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The mule

Il corriere, in italiano. Ma il titolo originale mi piace di più, ha in sé una capacità espressiva maggiore, rispetto a un’attività dove viene richiesto solo di andare e tornare, senza pensare. Portando un carico con sé, che deve necessariamente arrivare a destinazione. Niente domande, niente fermate, niente deviazioni. In questo consiste il lavoro della terza età di Earl Stone, che fino a quasi novant’anni si era dedicato solo a bulbi e fiori e colori e gare di innesto.

È lui il personaggio scelto da Clint Eastwood per il suo film, dove è attore e protagonista a quasi 89 anni di età, un vero record man, non credete? Infatti, sebbene la sua ultima pellicola (Attacco al treno: qui potete rileggere la mia netta stroncatura) mi avesse fatto pentire di avere sprecato i pochi euro del biglietto, ho pensato che non si potesse perdere l’impresa coraggiosa di un grande protagonista del cinema internazionale che si mette in gioco ad un’età in cui molti, se hanno la fortuna di vivere, a stento riescono a fare i nonni. Insomma Clint-Earl: ed è una storia vera, scelta evidentemente anche per una percepita comunanza caratteriale. Sembra quasi che non reciti, per quanto è se stesso, il regista, dietro la cinepresa che dirige.

Naturalmente duro, ma insieme, a sorpresa, capace di gesti di grande generosità. Incapace di essere marito e padre secondo modelli “normali”. Incredibilmente abile a trovarsi coinvolto in un enorme traffico di droga e ad avere a che fare, trattandoli come ragazzini un po’ sempliciotti, con pericolosi affiliati al cartello messicano di Sinaloa. Il film evoca, per chi come me ne è appassionato, le atmosfere delle varie serie Netflix di Narcos: in particolare Narcos Mexico, tanto che tra gli attori, sempre nelle vesti del poliziotto della DEA, si ritrova il bravo Michael Pena. Una menzione speciale merita Bradley Cooper: anche lui interpreta uno sbirro, alle calcagna dell’insospettabile corriere. Visto e apprezzato moltissimo in A star is born insieme a Lady Gaga dimostra di essere un artista versatile e capace di stare al passo del mostro sacro Clint.

Il film ha un bel ritmo, vi terrà in apprensione fino alla fine, per le sorti del vecchio e quasi incosciente Earl. Bella la fotografia: è un road movie, attraverso le strade lunghe e dritte degli USA, con qualche gobba che le rende inconfondibili anche per chi non le ha mai viste dal vivo, ma solo su uno schermo.

Ottima la colonna sonora, che ascolterete con Clint dall’autoradio del suo pick-up. Sono ingredienti immancabili nei suoi film, come le case di legno bianco con la bandiera americana piantata sulla facciata. E come una vena di non celato razzismo nel protagonista, che è sotto ogni profilo realistica e politicamente scorretta. Come il regista vuole, con determinazione, apparire.

Un’ultima cosa: c’è un cammeo di Andy Garcia, interpreta il narcotrafficante a capo del cartello della droga per cui Earl lavora. Un po’ imbolsito e nella prima scena quasi irriconoscibile. Ma è sempre Andy Garcia: impreziosisce il film, non c’è che dire.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 questa volta: ho riabilitato il mitico Eastwood, per fortuna.

Ore 15:17 attacco al treno

Ho fatto passare un po’ di giorni prima di scrivere su questo film, perché l’avessi fatto sul momento sarei stata eccessivamente dura. A caldo, quando sono uscita dal cinema, ero semplicemente senza parole per la bruttezza dell’ultimo lavoro di Eastwood regista.

Eppure, come credo per molti, la scelta di vederlo era “pilotata” proprio dal carismatico Clint. Ho pensato: saprà dare il giusto taglio ad un racconto di cronaca, magari infarcendolo di patriottismo e ideologie un po’ filo-militari, da esaltazioni a stelle e strisce. Ma con stile, con il suo stile.

Avevo letto che gli attori erano i veri protagonisti del drammatico episodio di terrorismo, avvenuto nell’agosto del 2015, su un treno diretto a Parigi da Amsterdam, nel cuore dell’Europa. Avevo creduto che la mancanza di professionisti del cinema sarebbe stata compensata dal livello della regia e che era una buona idea la scelta iperrealistica di fare rivivere alle persone che ne erano rimaste coinvolte l’incubo di quei minuti di paura, con la morte a un centimetro dal naso.

Dunque, avevo delle aspettative, confortate dalla convinzione che un lungometraggio sia un ottimo strumento di documentazione, anche di un fatto “storico”, più risalente o attuale, per riflettere e per non dimenticare. Nulla di tutto questo, purtroppo. Almeno secondo me.

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