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Liberi

Ho deciso di incrementare periodicamente la rubrica #secondavisione già presente nel mio blog con recensioni di vecchi film che mi capita di rivedere o vedere per la prima volta. Vi indicherò dove e come li ho scovati così, se vi va, potrete imitarmi. Il primo di cui vi parlo vede tra gli interpreti protagonisti un attore che amo moltissimo, Elio Germano (date un’occhiata ai “precedenti” in cui compare su #DecimaMusa).

Il film è del 2002 e lui, solo 22enne, aveva già lavorato in precedenza in ben sei lungometraggi (anche con registi importanti: Scola, Vanzina, Pellegrini). La particolarità di Liberi è che è girato interamente in Abruzzo, per di più in luoghi non consueti: eppure il regista è torinese e non sono riuscita a trovare un collegamento territoriale, se non (forse) una particolare passione per quei luoghi, simbolici degli stati d’animo depressivi o di riscatto dei protagonisti della storia.

Il racconto parte, negli ultimi anni del secolo scorso (si capisce, perché ci sono ancora le lire), da un paese della Val Pescara, Bussi, noto nel ‘900 per la presenza di uno stabilimento chimico che dava lavoro a centinaia di persone (ed oggi per essere al centro di un ancora non sanato disastro ambientale). Cenzo (Luigi Maria Burruano, per me migliore attore del film, purtroppo scomparso nel 2017) fa l’operaio ed il sindacalista lì da sempre; la sua vita comincia a sgretolarsi con la crisi della fabbrica, i minacciati e attuati tagli del personale, i licenziamenti collettivi, la cassa integrazione.

La perdita di un ruolo e della sicurezza economica data dal pur magro stipendio trascinano l’uomo e la sua famiglia in una sorda disperazione che diventa patologica depressione. Vince (Elio Germano) e la moglie (Anita Zagaria) non ci stanno a farsi portare giù da Cenzo. E fanno entrambi, autonomamente, ciò che forse avevano sempre desiderato: andarsene via da Bussi, abbandonare tutto per ricominciare daccapo. Ricominciare dal mare. E L’ambientazione si sposta a Pescara, sulla costa, tra stabilimenti balneari, feste, musica sulla spiaggia, voglia di riscatto.

Vince fatica a liberarsi del peso della sua famiglia, prima ordinaria ora disastrata. Fatica a continuare ad amare i genitori senza però farsi condizionare dalle loro vicende personali e dai fallimenti esistenziali che li appesantiscono. Il tema del film è quello della conquista della propria autonomia, nelle scelte e nell’impostazione del proprio futuro. Vince non intende ereditare la concezione paterna basata sulla sofferenza e la sopportazione; all’inizio, la sua voce narrante dice che per Cenzo la vita è come una ferita. Ecco. È a questo che intende ribellarsi, senza però tradire l’affetto e il senso di pietà nei suoi confronti.

Senza deluderlo, quando il padre alza il pugno e si aspetta che lui faccia la stessa cosa, alla ricerca di (almeno) un punto di unione. Di piena comprensione reciproca, nell’evocare un simbolo politico forse ormai solo per nostalgici. La colonna sonora con cui Vince si carica di energia positiva è I will survive cantata da Cake (ascoltatela qui): “Sopravviverò, fino a che saprò come amare. So che rimarrò vivo, Ho tutta la vita da vivere, Ho tutto il mio amore da dare, E sopravviverò”.

Ecco il nocciolo del film e del suo titolo. Liberarsi da ogni laccio, anche familiare, per conquistare la vita che si desidera. E pensare che, simbolicamente credo, i nomi del figlio e del padre (Vince e Cenzo) sono in realtà le due parti dello stesso.

Un’ultima notazione: la ragazza che conquista Vince a Pescara è Nicole Grimaudo, già una promessa del cinema italiano, poi amata anche da Özpetek.

