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L’isola dei cani

Se avete amato Grand Budapest Hotel, sappiate che con questo film l’originale regista statunitense vi stupirà e farà pensare; vi porterà nel futuro di vent’anni, in un Giappone disegnato e onirico, raccontandovi però la realtà di oggi, i rischi di ogni dittatura, le conseguenze delle emarginazioni, i danni che conseguono al mettere a tacere la scienza a favore della paura e delle superstizioni.

Attraverso la tecnica di animazione dello stop motion (se siete interessati ad approfondire leggete qui:, Anderson porta lo spettatore in un mondo dove i cani sono umani (parlano una lingua comprensibile) e gli uomini no, si sono fatti convincere da un sindaco dittatore che quelli che erano da sempre i migliori amici dell’uomo sono pericolosi per l’uomo.

Una malattia che secondo le autorità sarebbe incurabile ed epidemica le porta ad esiliare tutti i quadrupedi (strappandoli alle loro vite tranquille ed ai loro affetti ed abitudini) su un’isola da sempre utilizzata come discarica, raggiungibile solo con una funivia. I protagonisti della storia sono loro, i cani, abbandonati e dispersi in un luogo da incubo, senza cibo, senza casa, senza amore. Un lager (notate la citazione con l’immagine della cancellata di ingresso a Auschwitz) finalizzato ad annientarli ed a fare dimenticare loro chi erano, prima di essere respinti ed abbandonati.

Ma grazie all’arrivo di un ragazzino dodicenne, alla disperata ricerca del suo amico adorato, “deportato” contro la sua volontà, il destino dei cani cambia, ritrovano se stessi, l’energia di non arrendersi al dittatore. Ho trovato bellissimi i dialoghi, volutamente lenti, a volte, ripetitivi, rassicuranti. Come la votazione fatta per prendere ogni decisione, sapendo di essere 3 contro 1 e di vincere sempre. Ci sono immagini che vi verrà voglia di fotografare, come le sequenze che mostrano come si cucina il sushi e il sashimi. Ma non è un esercizio estetico quello di Anderson: è una profonda riflessione sull’amicizia, sulla libertà di pensiero, sulla capacità di reagire ai soprusi, sulla positività della scienza sull’oscurantismo, sulla stupidità dei dittatori, spesso osannati da un popolo altrettanto stupido. Un film adatto anche ai più piccoli, ma pensato per gli adulti.

Messaggi semplici e chiari, quelli che servono oggi, per guardare oltre le cortine di nebbia appositamente create dagli imbonitori solo assetati di potere per sé. Imparate dai cani alfa, liberatevi della spazzatura e non dimenticate chi eravate, prima di essere umiliati dal primo prepotente che capita!

Io lo quoto a 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬!

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Vi parlo di un film da sei nomination all’Oscar 2018 (tra le quali miglior film, migliore attrice protagonista e migliore sceneggiatura originale) e vincitore dell’ultimo Golden Globe. Quindi di qualcosa che credo non possa non vedersi, nel panorama cinematografico di quest’anno.

Il regista non è di quei nomi che il grande pubblico conosce e che attira gli spettatori a scatola chiusa. È un commediografo britannico di origini irlandesi, uno che ha un curriculum teatrale più ampio di quello del grande schermo. Qualità alta, in questo caso anche per la sceneggiatura. Tanto alta che questo film potrebbe, secondo me, essere “scambiato” per un pulp movie di Tarantino.

Già, perché il livello di violenza, freddezza e disumanità è quello. Il racconto di un pezzo di America dove è labile il confine tra i buoni e i cattivi (e quasi tutti sono cattivi); e dove anche la polizia usa la forza senza formalizzarsi troppo sulle regole da rispettare. Una specie di far west, questa è l’impressione per lo spettatore. La storia è ambientata oggi, ma Ebbing nel secondo decennio degli anni duemila è come un villaggio di pionieri, pieno di insidie e senza giustizia.

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