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C’era una volta a Hollywood

Chi ama Tarantino teme che il proposito di arrivare a dieci (e non più dieci) film sia reale e, considerando la caratura del personaggio (un genio folle che non parla a vanvera), scommetterei di sì: siamo già, con questa, alla pellicola numero 9, e ci avviciniamo purtroppo agli sgoccioli. All’uscita del cinema, il primo banale pensiero è stato un confronto mentale con The hateful eight, ottavo capolavoro di Quentin (ve ne ho parlato qui). Ma subito mi sono resa conto che era un errore paragonare tra loro i film di questo regista: in tutti c’è la sua impronta, il suo “marchio di fabbrica”, spesso insanguinato, l’inimitabile stile che ciascuno spettatore va a cercare anche nelle opere di altri (in questo caso rimenandone spesso deluso: è facile scivolare nello splatter o nel nonsense).

70621528_485010549000575_1431537338768424960_nIn C’era una volta…a Holliwood c’è ancora molto West, anche i due personaggi principali sono sostanzialmente due cowboy, per finzione ma anche per vocazione. Pensate: per quasi tre ore vedrete Leonardo Di Caprio e Brad Pitt che riempiono lo schermo, padroni assoluti della scena; impossibile dire chi sia il più bravo, perché entrambi danno il meglio di sé, come se avere dietro la macchina da presa quel genio estremo di Quentin consentisse loro di oltrepassare, ciascuno, il proprio ideale limite di performance attoriale. Continua a leggere C’era una volta a Hollywood

Domani è un altro giorno

La storia agrodolce che racconta Simone Spada non è nuova, ma una rivisitazione all’ombra del Colosseo di un bel film spagnolo del 2015 “Truman, un vero amico è per sempre”. Ho visto entrambi e non posso che considerare meglio riuscito l’esperimento nostrano, grazie soprattutto, come immaginerete, all’interpretazione dei due (veri) amici, anche nella vita, Giallini e Mastandrea (guardate questo breve video).

Il regista è al suo secondo lungometraggio: il primo, Hotel Gagarin aveva un’originalità un po’ onirica, come vi ho raccontato lo scorso anno qui. Stavolta di onirico invece non c’è niente, perché il tema centrale del racconto è la malattia, quella del secolo, di cui tutti hanno paura, anche se non lo dicono. Il cancro colpisce Giuliano, un attore teatrale poco più che cinquantenne, noto negli ambienti artistici romani, un seduttore, come lui stesso si definisce, al passato, in un momento di autentica disperazione.

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Green Book

Credo di non esagerare nel giudicare Green book uno dei più bei film che ho visto, senza ulteriori specificazioni o limitazioni temporali. È infatti un’opera magnifica e necessaria, oggi come ieri; indispensabile perché profonda su temi ancora attuali; esteticamente bella, godibile grazie alla sua straordinaria colonna sonora (il protagonista è il grande pianista Don Shirley: è ispirato a una storia vera); divertente come solo dialoghi intelligenti e brillanti possono esserlo.

Peter Farrely (noto per tutt’altro genere di film: Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo) ci racconta l’amicizia (vera e durata per tutta la loro vita) tra un buttafuori italoamericano, Tony Lip, interpretato da un incredibile Viggo Mortensen (che per entrare nel personaggio è dovuto ingrassare di ben 20 kg!) e Don Shirley, un noto, elegantissimo e raffinato musicista afroamericano (Mahershala Ali, visto anche in House of cards e premiato agli ultimi Golden Globe come migliore attore non protagonista per questo ruolo).

