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L’uomo dal cuore di ferro

Ho visto questo film nel giorno della memoria, avevo bisogno di una storia, di un racconto vero; del buio del cinema e di un po’ di raccoglimento, anche per sfuggire all’inondazione di post e hashtag pontificanti.

Ormai, ogni giornata dedicata a qualcosa (sia serissima, come quella del 27 gennaio, oppure vacua e inventata apposta per far girare la gente sui social) diventa occasione di protagonismo, soprattutto da parte di chi fa politica: e le strumentalizzazioni e banalizzazioni della ricorrenza delle vittime dell’olocausto sono troppe e per me insopportabili.

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The Teacher

Questa volta vi porto a Bratislava, anno 1983, pieno socialismo reale: una storia (vera, come capirete prima della conclusione, quando vi verrà detto che “fine” hanno fatto i protagonisti) raccontata da un regista ceco, Jan Hrebejk, che evidentemente ha vissuto esattamente quella realtà, avendo all’epoca sedici anni. Più o meno l’età degli alunni della scuola della periferia di Bratislava che fa da teatro alla narrazione quasi teatrale del film: succede che, all’inizio dell’anno, arriva una nuova professoressa, di storia, letteratura e lingua russa. 

Si chiama Maria Drazdechova, una donna giunonica e dai modi apparentemente suadenti, una dirigente di partito (IL partito), dunque un’”intoccabile” anche se limitatamente a quel piccolo mondo squallido ed insignificante. Lei fa l’appello dei presenti, come prima cosa, come si fa sempre. Ma insieme chiede (prendendo appunti delle risposte) a ciascun alunno che lavoro facciano i genitori.

Si capisce subito che quella non è una semplice curiosità fine a se stessa ma un modo per sapere chi sfruttare e come farlo: per garantirsi una esistenza più facile e comoda in un modo, quello della cortina di ferro, dove ogni benessere è bandito e osteggiato e coperto con una coltre di grigiore e (finta) uguaglianza. Buoni voti in cambio di messe in piega gratuite, di riparazioni gratuite, di servizi domestici gratuiti. Persino le pulizie, fatte dai ragazzi che intendessero recuperare con il lavoro qualche interrogazione andata male. Banale corruzione. O forse concussione? Alle surreali scene delle lezioni in classe (fatte di soprusi, come forse spesso accade, a prescindere dal luogo e dal tempo e dal “regime”) si alternano quelle della riunione dei genitori, convocata dalla direzione della scuola per accertare se le accuse di alcuni contro la professoressa fossero vere; ed ancora quelle di ciò che davvero accadeva.

“Questo non è un film sul comunismo o sul bullismo”, ha dichiarato il regista, “qui l’argomento principale è la paura, l’opportunismo, la dignità umana”. Vero: non c’è “sotto” una presa di posizione politica “contro” il socialismo reale che congelava la Cecoslovacchia di quei tempi. Certo è che il ritratto che ne esce fuori è quello di un ambiente corrotto anche nelle piccole cose, malato, depresso, impaurito ed incapace di guarire, se non grazie all’iniziativa di qualche eroe coraggioso.

Anche nel film succede così, ma il finale, che vi invito a guardare con attenzione, vi farà capire che quella malattia è purtroppo diventata cronica e non se ne è andata via con la conquista della libertà dal regime comunista. Una visione amara dunque ed una affermazione sottintesa: che la scuola è lo specchio della nostra società e del suo livello di evoluzione, culturale e di percezione delle illiceità e delle prepotenze. Non va sottovalutata e nemmeno lasciata a se stessa, come troppo spesso (oggi, anche oggi) succede.