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Wajib Invito al matrimonio

Di questi tempi si tende a trattare problemi complessi a suon di battute e twittate. Con un post di dieci righe buttato lì senza pensarci quella manciata di secondi che può fare la differenza (tra una stupidaggine ed una frase meditata), si pensa di potere fornire ricette risolutive; anche a questioni internazionali, a conflitti culturali, a diversità di tradizioni e fedi religiose. Al contrario, la regista palestinese Anne-Marie Jacir (che ha vissuto per molto tempo all’estero ed oggi risiede ad Haifa, in Israele) ci fa vivere quasi cento minuti di riflessione ed analisi, attraverso i dialoghi e le espressioni dei protagonisti, sui temi della convivenza forzata di due popoli in atavica contrapposizione (gli israeliani e i palestinesi) e dello scontro generazionale tra chi è legato alla tradizione e chi, anche grazie ai viaggi ed al confronto con il mondo occidentale, si sente cosmopolita e libero da tutte quelle regole secolari, ormai percepite come insopportabili.

L’occasione del racconto, sempre ironico e brillante, è l’imminente matrimonio di Amal, la sorella di Shadi, tornato apposta da Roma in Cisgiordania per partecipare, insieme al padre, al rito della consegna casa per casa degli inviti alla festa (il rito chiamato appunto Wajib). Il film è tutto qui, puntato sul giovane architetto palestinese che vive e lavora in Europa ed il genitore, uno stimato ed amato professore di scuola, ligio ai dettami della sua cultura.

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La forma dell’acqua

Il premio Oscar 2018 come migliore pellicola è meritatissimo, e se non fosse che l’interpretazione dell’eroina tragica di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Frances Mc Dormand) era davvero straordinaria nella sua drammaticità, avrei attribuito a Sally Hawkins la statuetta come migliore attrice protagonista.

Il suo è infatti un ruolo difficilissimo da interpretare: è una giovane donna muta, la sua voce non si sente mai nel film, salvo una scena immaginifica dove il suo distacco dalla realtà (non bella) che la circonda comincia a farsi più evidente. Deve quindi “compensare” con l’espressività del viso e del corpo l’assenza di suono, e questo la rende una creatura diversa e dotata di una sensibilità superiore.

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