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Quasi amici

Oggi torniamo indietro di otto anni: credo che questo film lo meriti, me lo ero ingiustificatamente perso, quando è uscito al cinema. Sono riuscita in questi giorni a vederlo, certo senza la magia del grande schermo. Su Netflix; se anche voi ve lo eravate lasciati sfuggire, non esitate a seguire il mio esempio, saranno centododici minuti ben spesi. Che vi lasceranno addosso un senso affettuoso, di allegria e tenerezza, quello che sanno trasmetterti le persone semplici e di sostanza. Capaci di superare i limiti delle diversità e degli handicap che prima o poi nella vita di tutti ci annodano, rischiando di farci inciampare o, peggio, facendoci cadere rovinosamente.

La storia è ispirata ad una vicenda realmente accaduta, tanto che nei titoli di coda potrete vedere i veri protagonisti. Ciò rende il tutto ancora più apprezzabile: non so voi, ma l’idea che un racconto di umanità non sia frutto di fantasia ma abbia trovato riscontro reale nel rapporto tra due persone mi consola e mi rende ottimista bei confronti dei miei simili (ed anche di me stessa). In fondo non siamo (tutti) così cattivi…

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Ralph spacca Internet

Vi prego, non pensate che sia un film per bambini. Al di là dell’uso dell’animazione, il sequel di Ralph spaccatutto, oltre ad essere, originalmente, molto più bello del primo, è una storia comprensibile a fondo solo agli adulti; capace di suscitare una riflessione intelligente su temi “da grandi” come l’amicizia, la capacità di adattarsi ai cambiamenti, il rapporto della nostra vita con la tecnologia.

La storia è ambientata immediatamente prima dell’avvento di internet, in una sala giochi tradizionale, dove i protagonisti, Ralph e la sua piccola amica Vanellope “lavorano” durante il giorno, ciascuno nella propria realtà ludica, a beneficio dei ragazzini che quotidianamente frequentano il luogo (ormai impossibile trovarne uno: tutti soppiantati dal web e da console domestiche che non richiedono nemmeno l’uscita di casa!).

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7 uomini a mollo

Francia, periferia urbana. Qui si svolgono le esistenze un po’ sdrucite dei protagonisti, uomini non belli, non di successo, non ricchi. Sconfitti e marginali, alle prese con le miserie di un quotidiano dove non riescono a trovare la felicità e la soddisfazione di sé a cui ognuno avrebbe diritto. Il protagonista, Bertrand, assomma una serie di negatività che lo rendono ultimo tra gli ultimi: ha quarant’anni e soffre di una grave depressione; per questo ha perso il lavoro ed insieme la stima ed il rispetto dei suoi figli.

Gli rimane una pietà affettuosa elargita dalla moglie, che però, evidentemente, non crede più in lui e nelle sue possibilità di riscatto. Il punto di incrocio di queste grigie esistenze è la piscina del paese, dove i sette si iscrivono ad un neoistituito corso di nuoto sincronizzato maschile. Nessuno di loro è in forma fisica, né dotato di grazia e muscolatura adatte a uno sport così difficile; eppure decidono di provarci, ciascuno con una propria motivazione di ricerca di riscatto, di una sfida da tentare di vincere.

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La terra dell’abbastanza

Questo film è un esordio incredibile, vi raccomando di non farvelo scappare a causa dell’estate (approfittate dei giorni festivi piovosi e dei mondiali senza azzurri). I gemelli D’Innocenzo sono i registi, al loro primo lungometraggio. Ma non erano famosi per niente, in precedenza. Nemmeno un corto. Mi sono documentata e ho letto che facevano i giardinieri, fotografi per passione, scrittori di sceneggiature, o rimaste nel cassetto o uscite senza che i loro nomi fossero noti al grande pubblico.

La terra dell’abbastanza è quindi la loro favola a lieto fine, anche se di cose fiabesche e di esiti fortunati qui non se ne vede l’ombra. La storia si pone nel filone neorealista che negli ultimi anni ha visto protagoniste le periferie degradate delle nostre metropoli. Soprattutto della capitale. Gli autori sono “seguaci” di Garrone, che li ricambia evidentemente di stima e considerazione, se è vero (come è vero) che li ha consultati per alcune scene di Dogman.

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