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Terapia di coppia per amanti

Esco dalla sala con la sensazione di un tentativo poco riuscito, di una commedia brillante rimasta in superficie, nonostante il solido testo di partenza, l’omonimo libro di Diego De Silva (peraltro co-sceneggiatore del film) regali alla pellicola di Federici le battute fulminanti che i lettori ben conoscono e apprezzano.

“Il dibattito dopo la trombata è una cattiveria” dice Modesto Fracasso (interpretato da Pietro Sermonti, del quale non riesco a togliermi l’immagine da fiction per famiglie da Rai1) a Viviana, la sua amante (Ambra Angiolini, misurata nel ruolo, senza cadere in stereotipi ansiogeni stile Margherita Buy). La battuta di Modesto (ne dirà molte altre) sul lettone della stanza d’albergo cela la sua contrarietà a sottoporsi ad una terapia di coppia, voluta invece fermamente da lei “per capire se siamo o meno una coppia” e se potranno avere un futuro non clandestino. D’altra parte, oggi la psicoterapia is the new black, si sa, è la cura miracolosa e modaiola dell’anima. E dunque Viviana non sfugge al rimedio trendy. Insiste e l’ha vinta.

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La pazza gioia

Il tema della follia attrae gli artisti, la letteratura ed il cinema. La nostra mente è misteriosa, ancora più oscura quando (almeno agli occhi dei più) funziona ad intermittenza o smette di farlo. Vi ricordate Follia? Il bellissimo romanzo di Patrick McGrath? Ho pensato anche a questo vedendo il film di Virzí: dai titoli di coda vi rendete conto che nulla è improvvisato, il regista ha consultato psichiatri e psicologi, non ha descritto a caso.

Come in quel libro, dove la pazzia era dettagliata, scandagliata quasi da consentire di capirla. Poi ho pensato a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Per le scene all’interno del manicomio. La coabitazione tra simili, ciascuno con la sua mente perduta, nel tentativo di ritrovarla. Oppure di nascondersi al mondo. Ma Villa Biondi non è un manicomio, non è un luogo di reclusione. Invece è un luogo di accoglienza, di cura. Non solo con le medicine, ma con la gentilezza (la stessa di cui vi ho parlato ieri, quella che salva Pericle il nero).

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Appuntamento al Parco

Non volevo perdere l’ultima fatica della mitica Diane Keaton dal momento che sono appassionata di questa attrice, passata indenne dagli anni settanta ad oggi (quasi immutata, forse un po’ troppo rigida per certi contesti, come vi dirò), e dunque ho visto Appuntamento al Parco soprattutto perché attratta dalla presenza dell’attrice (una che può annoverare tra i suoi ex Woody Allen, Warren Beatty e Al Pacino non può considerarsi “normale”). Posso dirvi che il film, leggero e capace per trama e ambientazione di farvi passare due orette spensierate, è davvero poco credibile proprio per la presenza di Diane. 

La storia è ambientata in un sobborgo settentrionale di Londra, case di mattoni ottocentesche, un grande parco, botteghe deliziose, appartamenti di lusso, signore per bene impegnate solo in petizioni per garantire una pacifica e civile vita di quartiere. Tra queste c’è la protagonista, da poco rimasta vedova: pur vivendo in un condominio per soli ricchi, ha sempre più pressanti difficoltà finanziarie, non aiutate dal fatto di essere una “moglie di professione” (lo dico in senso deteriore, una di quelle fortunate donne che possono permettersi di non lavorare o lavorare poco tutta la vita, garantite da un marito “sicuro” come una buona polizza!) abituata a non fare assolutamente nulla di concreto se non volontariato e distribuzione di volantini e colazioni con le amiche.

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