, un po’ goffo magari, ma capace di tenere testa anche ai più cattivi.

Meritano una menzione: Argentero, che sceglie di dismettere il modello consueto per trovarsi nei panni di un ragazzo buono e speciale, costretto ma anche potenziato dall’autismo; il personaggio del fabbro, il padre e l’amico che tutti vorrebbero vicino contro i soprusi e le prepotenze quotidiane; la bambina, che interpreta Titti da piccola e poi sua figlia, identica a lei: un vero portento di espressività, perfettamente a suo agio accanto ad attori bravi ed esperti; la divisa da supereroe, sulla quale pare abbia lavorato un artista, Roberto Molinelli, mettendo assieme oggetti del quotidiano; i paesaggi dell’Umbria, cornice perfetta di una fiaba normale.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬, per la raffinatezza e il coraggio di proporre al pubblico qualcosa di nuovo, capace di farci uscire dal cinema con un sorriso rasserenato.

Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)