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Sole cuore amore

Un film nelle sale Mio fratello rincorre i dinosauri mi ha riportato alla mente una pellicola del 2016, nel quale la protagonista è ancora Isabella Ragonese.  Non a caso il libro citato in Sole cuore amore del regista Daniele Vicari è di Sibilla Aleramo. Le sue lettere d’amore. Questa infatti è una storia, durissima e insieme poetica, che racconta delle donne e della loro capacità di dare e darsi. Spesso senza rendersi conto che l’uomo a cui danno e si danno ricambia con stitico egoismo quella generosità senza calcolo.

soleDaniele Vicari non offre giustificazioni ai personaggi maschili, a nessuno, persino a quelli che, in fondo, non fanno nulla di male. Ma che ugualmente consentono alle durezze della vita di schiacciare le ragazze che dichiarano di amare. Trovo che le protagoniste in questo bel film (di cui purtroppo pochi parlano) siano la bravura incredibile di Isabella Ragonese e la musica, la tromba struggente di Rava e la colonna sonora originale di Stefano Di Battista.

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Gloria Bell

C’e una cosa da sapere sul personaggio femminile messo in scena (in salsa USA) dal regista cileno Lelio con il volto artisticamente impeccabile di Julianne Moore: è il remake di un precedente, con lo stesso nome (Gloria) del 2013, interpretato da Paulina Garcia (guardate qui e se non lo avete ancora visto fatelo perché il confronto è utile per farsi un’idea dell’abisso che divide il nord e il sud del continente americano).

La Garcia vinse, quell’anno, il premio come migliore attrice protagonista a Berlino. Meritatissimo: una perfetta declinazione della cinquantenne indomita, nonostante gli effetti dell’età, che (citando un film appena visto) sono croce e delizia. Croce, perché le rughe, mannaggia, sono la preoccupazione (forse sciocca) di noi tutte, insieme al corpo che cambia (sempre citazione, made in Litfiba, ve la ricordate?, al cinema ci ho pensato…). Delizia perché (come succede a Gloria) gli “anta” portano equilibrio, saggezza, sicurezza. Capacità di andare avanti di fronte agli attacchi della vita e sopratutto alle ingiurie del nostro “prossimo” (tutt’altro che vicino).

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Roma

Vi parlo del film che in questi mesi, da quando è uscito (ed è pochissimo) ha vinto il Leone d’Oro 2018, i premi per la migliore regia e il miglior film straniero ai Golden Globe 2019, il British Academy Film Award come miglior film 2019, il premio Goya come miglior film latinoamericano 2019, per dirne solo alcuni. Perché la lista è molto più lunga: e vorrei dire la mia prima dell’Oscar, che non credo mancherà. Una prima particolarità è che si tratta di una produzione Netflix: infatti, dopo una manciata di giorni dalla sua uscita nei cinema, poteva vedersi in streaming sul piccolo schermo.

Una scelta originale per un grande regista come Cuarón (avete visto Gravity, del 2013? Un’opera in tutto diversa da questa!) ma innegabilmente popolare: mettere un capolavoro, che di consueto si troverebbe solo nelle sale d’essai per super esperti e appassionati “colti”, alla portata di tutti, quasi contemporaneamente al cinema (e non dopo mesi) visibile sui PC, gli smartphone, i tablet, i monitor di tutte le grandezze.

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Beate

L’idea di Beate era buona e per certi versi edificante: parlare dell’Italia minore (profondo nord est, Rovigo e dintorni brumosi e placidi) e del problema di (quasi) tutti. Il tema centrale del racconto è il lavoro: perderlo, inventarselo, non arrendersi dopo un licenziamento.

Ed ancora più a fondo: il lavoro artigiano, il pericolo della delocalizzazione per risparmiare, il valore spesso dimenticato della qualità di ciò che si crea e poi si vende. Davvero attuale il racconto di Samad Zarmandili, il regista di “Squadra antimafia”, una delle serie televisive di maggiore successo del piccolo schermo. Brave anche le attrici, in particolare la protagonista, Donatella Finocchiaro, che interpreta Armida, la vera trascinatrice delle sarte della fabbrica, creatrici di lingerie di lusso, tutte coinvolte nel dramma di trovarsi da un giorno all’altro senza stipendio, con la misera consolazione della cassa integrazione.

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Cosa dirà la gente

Il titolo di questo film non è un granché, mi ero anche chiesta se fosse una delle libere interpretazioni in italiano di più efficaci espressioni in lingua originale. Invece no: è la traduzione testuale di “what will peaple say”, perché è davvero centrale nella storia molto autobiografica raccontata dalla regista norvegese (di origini pachistane) Iram Haq il tema del conformismo: il terrore del giudizio negativo della comunità, che consegue alla violazione delle sue regole secolari.

Le vite dei protagonisti sono profondamente condizionate dal macigno dell’occhio dei vicini, che polverizza ogni libertà e prescinde dal fatto di trovarsi in nord Europa a migliaia di chilometri dalle tradizioni del paese di origine. Nisha è un’adolescente a Oslo: le piace vivere, ballare, giocare a basket sotto la neve, studiare matematica. Le piace divertirsi con gli amici, si innamora e disamora in ventiquattr’ore, è perfettamente integrata in quel mondo, dove i biondi, i neri, i rossi si distinguono solo per colore, sono cittadini dello stesso, civilissimo, luogo.

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50 primavere

Capisco che possa essere difficile trovarlo, perché questo film non ha avuto una grande distribuzione. Consiglio comunque, e non solo alle donne che abbiano raggiunto il mezzo secolo, di trovare il modo di vederlo. È arguto, ironico e delicato (mantenendo vivo un romanticismo quasi fanciullesco) ed affronta un tema così reale e pesante, per il mondo femminile, da venire accuratamente evitato, per di più come oggetto di riflessione nel grande schermo.

La storia è incentrata sulla protagonista, Aurore, una cinquantenne separata con due figlie, la più grande in procinto di diventare mamma, la seconda poco più che adolescente. L’età nel racconto è importante, perché ad essa sono legati i primi sintomi della (tanto temuta) menopausa (le leggendarie caldane); il rifiuto non espresso di diventare nonna; il timore di trovarsi al traguardo con la scritta GAME OVER accesa; la consapevolezza della difficoltà di tornare a vivere una storia di amore vera e la volontà di non accontentarsi delle storie “passatempo”.

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