Archivi tag: Fabrizio Bentivoglio

Croce e delizia

Simone Godano è al suo secondo lungometraggio, dopo Moglie e marito, del 2017, in cui si avventurava, con la Smutniak e Favino, su un terreno scivoloso come lo scambio dei sessi (se vi va di rispolverare, leggete qui). Evidentemente è capace di lavorare su trame di puro anticonformismo, perché anche questa storia, incentrata nuovamente su attori bravissimi e navigati, capaci di maneggiare i loro personaggi con naturalezza e talento da vendere, viaggia su canali lontani dagli schemi ordinari.

In particolare: smonta l’idea tradizionale di famiglia e di amore, persino quella delle preferenze sessuali, perché lo spettatore rimane sempre sul filo dell’incertezza: quale “piega”, alla fine, prenderanno i protagonisti? Una delle scene iniziali vi farà subito capire che vi divertirete: la famiglia Petagna (il padre è Gassmann) su una Fiat Multipla stracarica (anche di un bananone gonfiabile assicurato sul tettuccio) in viaggio verso le vacanze, da Nettuno a Gaeta, con il sottofondo musicale di Raffaella è mia di Tiziano Ferro (ve la ricordate? Ascoltatela qui).

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Il testimone invisibile

Chi lo ha detto che i film thriller a tinte molto nere li sappiano fare solo gli americani? Ebbene, non è così, soprattutto se il regista è uno come Stefano Mordini, con alle spalle “precedenti” originali e complessi come Acciaio (tratto dal romanzo di Avallone) e Pericle il nero (sempre con Scamarcio protagonista: leggete qui la mia recensione). La preziosità del racconto è data dalla sua costruzione attenta, priva di sbavature.

A volte mi succede di entusiasmarmi al cinema per tre quarti del film e di rimanere delusa dall’epilogo: non è semplice mantenere alto il livello della tensione e del mistero in una storia gialla, non cadere in soluzioni banali o poco logiche. Al contrario, in Testimone invisibile, fino alla fine rimarrete nell’incertezza, su come siano andate le cose, su chi siano i buoni ed i cattivi, addirittura su chi siano gli stessi protagonisti. Nel senso che potrebbero celarsi dietro una maschera, impossibile da riconoscere anche ad un occhio molto attento. Insomma: cento minuti ben spesi per gli appassionati del genere, ma non solo. Dal momento che il racconto si allarga a temi più ampi: quello del tradimento, della sofferenza delle storie parallele, della forza che riesce a infondere la disperazione e la paura di vedere la propria fulgida esistenza sgretolarsi sulle bugie che fino a quel momento la puntellavano.

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Loro 2

Se la prima parte di quest’opera non mi aveva convinto completamente (mi ero però lasciata la riserva di giudicare il film completo), dopo aver visto Loro 2 non posso che consigliarvi di non perdere assolutamente entrambi. Anzi, secondo me, sarebbero da vedere uno dopo l’altro, perché se ne comprende meglio il significato complessivo, si capisce bene quale sia lo scopo ultimo di Sorrentino, che non a caso ha intitolato il lungometraggio “loro” e non “lui” (ricordate: il nome con cui Berlusconi era rubricato sul cellulare del personaggio interpretato dalla Smutniak).

L’occhio, spesso impietoso, sardonico, canzonatorio, del regista è puntato, più che sul personaggio di Silvio, sul circo che gli ruota intorno. Su “loro”, appunto. Tutta una fauna sgambettante e poco vestita di ragazze disposte a tutto per riuscire ad entrare in contatto (anche ravvicinato) con l’uomo più ricco e potente d’Italia. Mezze figure di uomini, politici, faccendieri, finti amici, che lo osannano e gli manifestano affetto attendendosi in cambio una ricompensa: sotto forma di incarichi, denaro, favori, occasioni per “svoltare” da esistenze mediocri.

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Loro 1

Ero indecisa se scrivere di Loro dopo averli visti entrambi oppure seguire l’andamento a “puntate” scelto dal regista e dire la mia dopo i primi cento minuti, senza sapere quali esiti finali avrà il biopic d’autore che tutti attendevano (con curiosità, ansia e forse anche preoccupazione), in testa il protagonista, l’immortale B., “Lui”, come è rubricato sulle agende telefoniche dei più fedeli. Poi ho scelto di scrivere subito, perché già quello che ho visto merita un commento e non si può attendere fino a metà maggio, sennò i pensieri scappano via.

Appena uscita dal cinema ho riflettuto su questo: il tanto temuto attacco alla persona che ha condizionato (e condiziona) da decenni le televisioni, il costume e la vita politica del Bel Paese proprio non c’è stato. Almeno finora.

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Sconnessi

A distanza di meno di tre mesi, esce una seconda commedia italiana sullo stesso tema: la malattia (perché diversamente non può chiamarsi) della dipendenza da smartphone, da 4G e da Wi-Fi. A novembre infatti forse ricorderete il film di Moccia, Non c’è campo (qui la mia recensione) con protagonista una scolaresca in gita in un paese sperduto del sud, tanto tranquillo quanto tagliato fuori da internet. Non so se ne sentissimo proprio il bisogno, ma tant’è, il regista Marazziti, coautore della sceneggiatura con la Andreozzi e Vado, ha perfino “scomodato” un grande attore come Bentivoglio per raccontare una storia di ordinaria follia dei nostri tempi.

E non è l’unico nome “calamita” per il pubblico, perché accanto a lui recitano Crescentini e Fresi ed anche il divertente Ricky Memphis. Tutti bravi, davvero. Sono una famiglia allargata ed eterogenea, che ruota intorno a Ettore (Bentivoglio), l’unico realizzato, arrivato, famoso, benestante. Gli altri sembrano, ciascuno per le proprie ragioni, aspettarsi qualcosa da lui; per questo lo seguono in una spedizione in montagna quasi forzata, per festeggiare due compleanni (uno è il suo). Tutto è organizzato però per disconnetterli da quei maledetti dispositivi elettronici che impediscono ogni comunicazione, ogni dialogo, ogni reale ascolto.

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