Sorry we missed you

Ken Loach continua a parlare delle cancrene della nostra società, sempre focalizzato sui temi del lavoro precario, della crudeltà del capitalismo quando dimentica che l’ingranaggio che fa funzionare la macchina è l’uomo: ed è di carne e ossa, anima, cuore, emozioni, debolezze.

Qualche commentatore ha parlato del “dittico di Newcastle”, perché anche questa storia, drammaticamente reale, è tutta ambientata lì, come il suo precedente film, Io, Daniel Blake. Una metropoli industriale e commerciale, che appare fredda e quasi priva di tracce di pietà: caratteristiche che esasperano le difficoltà della vita di ogni giorno dei protagonisti.

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Io, Daniel Blake

In attesa di scrivere del nuovo film di Ken Loach, da pochi giorni nelle sale, vi suggerisco di recuperare la sua precedente pellicola, Palma d’oro a Cannes 2016. Non è certo per questo che ve la propongo: a volte le opere che ottengono riconoscimenti anche così importanti sono terribili (mi viene in mente Pietà del coreano Ki-duk Kim: mi ha sconvolto per giorni…). In questo caso però il premio è strameritato.

Il film è bellissimo, in linea con la tradizione del cinema impegnato di Ken Loach, immerso nel mondo britannico proletario diseredato sfortunato periferico marginale. Daniel Blake è un eroe di quel mondo. Un carpentiere avanti con gli anni; il suo campo di battaglia è Newcastle. La società dei digitali di default lo respinge, lui, “matita di default”. Non lo vuole più: solo perché ha dimostrato di non essere al top delle sue prerogative fisiche a causa di un problema cardiaco.

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The Farewell

Questo film, uscito alla vigilia del Natale 2019, è stato davvero un bel regalo per tutti coloro che amano la delicatezza, l’ironia e l’originalità nel raccontare e descrivere situazioni (anche le più semplici e quotidiane) che è tipica del cinema orientale.

La regista cinese Lulu Wang è al suo primo lungometraggio ed affronta un tema così umano e comune che credo coinvolga tutti gli spettatori, innanzitutto con la domanda: cosa avrei fatto al posto loro? La storia è corale, non c’è un solo protagonista, sebbene i personaggi chiave siano nonna e nipote.

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Paterson

Guardando in questi giorni un bel film su Netflix, di cui vi parlerò presto, mi sono ricordata di Paterson: il protagonista maschile coincideva nel talentuoso Adam Driver. Paterson è secondo me da recuperare, è un film particolare, tagliato per chi ama la poesia, non necessariamente in senso letterario. Non è solo per pochi eletti, ma per tutti coloro che pensano, magari non consapevolmente, che nella quotidianità della vita vi siano costanti momenti di vera poesia.

Momenti nei quali, mettendosi con un taccuino, in silenzio, a pensare, quella poesia uscirebbe fuori, in parole magari semplici, magari scontate, ma che comunque hanno un suono armonioso per noi e per chi è sulla nostra stessa lunghezza d’onda (una rara fortuna). Continua a leggere Paterson

Dio è Donna e si chiama Petrunya

La regista macedone Teona Strugar Mitevska (vincitrice del premio Lux del Parlamento europeo) ha partecipato con questo film, a suo modo rivoluzionario, alla selezione 2019 della Berlinale e al Torino film festival: si tratta di un’opera forte, con un’idea precisa, e soprattutto intenzionata a tirare un colpo ben assestato alla società del Paese di cui l’autrice è originaria.

Un Paese dove, come si dice in una battuta, il 2019 è ancora medioevo, soprattutto per le donne. Petrunya, la protagonista, ha più di trent’anni, vive ancora con il padre e la madre, a Stip, Macedonia del nord. È disoccupata, nonostante, o forse a causa, della sua laurea in storia.

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I miei top film del 2019

Quest’anno, tolte le serie televisive che pure sono entrate a pieno titolo, come cinema, nel mio blog di appassionata non professionista, ho visto e recensito 63 film.

Non è semplice fare una classifica: l’unica cosa che posso dire è che ci sono state alcune eccellenze, sia tra le opere straniere che tra quelle nostrane, che meritano di essere ricordate, negli ultimo giorni del 2019.

Di solito si seleziona una cinquina, ed è ciò che tenterò di fare, con difficoltà, andando a ritroso in questi mesi intensi di cinema cinema cinema.

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Il primo Natale

Certamente un bel Natale, per Ficarra e Picone, che in pochi giorni “vincono” il botteghino del 2019: è il film più visto dell’anno, e nel periodo festivo ha inaspettatamente superato anche il Pinocchio di Matteo Garrone, che sulla carta poteva apparire favorito. Non storcete il naso, se siete dei puristi del cinema di un certo livello: io ho voluto vederlo, il giorno di Santo Stefano, mescolandomi con la folla di chi al cinema ci va solo a Natale e dintorni. E non me ne sono pentita.

Il film è davvero divertente, con qualche spunto di riflessione politica, la giusta ironia, anche sui temi (delicati) della religione, in equilibrio tra lo scetticismo di Salvo (Ficarra) e la fede vecchio stampo di don Valentino (Picone) basata sulla preghiera e sul credere nel miracolo, al di là di ogni raziocinio.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)