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Se son rose

Pieraccioni rappresenta, ancora una volta, se stesso: simpatico e leggero, ha passato da poco i 50, un matrimonio alle spalle, una figlia adolescente che lo critica per lo stile di vita, a galleggiare tra una fidanzata e l’altra; talmente precario da non tirare fuori dal cartone di imballo nemmeno la macchina per il caffè, ché significherebbe troppa stabilità, l’inizio di un’abitudine.

Ci sarà un respiro autobiografico nell’idea della sceneggiatura? D’altronde, il protagonista si chiama proprio Leonardo. Tutto inizia da un sms mandato nella notte, “a sua insaputa”, mentre dorme. L’autrice del misfatto è proprio sua figlia: con la complicità della nonna (dotata di una memoria dettagliata delle ex del pupillo), recupera i nomi delle precedenti fiamme, tutte naufragate, per diverse ragioni, dopo esattamente tre anni di relazione.

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Gli sdraiati

Chi, come me, da anni non perde un’ “Amaca” di Michele Serra su Repubblica non poteva certo mancare il film (liberamente) tratto dal libro del bravo giornalista e scrittore “Gli sdraiati”. Liberamente perché la sceneggiatura è della regista Archibugi e di Francesco Piccolo (ricorderete “Momenti di trascurabile felicità” e “infelicita”). E perché il libro non racconta una vera storia, invece costruita (e bene) per il grande schermo, per potere calare nei personaggi le riflessioni di carta del romanzo.

Il protagonista è Giorgio (Claudio Bisio: per me la sua migliore interpretazione con Mediterraneo di Salvatores). Un giornalista televisivo popolarissimo, uno capace di spostare le opinioni del pubblico, da prima serata, lo riconoscono al bar, per strada. Insieme a lui il figlio adolescente Tito (Gaddo Bacchini), un liceale svogliato e viziatissimo, inespressivo, incomunicabile, pigro fino all’inverosimile. Pensate: nel libro di Serra il suo nome è Tizio, a sottolineare l’assoluta estraneità tra le due generazioni, la distanza siderale, tale per cui in casa era come avere uno passato di là casualmente.

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Lo chiamavano Jeeg Robot

Già dal primo trailer che ho visto, di questo film ho pensato che non potevo perderlo. Invitandovi a fare la stessa cosa, magari recuperandolo in DVD, posso dirvi che ha superato le aspettative in termini di originalità di genere, nel panorama cinematografico non solo italiano; ma soprattutto per la complessità dei piani di comprensione del contesto, dei personaggi, dei significati della storia surreale ma insieme iperrealista raccontata da Gabriele Mainetti.

Ho letto diversi commenti entusiasti perché si tratterebbe del primo vero superhero movie italiano. Credo però che questa valutazione, pur obiettivamente ineccepibile, sia un po’ riduttiva e non tenga conto che Enzo Ceccotti è tutt’altro che un super eroe: piuttosto mi ha fatto pensare ad un super anti-eroe. Il paragone con quel genere cinematografico, dove i protagonisti sono sempre dei bamboccioni perfettamente muscolosi e “tagliati con l’accetta” quanto alle emozioni (bianco e nero, buono e cattivo, come quasi sempre nei film americani), non tiene affatto (e per fortuna).

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