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Oltre la notte

Diane Kruger per l’interpretazione di Katja in questo film è stata premiata a Cannes nel 2017 come migliore attrice. Un riconoscimento strameritato, anche considerando quanto fosse difficile il ruolo della protagonista assoluta della storia, sulla quale è incentrata quasi esclusivamente l’attenzione del regista Fatih Akin. Lo stesso de La sposa turca, ricordate?

Questa volta, con l’andamento di un thriller (anche legal), ci racconta qualcosa che sembra realtà, perché di terrorismo e attentati è intriso il nostro oggi. Ed in più perché l’episodio drammatico narrato dal regista tedesco di origine turca è “liberamente ispirato” a fatti reali avvenuti in Germania tra il 2000 e il 2007. In quegli anni si verificarono diverse uccisioni a danno di stranieri ed immigrati. Si scoprì poi che i responsabili aderivano ad un gruppo neonazista (l’NSU – Nationalsozialisticher Untergrund) che non fu semplice “inchiodare” con una condanna processuale.

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Una festa esagerata

Confesso: mi piacciono le trasposizioni cinematografiche di commedie teatrali. Quando sono fatte bene, con attenzione, come in questo caso. Il risultato è un film godibile, ben recitato, divertente, che riporta sul grande schermo lo spirito della piece teatrale che Vincenzo Salemme ha recitato sui palcoscenici di tutta Italia. Forse, con “L’amico del cuore”, il miglior film dell’attore-regista napoletano.

48068Il cast è scelto con cura, i ruoli sono calibrati, su misura. Così non mancano dialoghi molto divertenti, che omaggiano la grande tradizione teatrale napoletana. A partire da quelli con il poco perspicace Secondino (interpretato da Massimiliano Gallo), il vice Portiere (ma con ambizioni) dello stabile dove vive Gennaro Parascandalo (Salemme) il geometra e piccolo imprenditore edile napoletano protagonista della vicenda.

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Vengo anch’io

Se conoscete la comicità surreale e raffinata della coppia (anche nella vita, come ci ricordano nei titoli di coda) Nuzzo-Di Biase, non vi farete sfuggire il loro primo film che, lungi dal mettere insieme battute per un’ora e mezza, racconta una storia che certamente fa ridere (il che non guasta, di questi tempi), ma che è anche, in modo originale, capace di dare un messaggio positivo ed anticonformista.

I protagonisti sembrano essere arenati in situazioni di vita fallimentari, condannati da errori del passato oppure semplicemente da una cattiva sorte. Sono in tre: Corrado, Maria e Aldo. Il primo è un assistente sociale che ha perso il lavoro ed ha deciso di suicidarsi (lanciandosi da un ponte in Puglia) dato che nemmeno i cocktail di psicofarmaci riescono a dargli un po’ di pace interiore (e come potrebbero?). Per questo parte per il sud, dalla periferia milanese, con l’occasione accompagnando il giovane Aldo, affetto dalla sindrome di Asperger: un ragazzo un po’ isolato dal mondo, abbandonato dal padre in una casa famiglia; si illude, raggiunta la maggiore età, di potere ritrovare il genitore a Pescara, dove abita, come si vedrà per nulla nostalgico del figlio, nonostante la malattia e la assoluta assenza dalla sua infanzia e adolescenza.

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A casa tutti bene

Eravamo tutti pronti ad una importante prova di cinema (italiano) guardando il trailer del nuovo film di Muccino, uscito non a caso nel giorno degli innamorati. Perché c’erano, non tutti, ma moltissimi attori importanti, di quelli che fanno la differenza e che attirano il pubblico con il loro solo nome.

Attori che oramai sembra quasi di conoscere confidenzialmente, a chi frequenta le sale ed i teatri (dove spesso per fortuna si incontrano). Attori che sono amici tra loro (e si vede!) e per i quali recitare è solo un modo per essere se stessi, per di più insieme. Questo il primo ed essenziale ingrediente del film: una comunità coesa di persone, di diverse generazioni (anche se, per la maggior parte, nei ruoli fondamentali, degli anni 60 e 70), chiamate a rappresentare, sotto la lente di ingrandimento del regista, il sentimento più nominato del mondo, l’amore, e il “contratto” più discusso è inevitabile del mondo, il matrimonio.

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La regia del vino


#RitornoInBorgogna (“Ce qui nous lie” – Ciò che ci lega, il titolo originale) racconta la storia di tre fratelli – Jean, Juliette e Jérémie – che si riuniscono per gestire l’azienda agricola lasciatagli dal padre. Nel corso di un anno, al ritmo del susseguirsi delle stagioni, i tre giovani adulti riscoprono e reinventano i loro legami familiari, grazie alla passione per il vino che li unisce.

“Nel 2010 ho contattato alcuni viticoltori che conoscevo – racconta il regista Cédric Klapisch in merito all’idea da cui nasce il film – perché non avevo mai partecipato ad una vendemmia ed ero curioso di vedere come svolgessero il loro lavoro. Mi sono detto, senza sapere davvero il perché, che c’era qualcosa di significativo in questo. Nel 2011 sono tornato per osservare il raccolto, ma, a differenza dell’anno precedente, il tempo era grigio, aveva piovuto molto e i grappoli erano molto meno belli. Potevo vedere chiaramente come il processo di vinificazione fosse legato alle sfumature del tempo”.

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