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Il vegetale

Rovazzi, il poliedrico, da YouTuber e cantante tanto improvvisato quanto di successo diventa attore, interpretando nei fatti nessun altro che se stesso. Un millennial alle prese con la ricerca di un lavoro, a Milano, la città più europea d’Italia: il film è girato nel nuovo quartiere costruito per l’Expo dello scorso anno, a sottolineare una idea di modernità e di efficienza. Solo un’idea però. Solo apparenza, perché sotto quello smalto si svela un mondo per nulla accogliente per un giovanissimo laureato in scienza della comunicazione.

Di certo questo titolo di studio, nel racconto più che un’arma un peso, non è scelto a caso. Un corso universitario talmente inflazionato di questi tempi da avere sfornato migliaia di candidati alla disoccupazione oppure alla ricerca disperata di un lavoro (manuale!). Insomma, il protagonista si avvicina con baldanza ingenua ad una serie di colloqui, che finiscono tutti male, come la sua storia d’amore.

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Quo vado?

Non poteva mancare tra le mie seconde visioni: la storia si incentra sulla esaltazione tutta da prima repubblica del “posto fisso”. Alla prima repubblica è dedicato anche l’esilarante pezzo canoro, il singolo della colonna sonora, “con un’unghia incarnita eri un invalido tutta la vita; la prima repubblica non si scorda mai”.

A impreziosire quel periodo storico, ancora così vicino, ci sono i cammei di Lino Banfi, Maurizio Micheli e le canzoni di Al Bano e Romina (ovviamente la parte del leone la fa la Puglia). Quella filosofia di vita così radicata, insieme a tutti gli altri luoghi comuni italici più atavici (dal mammismo sfrenato, al saltare le file, al clacson al semaforo se quello davanti non parte in tempo reale allo scattare del verde) è messa in pericolo dalle “riforme della pubblica amministrazione”, dalla abolizione delle Province: una evenienza attualissima, nelle cui maglie capita Checco che deve rinunciare al suo posto fisso quanto inutile all’ufficio caccia e pesca a cinque metri dalla casa dei genitori dove nonostante i quasi 40 anni lui vive placidamente, tra zabaioni e camice stirate.

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