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Piuma

Il titolo è leggero leggero. E la cosa bella è che è il nome di una bambina, quella di Cate e Ferro che alle soglie dell’esame di maturità inciampano in una inaspettata vera prova d’essere adulti. Cercano un nome capace di volare sopra tutto, per scongiurare la pesantezza che contagia le loro vite quando scoprono che il loro amore da ragazzini ha generato “qualcosa” di veramente impegnativo.

“Qualcosa” che li costringe a stravolgere ogni programma e che scatena le disarmonie delle e nelle rispettive famiglie di provenienza. Già questo fa riflettere. Ciò che dovrebbe essere pura gioia è invece accolto con paura, manda in crisi il rapporto tra loro, ingenera litigi urla recriminazioni. Sembrerebbe una storia banale con riflessioni altrettanto scontate. Ma non è così, perché il regista e sceneggiatore ci mette l’ingrediente surreale e del simbolismo, che serve per rendere il film una favola moderna che insegna molto, con un linguaggio semplice e anche con l’ironia e con la comicità dei linguaggi (romanesco e senese, Sergio Pierattini è davvero bravo).

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Belli di papà

Su Canale5 stasera. Il film (una commedia leggera con un tema però di sostanza: quello del rapporto con i figli quando diventano adulti, magari diversi da ciò che vorresti e malati di cronica ingratitudine) ha la sua spina dorsale nell’interpretazione di Abatantuono (Vincenzo) che un po’ mette in scena se stesso, il milanese “arrivato” grazie al duro lavoro, che non rinnega ma anzi esalta le proprie origini pugliesi.

I suoi tre ragazzi vivono da privilegiati (senza nemmeno esserne coscienti) con l’unica carenza vera dell’avere perso molto presto la mamma (l’altra carenza che lamentano, quella dell’attenzione e del “tempo” paterno, non è vera, piuttosto fa parte dell’ingratitudine che ho detto: troppo facile lamentarsi delle mancanze dei genitori, nei ritagli di tempo tra una vacanza a Ibiza e un trattamento estetico, dopo un faticoso shopping griffato).

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Non c’è campo

Dopo avere portato i teen tre metri sopra il cielo, avere snocciolato le declinazioni di “love” secondo i millennials, con le varie scuse annesse (“ma ti voglio sposare”, “se ti chiamo amore”), avere inaugurato la moda (pericolosa per la stabilità dei ponti) dei lucchetti come simbolo di legami indissolubili, Moccia affronta il tema davvero attuale dell’isteria conseguente all’impossibilita di usare lo smartphone. Ovvero quell’oggetto ormai diventato una sorta di prolunga non solo della mano ma anche del cervello di (quasi) tutti noi. 

Non parliamo dei ragazzi, i nativi digitali, quelli che spesso non si capacitano del perché un libro di carta non si possa sfogliare come il tablet e non ci siano link per andare subito su Wikipedia. Insomma: l’idea è buona e molto pop. Tutto si può dire all’autore e regista tranne che non riesca a cogliere il sentiment del momento, quello che consente di riempire le sale e di (incredibile!) vendere libri come noccioline.

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