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La casa de papel

Il 19 luglio esce l’attesa terza stagione de La casa de papel, la serie spagnola, record assoluto di spettatori al mondo, tra quelle non americane. Uscita in anteprima su Antena 3, oggi esclusiva Netflix. Se non avete visto le prime stagioni, cercate di mettervi in pari: non è facile andare avanti a raccontare una storia che sembrava avere trovato il suo finale perfetto. Questa è la sfida del sequel, e non è da poco, considerando il livello qualitativo del film finora visto e l’empatia creata dai suoi protagonisti con il pubblico.

Il racconto parte da un’idea folle: il Professore, un personaggio misterioso, di cui da subito si riconosce l’immensa intelligenza e cultura, la capacità camaleontica di trasformarsi a seconda della situazione nel personaggio più giusto ad affrontarla, pianifica il colpo del secolo. Svaligiare la Zecca di Stato spagnola, ma non semplicemente portando via il denaro che vi si sarebbe trovato depositato, bensì stampandone di nuovo in quantità incommensurabili: milioni di euro, appena usciti dalle macchine rotative, nelle tasche degli otto rapinatori, addestrati appositamente per attuare una rapina perfetta. Sono previste varianti per ogni possibile evento, vie di uscita di emergenza per qualsiasi imprevisto.

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A un metro da te

Ho scelto di vedere questo film perché nella mia quotidianità ho conosciuto, attraverso un’amica, cosa sia la fibrosi cistica, come condizioni la vita di chi nasce con questa patologia (in particolare, i più piccoli), con quali strumenti (della medicina e non solo) possa essere affrontata e anche combattuta. Non tutti sanno di che si tratti e penso sia bene che il cinema, che è capace di raggiungere diverse fasce di pubblico, di ogni età, si occupi di argomenti così seri.

La diffusione della conoscenza e della consapevolezza è positiva in sé, per consentirci di non sottovalutare certe situazioni e magari di decidere di fare la nostra parte (guardate questo link della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica). Insomma: mi sono trovata in un cinema del centro di una metropoli qualunque, letteralmente circondata (e non me lo aspettavo!) di teenager di sesso femminile in delirio, come in attesa dell’uscita sul palco della rockstar preferita. La ragione è presto detta: il protagonista del film è Cole Sprouse, un vero idolo delle giovanissime (dalle millennials in giù, fino alla preadolescenza inclusa).

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Border

Vi avverto: non è un film per tutti, quello di Ali Abbasi, regista 37enne, scandinavo, di origini iraniane. Nel senso che è pensato, lavorato, recitato per ingenerare impressioni e reazioni forti negli spettatori: non proprio positive, perché i protagonisti hanno un aspetto tutt’altro che gradevole, sono dei troll, un po’ integrati un po’ no, nel mondo degli uomini.

Agli ultimi Oscar Border è stato candidato per il miglior trucco: gli effetti mostruosi non sono digitali, ma frutto dell’opera certosina dei truccatori, che hanno reso irriconoscibili i due attori che interpretano Tina e Vore. I loro volti sono deformati e brutti (almeno secondo i nostri canoni) hanno un DNA diverso dagli altri, questo è innegabile.

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Poli opposti

Su Netflix c’è questo film, lo segnalo a chi ha voglia di una storia romantica e leggera, ben girata ed anche divertente, con lo sfondo di Roma (tutti, in questo periodo, ne parlano male ma è stra-bella, ed io non mi stanco mai di vederla, nei film e dal vivo).

Certo il titolo, secondo me, è sbagliato. O meglio: serve per attirare l’attenzione e giustificare la locandina, ma i due protagonisti non sono affatto agli antipodi, se non in apparenza. D’altronde, le storie d’amore migliori richiedono affinità elettive di sostanza (io per esempio non starei mai con una persona a cui non piace il cinema, tanto per dirne una).

Certo, Stefano e Claudia “remano”, nelle loro vite professionali,  in direzioni opposte: lui (un terapista) per risanare coppie in crisi, lei (un avvocato) per “armare” a dovere le sue clienti (tutte rigorosamente donne) nell’agone distruttivo dei giudizi di divorzio (ma non sarebbe meglio, quando l’amore finisce, lasciarsi senza guerre pubbliche e non uccidere anche i ricordi più sani del sentimento passato?). Continua a leggere Poli opposti

Croce e delizia

Simone Godano è al suo secondo lungometraggio, dopo Moglie e marito, del 2017, in cui si avventurava, con la Smutniak e Favino, su un terreno scivoloso come lo scambio dei sessi (se vi va di rispolverare, leggete qui). Evidentemente è capace di lavorare su trame di puro anticonformismo, perché anche questa storia, incentrata nuovamente su attori bravissimi e navigati, capaci di maneggiare i loro personaggi con naturalezza e talento da vendere, viaggia su canali lontani dagli schemi ordinari.

In particolare: smonta l’idea tradizionale di famiglia e di amore, persino quella delle preferenze sessuali, perché lo spettatore rimane sempre sul filo dell’incertezza: quale “piega”, alla fine, prenderanno i protagonisti? Una delle scene iniziali vi farà subito capire che vi divertirete: la famiglia Petagna (il padre è Gassmann) su una Fiat Multipla stracarica (anche di un bananone gonfiabile assicurato sul tettuccio) in viaggio verso le vacanze, da Nettuno a Gaeta, con il sottofondo musicale di Raffaella è mia di Tiziano Ferro (ve la ricordate? Ascoltatela qui).

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Se son rose

Pieraccioni rappresenta, ancora una volta, se stesso: simpatico e leggero, ha passato da poco i 50, un matrimonio alle spalle, una figlia adolescente che lo critica per lo stile di vita, a galleggiare tra una fidanzata e l’altra; talmente precario da non tirare fuori dal cartone di imballo nemmeno la macchina per il caffè, ché significherebbe troppa stabilità, l’inizio di un’abitudine.

Ci sarà un respiro autobiografico nell’idea della sceneggiatura? D’altronde, il protagonista si chiama proprio Leonardo. Tutto inizia da un sms mandato nella notte, “a sua insaputa”, mentre dorme. L’autrice del misfatto è proprio sua figlia: con la complicità della nonna (dotata di una memoria dettagliata delle ex del pupillo), recupera i nomi delle precedenti fiamme, tutte naufragate, per diverse ragioni, dopo esattamente tre anni di relazione.

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Tutti lo sanno

Il regista Farhadi (quello de Il cliente e di Una separazione) narra una storia noir tra le – apparentemente – rassicuranti mura familiari di una splendida casa di campagna nella regione di Madrid. Dai titoli di coda ho appreso che si tratta di Torrelaguna, a pochi chilometri dalla capitale.

Campi e vigneti, un contesto antico e caldo, dove la protagonista, Laura (interpretata da Penelope Cruz) ritorna, con i due figli, per il matrimonio di una delle due sorelle rimaste in Spagna, nel paese di origine: vive con il marito a Buenos Aires e sembra avere fatto tanta strada, essere una donna realizzata e sicura. Lentamente, attraverso un racconto all’apparenza fatuo e basato su inezie, tutte finalizzate al festeggiamento, si comprendono i legami tra i personaggi della famiglia, le tensioni, le intolleranze tenute sopite. Continua a leggere Tutti lo sanno