Sicilian Ghost Story

Questo film, dai registi di Salvo, 2013 (se non lo avete visto, ve lo consiglio, anche per la colonna sonora: c’era una bella canzone, Arriverà, di Emma e dei Modà; riascoltatela qui) è anch’esso, come l’opera prima, stato presentato a Cannes fuori concorso. Come apertura della settimana della critica, a testimoniare che si tratta di un’opera di qualità.

Il teatro è sempre la Sicilia, come intuite dal titolo. E sempre la mafia la fa da padrona. Qui però non c’è nulla di già raccontato o già visto, sebbene sia davvero arduo dare un taglio originale su questo tema e con questo “sfondo”, con questi accenti ormai così noti e diffusi, anche nella letteratura più popolare.

Siamo negli anni 90, i protagonisti alcuni adolescenti; la provincia è quella di Messina, un paesino dei monti Nebrodi (c’è la nebbia, boschi incantati, dalle cime si vede il mare). Vale la pena di vederlo (e la pena è la consapevolezza che il racconto è solo un po’ romanzato rispetto alla cruda realtà) per una ragione semplice: ci ricorda di Giuseppe Di Matteo. È dedicato a lui, al quindicenne crudelmente ucciso da Cosa Nostra proprio in quel periodo come forma di ritorsione nei confronti del padre, un affiliato che dopo l’incarcerazione aveva deciso di collaborare con la giustizia. Giuseppe fu tenuto sequestrato più di due anni, poi strangolato e disciolto nell’acido. Credo che nessun italiano adulto abbia dimenticato quell’evento spaventoso. Ma nessun film prima d’ora aveva avuto il coraggio di rappresentare questa apoteosi di crudeltà. Non era semplice farlo, si rischiava di ripetere la cronaca romanzandola banalmente. Qui invece quel fatto così brutale diventa il tema di una favola noir, adatta persino a dei bambini, molto maturi però ed anche abituati alla cattiveria dei Fratelli Grimm.

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Finché c’è Prosecco

Questo film è veramente una chicca e vi consiglio di non perderlo, anche a costo di fare cineturismo, dato che non sono molte, purtroppo, le sale che lo proiettano. Io l’ho scelto, confesso, perché adoro Battiston ed è uno di quegli attori che vado a vedere a scatola chiusa.

Anche stavolta non mi ha deluso, aiutato da un soggetto originale (un giallo tutto italiano, ambientato nelle belle terre del Prosecco: Conegliano, Valdobbiadene), ben costruito, impegnato, ispirato ad un romanzo (pure consigliabile), con lo stesso titolo, di Fulvio Ervas.

Da sapere oltre a questo (dato che sulla trama, trattandosi di un genere giallo, posso svelarvi ben poco): è l’opera prima del regista Antonio Padovan; tra gli interpreti, la giovane Silvia D’Amico (in The Place, la ragazza disposta a diventare una rapinatrice per diventare più bella); parla di un dono prezioso della nostra terra, cioè le uve con cui si fa il Prosecco; parla soprattutto della terra e della necessità di rispettarla. Infatti, la frase del film, per me, è questa: “quando un giorno questa terra sarà tua ricordati che anche tu sarai suo”.

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The place

Prima regola: non andate a vederlo chiedendovi (o chiedendo dopo il film ai vostri compagni di cinema) se vi è piaciuto più o meno di “Perfetti sconosciuti”. Già. Perché l’arte va sottratta all’umiliante esercizio del paragone, che sminuisce sia quello che è stato fatto prima che le evoluzioni successive.

Se siete giustamente, così, predisposti e cioè senza pregiudizi non cascherete nella trappola dei critici “a prescindere” che, sono convinta, si aspettavano la classica commedia italiana con temi attuali sì, ma non troppo complicata; ed invece si sono trovati davanti i migliori attori del cinema nostrano ad interpretare un soggetto non semplice da codificare.

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Il Cinema è politica

#cinestampa su Il Messaggero di oggi una bella intervista a Isabelle Huppert, protagonista di Happy End, film francese in uscita il 30 novembre. “Una storia fosca, durissima, con momenti di umorismo corrosivo”. In un certo senso un film politico anche se “tutti i film lo sono, il cinema non ha perso il potere di riflettere la società, magari non trova tutte le risposte, ma ha ancora voglia di porre tutte le domande”.

Belli di papà

Su Canale5 stasera. Il film (una commedia leggera con un tema però di sostanza: quello del rapporto con i figli quando diventano adulti, magari diversi da ciò che vorresti e malati di cronica ingratitudine) ha la sua spina dorsale nell’interpretazione di Abatantuono (Vincenzo) che un po’ mette in scena se stesso, il milanese “arrivato” grazie al duro lavoro, che non rinnega ma anzi esalta le proprie origini pugliesi.

I suoi tre ragazzi vivono da privilegiati (senza nemmeno esserne coscienti) con l’unica carenza vera dell’avere perso molto presto la mamma (l’altra carenza che lamentano, quella dell’attenzione e del “tempo” paterno, non è vera, piuttosto fa parte dell’ingratitudine che ho detto: troppo facile lamentarsi delle mancanze dei genitori, nei ritagli di tempo tra una vacanza a Ibiza e un trattamento estetico, dopo un faticoso shopping griffato).

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Terapia di coppia per amanti

Esco dalla sala con la sensazione di un tentativo poco riuscito, di una commedia brillante rimasta in superficie, nonostante il solido testo di partenza, l’omonimo libro di Diego De Silva (peraltro co-sceneggiatore del film) regali alla pellicola di Federici le battute fulminanti che i lettori ben conoscono e apprezzano.

“Il dibattito dopo la trombata è una cattiveria” dice Modesto Fracasso (interpretato da Pietro Sermonti, del quale non riesco a togliermi l’immagine da fiction per famiglie da Rai1) a Viviana, la sua amante (Ambra Angiolini, misurata nel ruolo, senza cadere in stereotipi ansiogeni stile Margherita Buy). La battuta di Modesto (ne dirà molte altre) sul lettone della stanza d’albergo cela la sua contrarietà a sottoporsi ad una terapia di coppia, voluta invece fermamente da lei “per capire se siamo o meno una coppia” e se potranno avere un futuro non clandestino. D’altra parte, oggi la psicoterapia is the new black, si sa, è la cura miracolosa e modaiola dell’anima. E dunque Viviana non sfugge al rimedio trendy. Insiste e l’ha vinta.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)