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Dogman

Un film crudo e allucinato, ma insieme delicato e sentimentale, molto liberamente ispirato (solo come spunto) ad un fatto di cronaca e ad un personaggio di trent’anni fa, il “canaro” della Magliana: Pietro De Negri, titolare di un negozio di tolettatura per cani, responsabile di un omicidio crudele ai danni di un ex pugile.

Gli ingredienti di base ci sono, identici: Marcello (interpretato dall’incredibile Marcello Fonte, palma d’oro a Cannes 2018 come migliore attore) si dedica alla pulizia quotidiana dei migliori amici dell’uomo, in uno scalcinato negozio con l’insegna “Dogman”, nella periferia romana: un coacervo di case scrostate, di spazzatura, sale giochi, Compro oro, a pochi metri dalla spiaggia e da un Tirreno sempre grigio e per niente consolatorio.

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Cuori puri

Questo film, opera prima del regista ed esordio o quasi per i due giovanissimi protagonisti, si pone nel filone del cinema italiano neorealista, molto legato a Roma, che mi sono resa conto essere ormai diventato un genere, nonostante lo snobbismo sottovalutante della critica e persino dei siti web di cinema.

Un filone che propone con diversi livelli di approfondimento, ironia o durezza, temi legati all’esistenza difficile di chi stenta a fare quadrare i conti con il quotidiano, tra la mancanza di lavoro, i disagi familiari, l’illusione o l’esaltazione o il dolore legati all’amore. Anche questo è un film di periferia, ambientato a Tor Sapienza, in luoghi di confine con i campi ROM. Ad arricchire la storia di Agnese (18 anni) e Stefano (25) c’è il rapporto con la religione, con i limiti, con i consigli della mamma (una Barbara Bobulova quasi irriconoscibile ma perfetta in un insolito ruolo di cattolica fanatica e genitrice ottusamente inflessibile).

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