Ho acquistato il DVD su Amazon, perché nelle librerie non l’ho trovato.

3 ciak 🎬 🎬🎬, e una menzione speciale per avere scelto, originalmente, l’Abruzzo.

Suburra, il film

In questi giorni sto vedendo su Netflix “Suburra – La serie” (a breve sul blog un mio articolo) il prequel dell’omonimo film del 2015 diretto da Stefano Sollima – tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini – del quale pubblico qui di seguito la mia recensione.

Dicevo: Suburra, il film. Ho letto una cosa scritta da una persona che considero un maestro (del mare e del vento): si augurava che la vita potesse continuare nel rispetto dell’umano. Ecco, in questa storia (legata al reale da date precise, che individuano un periodo, l’autunno del 2011, di decisive cadute e storici abbandoni) c’è la negazione radicale del rispetto dell’umano. Continua a leggere Suburra, il film

Troppa grazia

È veramente difficile affrontare oggi, in un racconto per di più per immagini come quello cinematografico, il tema della divinità, del trascendente, del miracolo, del soprannaturale. Il rischio di scadere sul genere parabola o per contro di urtare sensibilità più confessionali è enorme.

Per non parlare dell’insidia dell’essere poco credibili e di non riuscire a fare passare un messaggio adeguato ai nostri tempi, comprensibile e potabile per i più giovani o per gli adulti che si sono lasciati alle spalle l’impostazione fideistica dell’infanzia. Insomma, la sfida del regista Gianni Zanasi (lo stesso de La felicità è un sistema complesso, che vi consiglio di vedere se ve lo siete perso; leggete qui https://cinedecimamusa.blog/2018/11/30/la-felicita-e-un-sistema-complesso/) era davvero elevata. Continua a leggere Troppa grazia

Io sono tempesta

Due grandi attori (Giallini e Germano) si fanno condurre da Luchetti in una storia che oscilla tra l’iperrealismo e la parabola, raccontata con toni eccessivi e per la verità in gran parte espressiva proprio (e solo) grazie a loro.

Giallini è un super milionario che ha costruito la sua fortuna, costantemente, sull’inganno, l’imbroglio, l’elusione. Coadiuvato da schiere di avvocati e consulenti, riesce allegramente a violare le leggi dello Stato ed a prendersi gioco del Fisco, maneggiando con il denaro come fosse quello del Monopoli. È riuscito ad accumulare una tale ricchezza materiale che può permettersi di comprare tutto, persone incluse. Partendo da sotto zero, da un padre che lo insultava ed umiliava, che entrava ed usciva dal carcere, Numa Tempesta ha trovato nei soldi il modo per riscattarsi, con la soddisfazione di accumularli senza fatica, giochi di prestigio con le banche e palazzine costruite nel deserto.

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La tenerezza

Ci sono diversi motivi per consigliarvi questo film da 4 ciak, il primo però è certamente quello di leggere, se non lo avete già fatto, il romanzo da cui è liberamente tratto: La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone. Il protagonista, un avvocato napoletano ormai in pensione, non ha ceduto in realtà, quando ne ha avuto l’occasione, a quella (sacrosanta) tentazione.

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L’ha lasciata ai margini della sua esistenza, ha consumato un amore vero fino alla fine, come fosse un cerino, ben consapevole di continuare a portare avanti un’esistenza povera di sentimenti e soprattutto di verità. Trovo straordinaria l’interpretazione del protagonista da parte di Renato Carpentieri, nella parte di Lorenzo: la narrazione si incentra su di lui, come una lente di ingrandimento. Un avvocato “famigerato”, che ha superato i settant’anni e consuma la vecchiaia in solitudine, quasi allontanando ogni relazione con i due figli (lei, la primogenita, è una, finalmente ritrovata, Giovanna Mezzogiorno, sempre brava e naturale, come fosse nata per recitare, soprattutto lo stato di frustrazione e malinconia cronica di Elena).

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