Atomica bionda

Se il titolo è ispirato ad uno dei pezzi della colonna sonora (Atomic di Blondie), ma anche, evidentemente, all’incredibile potenza della protagonista, la spy story è ambientata nel 1989 a Berlino, pochi giorni prima della caduta del muro. In un contesto di isteria collettiva, quello che precede uno degli eventi più importanti del secolo scorso. 

Isteria che passa dalle folle che protestano e pretendono la libertà di oltrepassare il confine blindato della cortina di ferro alle moltissime spie che infestano la capitale tedesca, a est e ovest. Spie di cui è impossibile capire a chi siano davvero fedeli, a quale servizio segreto rispondano, con chi stiano facendo patti sottobanco per interessi solo personali (la propria vita, la propria libertà, oppure molti soldi).

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Gifted

Il nostro non è un mondo adatto ai grandi talenti, diciamocelo. Se sei “nella media”, a scuola, ma non solo, fai una vita tranquilla, senza grandi ostacoli. Essere “gifted”, dotati, superdotati di neuroni ben funzionanti, può (singolarmente) creare qualche problema. Il film racconta questo: cosa succede quando il mondo (ed in particolare l’ambiziosa nonna materna) si accorge che Mary, la piccola (bravissima) protagonista, è un vero genio della matematica. 

Fino a quel momento solo lo zio Frank, fratello della madre (morta suicida quando lei era in culla) con cui vive e che la cresce come un padre, conosceva davvero la velocità della sua mente e le sue incredibili capacità di calcolo e di risoluzione di complessi problemi scientifici. Ciononostante, pur assecondando quelle doti straordinarie con naturalezza, la loro vita era assolutamente “normale”, semplice, frugale, in una casa di legno vicino al mare, in Florida.

Tutto liscio quindi fino all’inizio della scuola: quando per tutti gli altri fare tre più tre è un’impresa, mentre per Mary sono elementari moltiplicazioni e divisioni a tre cifre. Subito si capisce una cosa: quanto sia difficile essere “diversi”. “Chi è diverso è solo”, scriveva una amica poetessa. E per Mary iniziano i guai. La serenità della sua esistenza è messa in dubbio, persino il calore del rapporto con Fred, il suo gattone rosso senza un occhio (una creatura nata “imperfetta” ma capace di immenso amore).

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Borg McEnroe

Proiettato oggi a Pescara in anteprima nazionale, Borg-McEnroe è apparentemente centrato su quella che molti appassionati di tennis considerano la più bella partita della storia: la finale di Wimbledon 1980, la prima tra i due fuoriclasse, l’inizio di una grande rivalità sportiva. 

Il film rende un grande omaggio al tennis: tutto è ricostruito con rigore certosino: l’abbigliamento, i tic degli atleti, quel modo del tutto peculiare di Borg di eseguire il rovescio, lo stranissimo servizio di Mc Enroe e quella sua abilità di accarezzare la palla a rete. Il gioco, poi, è molto realistico. Il tennis è entrato spesso nei film: tralasciando l’ultimissimo “La battaglia dei sessi”, ancora nelle sale, mi viene in mente “Match Point” di Woody Allen o “Il Giardino dei Finzi Contini” di De Sica; e ancora: il meraviglioso “Anatra all’arancia” con Tognazzi-Vitti e “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci, quando i soldati fanno irruzione e arrestano l’imperatore PuYi proprio mentre sta giocando a tennis. Mai, però, come in Borg-McEnroe il racconto sportivo è stato così realistico: assisti ad una partita di tennis, le movenze degli attori hanno credibilità.
Ma il cuore del film, ed insieme la cosa che più mi ha colpito, è il tentativo, riuscito, di dare una risposta ad un interrogativo che si trascina dagli anni ‘80: perché Borg, il primo divo del tennis, il campione imbattibile, si è ritirato ad appena 26 anni. Il tennis è tutta una questione di testa, e lui, apparentemente gelido e senza emozioni, era in realtà in continua lotta con demoni interiori, una pentola a pressione. Pronta ad esplodere, di fronte ad una cosa per lui inaccettabile: la sconfitta.

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Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. (Martin Scorsese)