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La terra dell’abbastanza

Questo film è un esordio incredibile, vi raccomando di non farvelo scappare a causa dell’estate (approfittate dei giorni festivi piovosi e dei mondiali senza azzurri). I gemelli D’Innocenzo sono i registi, al loro primo lungometraggio. Ma non erano famosi per niente, in precedenza. Nemmeno un corto. Mi sono documentata e ho letto che facevano i giardinieri, fotografi per passione, scrittori di sceneggiature, o rimaste nel cassetto o uscite senza che i loro nomi fossero noti al grande pubblico.

La terra dell’abbastanza è quindi la loro favola a lieto fine, anche se di cose fiabesche e di esiti fortunati qui non se ne vede l’ombra. La storia si pone nel filone neorealista che negli ultimi anni ha visto protagoniste le periferie degradate delle nostre metropoli. Soprattutto della capitale. Gli autori sono “seguaci” di Garrone, che li ricambia evidentemente di stima e considerazione, se è vero (come è vero) che li ha consultati per alcune scene di Dogman.

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Lazzaro felice

Vi consiglio questo film, anche se è difficile e ardito e continuerete a pensarci senza davvero trovare il bandolo definitivo. Senza capire chi fosse Lazzaro, se un santo, un Gesù del nostro tempo, il personaggio buono di una favola o di una parabola moderna, ambientata tra lo scorso e questo secolo.

Un indizio lo danno i titoli di coda, dove leggerete che la storia è ispirata al racconto di San Francesco e il lupo. C’è un lupo in effetti, che compare in due momenti importanti della narrazione, un animale selvatico e buono, solitario; che in entrambi i casi simboleggia il passaggio dalla vita alla morte, e viceversa. Come se non fossero stati definitivi, ci si potesse risvegliare e ricominciare una nuova esistenza, in un tempo diverso. A distanza di cinquant’anni. Tutti sono cresciuti, invecchiati; si sono allontanati e perduti. Lazzaro, miracoloso, è rimasto il ragazzino che era nel 900: la prima parte del film.

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Made in Italy

Il film scritto e diretto dal cantautore di Correggio non è solo dedicato ai fanatici di Campovolo. Le sue canzoni sono il filo conduttore della storia, certo. Ma la storia ha un senso per tutti: è quella dell’assoluta maggioranza di noi, una storia comune, spesso di sconfitta, dei nostri giorni. “Cosa ci faccio qui?” è la domanda. “La mia parte”, risponde Sara (interpretata dalla Smutniak).

Lei sta con Riko (Accorsi) da molti anni (“forse troppi” dice ad un’amica) un po’ intrappolata in un matrimonio di reciproci tradimenti, incomprensioni e silenzi. Come tanti. Hanno un figlio con ambizioni da cineasta che vuole andare a studiare al DAMS a Bologna; mentre loro vivono una quotidianità ormai solo ripetitiva, claustrofobica e frustante. Se non fosse per gli amici. Una cerchia di amici stretti, che c’è sempre, soccorre ad ogni mancanza, fa ridere e sorridere e soprattutto consola. Ascolta. In un’intervista alla radio ho sentito Ligabue dire di avere parlato di se stesso e del suo modo di vivere l’amicizia. Qualcosa di indispensabile che salva da ogni disperazione.

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