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Io c’è

Il film ha un tema, quello della religione, o meglio delle religioni, che di rado (o forse mai) è affrontato dal cinema, se non per raccontare di personaggi appartenenti all’una o all’altra confessione, magari in modo eroico o come ricostruzione storica. Ci vuole coraggio per fare dell’argomento “fede” l’oggetto di un racconto tra il dissacrante e l’ironico, una riflessione senza veli sulle impalcature costruite dall’uomo intorno al concetto del divino, all’idea di Dio da distribuire sulla terra ai credenti, per renderli prima di tutto dipendenti, in cambio alleviando le loro solitudini o sofferenze personali con la speranza di un al di là migliore di qui.

Il regista, non nuovo in realtà ad un approfondimento del genere (si pensi a Orecchie sul quale vi invito a vedere questo link), questo coraggio, almeno nelle intenzioni e nell’idea di base, lo ha avuto. Anche scegliendo attori capaci di interpretare a dovere lo sguardo disincantato dell’autore del soggetto: Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston. Sono bravi, fanno anche molto ridere, soprattutto all’inizio. Nelle scene in cui si decide, per bassissime ragioni “fiscali”, di lanciare la sfida alla casa di accoglienza per “turisti” gestita dalle suore, dirimpettaie del pretenzioso quanto male in arnese B&B “Miracolo italiano”, gestito, in perdita, da Massimo.

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Metti la nonna in freezer

Il successo di pubblico di questo film (in due settimane più di due milioni di incassi) è più che meritato. Adoro il coraggio del cinema dissacrante davvero, che arriva fino in fondo nel ribaltare i buonismi ed il politically correct.

A volte infatti succede che l’idea, in questa direzione, sia buona ma che nel corso del film qualcosa venga meno e si decida di “aggiustare il tiro” (quello che ho constatato, con un po’ di delusione, in “Io c’è” nelle sale da giovedì scorso, di cui vi parlerò tra qualche giorno). Bravi dunque i due registi debuttanti in un lungometraggio per il grande schermo Fontana e Stasi a costruire una commedia nera divertentissima ed in un crescendo, quanto a cattiveria, che arriva alla fine con convinzione e senza arretrare di un passo.

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Una festa esagerata

Confesso: mi piacciono le trasposizioni cinematografiche di commedie teatrali. Quando sono fatte bene, con attenzione, come in questo caso. Il risultato è un film godibile, ben recitato, divertente, che riporta sul grande schermo lo spirito della piece teatrale che Vincenzo Salemme ha recitato sui palcoscenici di tutta Italia. Forse, con “L’amico del cuore”, il miglior film dell’attore-regista napoletano.

48068Il cast è scelto con cura, i ruoli sono calibrati, su misura. Così non mancano dialoghi molto divertenti, che omaggiano la grande tradizione teatrale napoletana. A partire da quelli con il poco perspicace Secondino (interpretato da Massimiliano Gallo), il vice Portiere (ma con ambizioni) dello stabile dove vive Gennaro Parascandalo (Salemme) il geometra e piccolo imprenditore edile napoletano protagonista della vicenda.

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Vengo anch’io

Se conoscete la comicità surreale e raffinata della coppia (anche nella vita, come ci ricordano nei titoli di coda) Nuzzo-Di Biase, non vi farete sfuggire il loro primo film che, lungi dal mettere insieme battute per un’ora e mezza, racconta una storia che certamente fa ridere (il che non guasta, di questi tempi), ma che è anche, in modo originale, capace di dare un messaggio positivo ed anticonformista.

I protagonisti sembrano essere arenati in situazioni di vita fallimentari, condannati da errori del passato oppure semplicemente da una cattiva sorte. Sono in tre: Corrado, Maria e Aldo. Il primo è un assistente sociale che ha perso il lavoro ed ha deciso di suicidarsi (lanciandosi da un ponte in Puglia) dato che nemmeno i cocktail di psicofarmaci riescono a dargli un po’ di pace interiore (e come potrebbero?). Per questo parte per il sud, dalla periferia milanese, con l’occasione accompagnando il giovane Aldo, affetto dalla sindrome di Asperger: un ragazzo un po’ isolato dal mondo, abbandonato dal padre in una casa famiglia; si illude, raggiunta la maggiore età, di potere ritrovare il genitore a Pescara, dove abita, come si vedrà per nulla nostalgico del figlio, nonostante la malattia e la assoluta assenza dalla sua infanzia e adolescenza.

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Smetto quando voglio 2

Il film è stasera su Rai3, recuperatelo. Vi dico la verità: non ero particolarmente convinta di vederlo nelle sale, nonostante i notevoli risultati al botteghino ed il conclamato successo di pubblico di queste settimane. Primo perché è un sequel (la seconda parte di una trilogia già prevista) e non ho visto il primo; secondo perché non mi dava l’impressione di avere grande sostanza. Invece, superando queste perplessità, sono andata a vederlo e vi assicuro: è originale e ben girato, attori bravissimi.

Non sembra un film italiano, un po’ come Jeeg Robot. Anche per il ritmo, la fotografia e la colonna sonora, potente ed incalzante, veloce come i cervelli dei protagonisti. Loro sono dei ricercatori, dei giovani scienziati, dei geni disoccupati. Anziché essere in fuga all’estero, per sbarcare il lunario, mettono su una banda ma finiscono nelle grinfie della giustizia, chi in carcere chi ai servizi sociali. Ora però, in questa seconda fase della loro storia, possono riconquistare la libertà e la dignità collaborando con la polizia, alla ricerca dei produttori delle nuove droghe, quelle ancora lecite. Perché non conosciute. Dunque pericolosissime.

 

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