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Domani è un altro giorno

La storia agrodolce che racconta Simone Spada non è nuova, ma una rivisitazione all’ombra del Colosseo di un bel film spagnolo del 2015 “Truman, un vero amico è per sempre”. Ho visto entrambi e non posso che considerare meglio riuscito l’esperimento nostrano, grazie soprattutto, come immaginerete, all’interpretazione dei due (veri) amici, anche nella vita, Giallini e Mastandrea (guardate questo breve video).

Il regista è al suo secondo lungometraggio: il primo, Hotel Gagarin aveva un’originalità un po’ onirica, come vi ho raccontato lo scorso anno qui. Stavolta di onirico invece non c’è niente, perché il tema centrale del racconto è la malattia, quella del secolo, di cui tutti hanno paura, anche se non lo dicono. Il cancro colpisce Giuliano, un attore teatrale poco più che cinquantenne, noto negli ambienti artistici romani, un seduttore, come lui stesso si definisce, al passato, in un momento di autentica disperazione.

Giallini presta a questo personaggio il suo viso vissuto e il suo sarcasmo naturale: finalmente uscito da un ruolo un po’ stereotipato e ripetitivo dove anche Schiavone, con il suo enorme successo di pubblico, aveva contribuito a legarlo, dimostra quanto sia bravo, espressivo, empatico.

Da un lontanissimo paese del Canada, dove lavora in un’industria di robotica, arriva Tommaso, per trascorrere quattro giorni con l’amico e tentare di convincerlo a curarsi, ad accettare i farmaci, che sembrano a Giuliano inutile veleno; lo interpreta Mastandrea, che ancora una volta ha superato se stesso. In certe scene non ha nemmeno bisogno della battuta per comunicare al pubblico emozioni forti, basta lo sguardo, le sopracciglia, il sorriso, il capo reclinato. Notatelo, insieme ad alcune inquadrature azzeccate, come quella che vede i due agli angoli opposti dello schermo, seduti sul divano, a rimarcare la lontananza della loro condizione, ma insieme la vicinanza inossidabile che solo l’amicizia autentica rende naturale.

Il film si stende in quattro giorni intensi, dove si vede molto Roma (le strade ocra del colle Celio, con il Colosseo onnipresente e i pini di Colle Oppio) e qualche splendida immagine di Barcellona, dove i due vanno a salutare (Giuliano per sempre) il figlio che vi frequenta l’università.

La frase del film per me è di Oscar Wilde, citata in un momento crudele, quello in cui Giuliano viene liquidato dal direttore del teatro dove lavora (è l’Ambra Iovinelli, per la cronaca): “se un amico non mi invita al suo compleanno non importa, ma se non condivide con me un grande dolore allora mi offendo”.

Già, la condivisione del dolore: sembra facile a dirsi, salvo accorgersi, quando ci si trova spaventati dalla fine di questa cosa misteriosa e preziosa che è la vita, che si ha difficoltà a confessare la paura e a cercare aiuto. Una menzione speciale merita il cane: elemento fondamentale della storia, trait d’union a quattro zampe tra i due protagonisti, che capisce tutto e tutto condivide: e si vede, da sguardi che chiamare umani sarebbe sminuente per lo splendido e solido Bovaro del bernese.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 al film, 5 a Mastandrea, capace di cambiare ad ogni film, come i bravi attori sanno fare.