Talenti sprecati

#ChiM’haVisto  Oggi vi racconto di una commedia un po’ grottesca, tutta ambientata in Puglia, a Ginosa. Come immaginerete leggendo gli attori protagonisti, qui la chicca vera sono Giuseppe Fiorello e Pierfrancesco Favino. Il primo interpreta Martino, un talentuoso chitarrista che però non riesce ad uscire dall’oscurità della terza fila del palco, dietro a musici più presenzialisti e a star del calibro di Jovanotti. Il secondo è Peppino, un perfetto nullafacente di paese, con modi da cow boy e accento tarantino stretto: ogni giorno, nella controra, aspetta la sambuca con la mosca sulla sua Ape Piaggio utilizzata per “giri turistici nelle Murge” a cinque euro.

1504697560412Il tema del racconto, ispirato ad un personaggio reale, amico del regista, è serio ed anche malinconico: chi è bravo spesso non riesce a “sfondare” per ragioni imperscrutabili, anche legate all’essere troppo timido, troppo onesto, troppo leale. “Non c’è cosa peggiore del talento sprecato”, dice Mannarino (ve la ricordate Vivere la vita? Guardatela e riascoltatela qui). D’altronde lo predicò anche Gesù: ché la parabola dei talenti te la ricordi anche avendo rimosso ogni altro insegnamento catechistico, per la sua sempre stupefacente attualità.

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Appuntamento al Parco

Non volevo perdere l’ultima fatica della mitica Diane Keaton dal momento che sono appassionata di questa attrice, passata indenne dagli anni settanta ad oggi (quasi immutata, forse un po’ troppo rigida per certi contesti, come vi dirò), e dunque ho visto Appuntamento al Parco soprattutto perché attratta dalla presenza dell’attrice (una che può annoverare tra i suoi ex Woody Allen, Warren Beatty e Al Pacino non può considerarsi “normale”). Posso dirvi che il film, leggero e capace per trama e ambientazione di farvi passare due orette spensierate, è davvero poco credibile proprio per la presenza di Diane. 

La storia è ambientata in un sobborgo settentrionale di Londra, case di mattoni ottocentesche, un grande parco, botteghe deliziose, appartamenti di lusso, signore per bene impegnate solo in petizioni per garantire una pacifica e civile vita di quartiere. Tra queste c’è la protagonista, da poco rimasta vedova: pur vivendo in un condominio per soli ricchi, ha sempre più pressanti difficoltà finanziarie, non aiutate dal fatto di essere una “moglie di professione” (lo dico in senso deteriore, una di quelle fortunate donne che possono permettersi di non lavorare o lavorare poco tutta la vita, garantite da un marito “sicuro” come una buona polizza!) abituata a non fare assolutamente nulla di concreto se non volontariato e distribuzione di volantini e colazioni con le amiche.

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Il senso di una fine

È qualcosa che succede a tutti, prima o poi: trovarsi, magari in età avanzata o nel mezzo del cammino, a ricordare episodi del passato, anche lontano di decenni, trasformandone con la memoria le cause, deformando i comportamenti propri e degli altri. Spesso lo si fa per autoassolversi da qualcosa che ancora pesa sulla coscienza, un buon modo per liberarsi dei sensi di colpa. 

Trovarsi ad affrontare l’altra metà della storia (cioè come sono andate davvero le cose, al di là dei ricordi distorti dagli anni) è più o meno quello che succede al protagonista, Tony, un anziano signore, divorziato ed in pensione; abita a Londra, da solo, e si occupa del suo negozietto di riparazioni di vecchie macchine fotografiche di marca Leica. Già solo Leica. Perché sono il filo di Arianna che lo tiene legato agli anni del liceo, alla sua prima ragazza, Veronica, che gliene aveva regalato una.

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Nove lune e mezza

Da non perdere assolutamente l’esordio di Michela Andreozzi come regista. Nel film 9 lune e mezza, divertente ma pieno di spunti ed argomenti seri, trattati con ironia ed anticonformismo, lei è anche tra i principali interpreti. La sua è la parte della sorella “sfortunata” perché, ormai giunta ad una certa età di mezzo, non riesce in nessun modo ad avere figli. 

Una condizione comune, che spesso (guardiamoci intorno o dentro casa) manda in crisi le coppie, spegne l’amore, annichilisce la passione. Sorella di Claudia Gerini, che al contrario di figli non ha alcuna intenzione di farne. È ben felice della sua vita senza pensieri, da dividere solo in due (con un compagno istruttore di yoga, vegano, astemio: un inappuntabile Giorgio Pasotti). Tra chi li vuole e non riesce ad averne e chi non li vuole e teme come il fuoco le conseguenze fisiche (smagliature e dintorni) della gravidanza, vince il ginecologo (e chi sennò?): un bravissimo Stefano Fresi, che con un semplice “stratagemma”, vietato in Italia (esattamente come l’adozione di minori da parte di una coppia omosessuale: quella fatta da lui e dal suo compagno di vita, ma in Canada), cerca di risolvere in nove mesi l’annoso problema della vigilessa sterile (la Andreozzi, appunto).

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)