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Dolor Y Gloria

Su una rivista di cinema, con i volti del regista Almodovar e della sua musa Penelope, ho letto “la vita è dolor y gloria”. Ed è proprio questa la grandezza dell’ultima fatica di Pedro, così attesa dai cinefili e che certo non delude ma anzi supera le aspettative: perché si distacca da un certo cliché di situazioni e di personaggi cui eravamo abituati.

Il film è infatti in larga parte autobiografico, fatta salva qualche esperienza estrema del protagonista, che è solo fiction (l’assunzione di eroina, ad esempio; le grotte degli anni da bambino; alcuni dialoghi con la madre anziana). In una bella intervista, l’autore dice che stava da un po’ lavorando su una sceneggiatura, che però non riusciva a concludere con soddisfazione; e di averla abbandonata per questa, nella quale racconta fondamentalmente di se stesso, dei genitori, dell’infanzia, degli amori e delle esperienze del passato.

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C’è tempo

Quando non si è più bambini, si capisce, a volte improvvisamente, spesso per qualche evento della vita, che la cosa più preziosa che ciascuno di noi ha è il tempo. Il titolo dell’ultimo film di Veltroni (il primo a non essere un documentario, ma una commedia) è rassicurante e infonde speranza.

Sentirsi dire che “c’è tempo” abbassa i battiti cardiaci, fa sentire sollevati, toglie l’ansia che è sempre dietro l’angolo. Ed è un titolo che non può non far pensare alla omonima, splendida canzone di Ivano Fossati (da riascoltare qui). I temi non sono molto diversi, quindi davvero potrebbe essere una citazione. Che c’è tempo lo dice Stefano (Fresi) al piccolo Giovanni (Fuoco), alla sua prima apparizione cinematografica.

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Notti magiche

L’ultimo di Virzì (presentato il giorno della sua uscita dallo stesso autore al FLA di Pescara) non è un film semplice, vi avverto. Ed è adatto (solo) a chi del 1990 e dintorni abbia almeno un ricordo cosciente: la storia è infatti ambientata nell’estate dei mondiali di calcio italiani (Notti magiche è la canzone urlata dalla Nannini da tutte le TV dello stivale).

Ha dunque il limite di essere poco comprensibile per i millennials, generazioni successive, non ancora nati in quell’anno, o troppo piccoli per disperarsi quando Aldo Serena sbagliò il rigore contro l’Argentina di Maradona. O per ricordare con nostalgia la voce di Bruno Pizzul e la sua frase, divenuta tristemente famosa, “sono immagini che non avremmo mai voluto commentare”. Insomma, il regista livornese non si rivolge a tutti: ma solo a coloro che possano condividere con la propria personale memoria il tema centrale del film, che è quello del tempo e del ricordo e del passato che non torna (non saprei dire se per fortuna). Continua a leggere Notti magiche

Hotel Gagarin

L’opera prima di Simone Spada (regista torinese quarantacinquenne, con esperienza in film importanti, come Lo chiamavano Jeeg Robot e con attori popolari come Checco Zalone) è coraggiosa e originale,anche grazie alla scelta degli interpreti, bravi, bravissimi, a calarsi in un contesto quasi onirico, rasserenante e poetico.

Un contesto in cui, secondo me, è maestro Battiston, ma nel quale danno ottima prova di sé anche Amendola, Argentero e Bobulova. Tutti personaggi accomunati da esistenze un po’ sfortunate, mediocri, irrealizzate. Amendola è un elettricista, Argentero un fotografo di matrimoni, Battiston un (inascoltato) professore di storia, come ripiego alla sua vera passione: il cinema.

Scrive sceneggiature, immagina storie. Ma non trova chi lo apprezzi, le idee rimangono nei cassetti e con esse la convinzione che diventare un regista sia un sogno irrealizzabile. Bobulova è una elegante signora arrivata a Roma dalla Russia, che se la cava con affari vari, sempre in bilico con l’illegalità.

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