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Nove novembre

Il 9 novembre di trent’anni fa veniva giù a picconate il muro di Berlino. Io dico che è una data da festeggiare come tutte quelle in cui si conquista o riconquista ciò che di più prezioso abbiamo: la libertà. Di muoverci, senza confini; di amarci, senza limiti; di pensare, senza dogmi. Lo celebro con un film e una canzone. 

Il film è Atomica bionda e ne avevo parlato qui una spy story immaginata proprio in quei giorni fatidici nella capitale tedesca. Lo trovate su Prime Video di Amazon e on DVD.

La canzone è Futura, di Lucio Dalla, datata 1980. Sapevate che la scrisse proprio a Berlino, in mezz’ora, sotto il muro? Racconta di due amanti, divisi dal muro. Che progettano di fare una figlia e di chiamarla Futura. Poi quel futuro è arrivato, dopo tanta sofferenza e insensata separazione: non dimentichiamoci di quanto sia prezioso. 

L’innocenza perduta

Siamo a Napoli, quartiere periferico, realtà difficile. Molto difficile. Tra casermoni, spazzatura, degrado, un’oasi di umanità e attenzione: “la Masseria” è un centro di accoglienza per i bambini, quando escono da scuola sciamano lì, invece che per strada, ad imparare la violenza e la sopraffazione di una malavita pervasiva, intrisa tra l’asfalto e il cemento. 

La regina della Masseria è Maria che non ha paura di nulla, affronta da sola quel far west meridionale, essendo lei nordica e totalmente estranea, in tutto, all’ambiente. Forse è anche per questo che non ha paura; o forse perché ha preso come una missione, annullando il resto di se stessa (l’unico aspetto del racconto che non mi è piaciuto), per cercare di dare colore alla vita di quei ragazzi: insegna loro a giocare, ad accorgersi di essere creativi, a fare la pace dopo avere litigato, a lavorare insieme, senza distinzioni.

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Negazione di un amore

Dove non ho mai abitato. Basta il titolo di questo film, che vi consiglio di non perdere salvo che non siate alla ricerca di una pellicola scaccia pensieri, per capire che, al di là della locandina, il racconto è di una negazione. Dell’amore, innanzitutto. Delle proprie autentiche doti e dell’essenza di sé. Della casa come luogo di condivisione di vita. Invece, sfilano davanti allo spettatore, in questa storia, dimore bellissime e ricche, originali e artistiche, una vera gioia per gli appassionati di architettura. 

Dentro però, tra quelle mura preziose, i protagonisti hanno esistenze veramente infelici. Eppure Francesca, Manfredi e Massimo, i tre protagonisti, hanno talento da vendere; hanno o potrebbero avere successo e realizzazione. Hanno ricchezza, amici adoranti, mariti rassicuranti, fidanzate accomodanti. Tutti inutili participi presenti, perché loro sono irrimediabilmente soli ed infelici. Come vi dicevo. Il film racconta negazioni. E vedendolo, mi sono domandata perché: il contesto infatti è di grande ed obiettiva bellezza.

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