Archivi tag: Giuseppe Battiston

Troppa grazia

È veramente difficile affrontare oggi, in un racconto per di più per immagini come quello cinematografico, il tema della divinità, del trascendente, del miracolo, del soprannaturale. Il rischio di scadere sul genere parabola o per contro di urtare sensibilità più confessionali è enorme.

Per non parlare dell’insidia dell’essere poco credibili e di non riuscire a fare passare un messaggio adeguato ai nostri tempi, comprensibile e potabile per i più giovani o per gli adulti che si sono lasciati alle spalle l’impostazione fideistica dell’infanzia. Insomma, la sfida del regista Gianni Zanasi (lo stesso de La felicità è un sistema complesso, che vi consiglio di vedere se ve lo siete perso; leggete qui https://cinedecimamusa.blog/2018/11/30/la-felicita-e-un-sistema-complesso/) era davvero elevata.

Certo, l’attrice protagonista era una sicurezza, perché è così: Alba Rohrwacher, anche quando dà solo la sua voce (come nel caso della bella fiction Rai L’amica geniale), è in grado di incidere in maniera significativa sulla riuscita di un film e sul successo di idee anche di non facile comprensione, come in questo caso. Lei è Lucia (omonima della pastorella di Fatima) una giovane geometra che fa fatica a sbarcare il lunario, in una cittadina del centro Italia (che poi si scopre essere Viterbo e paesi limitrofi), dove vive con la figlia adolescente, avuta a 18 anni, da un padre di cui non si sa più nulla.

Ha una relazione ondivaga con Arturo (Elio Germano, sempre “in bolla” nei ruoli più diversi), va a caccia di incarichi lavorativi, tra cantieri e colline e strade polverose: una menzione speciale merita la fotografia, che valorizza ed esalta la campagna laziale, anche se durante la visione mi ero convinta si trattasse delle Marche. Ma insomma, centro Italia, rurale, antico, piccolo e bellissimo. Come spesso accade in luoghi dove la natura è così intatta, ci si mette l’uomo a volere distruggere: con una enorme speculazione edilizia, finalizzata a costruire un resort sulle quelle colline armoniose e pure.

L’artefice (Giuseppe Battiston) coinvolge, come tecnico per tracciare le carte dei luoghi destinati alle nuove costruzioni, proprio Lucia. Ed è attraverso lei che ci mette lo zampino, incredibilmente, la Madonna in persona! Non proprio uguale a quella di Fatima. Una Madonna 4.0, che trova il modo di farsi ascoltare anche negli anni 2000, persino con le maniere forti (è la scena più bella del film quello dove la Vergine Maria si mostra in versione picchiatrice).

Troppa grazia è un film ambientalista, ribelle, anticonformista e dissacrante.

A me è piaciuto moltissimo e gli do 4 ciak 🎬🎬🎬🎬 (anche per gli attori) sebbene sia consapevole che moltissimi avranno perplessità su una scelta narrativa e tematica così particolare.

La felicità è un sistema complesso

Pubblico la recensione di questo film perché il regista, Gianni Zanasi, è lo stesso di «Troppa Grazia», l’ultima pellicola che ho visto nelle sale e di cui prestissimo vi parlerò. La felicità è un sistema complesso è la storia di un cambiamento, di quelli di rottura, di una rivoluzione di vita indotta da un incontro (ma non è quasi sempre così?).

felicita'Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) interpreta un personaggio ordinato, diligente, solitario, che ha successo nel lavoro un po’ assurdo che gli condiziona l’esistenza, un lavoro a cui non è semplice dare un nome, qualcosa che necessita di travestirsi e di fingere, per indurre e condizionare la volontà di persone deboli ed indeterminate.

Non ve lo svelo che cosa sia, perché lo si deve capire pian piano, guardando il film: questa è certamente la volontà del regista, ci si mette un po’ a focalizzare la situazione in cui Enrico si è rinchiuso, usando le sue capacità persuasive come un killer infallibile. Il suo datore di lavoro è un vecchio anaffettivo, capace di annientare il proprio figlio, un eccezionale quanto malinconico Giuseppe Battiston, costretto a ricorrere alla siringa per sopravvivere al nulla esistenziale in cui è stato cresciuto senza sapersi ribellare. Insomma, uno stallo senza vie di uscita con mezzi normali.

Irrompe a sparigliare le carte ordinate e tutte uguali una specie di angelo folle, una giovane donna israeliana che dorme per terra, mangia noccioline e guarda il mondo con gli occhi di un bambino. Ed oltre a lei due ragazzini che a causa di un incidente stradale, in cui hanno perso entrambi i genitori, hanno ereditato una immensa fortuna ed una azienda importante da gestire.

Sono diversi però da tutti gli altri incontrati da Enrico e sui quali senza nessuna pietà esercitava le sue arti di convincimento. Insomma delle variabili umane che sono come uno schiaffo per il protagonista, lo svegliano dal letargo (la scena dove esattamente questo avviene è quella dove lui si tuffa vestito in piscina davanti agli occhi attoniti dei suoi datori di lavoro e dei vecchi industriali che avrebbe dovuto aiutare a realizzare obiettivi e guadagni).

Questo percorso è assecondato da una colonna sonora potente e onnipresente: vi consiglio poi di ricercare e riascoltare In a manner of speaking di Nouvelle Vague e Just a habit di Low Roar. E da una tecnica di ripresa originale e che fa un po’ perdere l’orientamento. Nell’ultima scena il senso del film è offerto agli spettatori con una immagine metaforica, dove Enrico si mescola a degli adolescenti lanciati sugli skate board; lui li segue in bici, appartiene ad un’altra generazione ma lo stesso si immerge nella loro vitalità esagerata, non ha paura della discesa, anche se l’angelo folle si è dileguato su un treno ad alta velocità, così come era arrivata.

Ma ormai la missione era compiuta ed Enrico liberato.

Hotel Gagarin

L’opera prima di Simone Spada (regista torinese quarantacinquenne, con esperienza in film importanti, come Lo chiamavano Jeeg Robot e con attori popolari come Checco Zalone) è coraggiosa e originale,anche grazie alla scelta degli interpreti, bravi, bravissimi, a calarsi in un contesto quasi onirico, rasserenante e poetico.

Un contesto in cui, secondo me, è maestro Battiston, ma nel quale danno ottima prova di sé anche Amendola, Argentero e Bobulova. Tutti personaggi accomunati da esistenze un po’ sfortunate, mediocri, irrealizzate. Amendola è un elettricista, Argentero un fotografo di matrimoni, Battiston un (inascoltato) professore di storia, come ripiego alla sua vera passione: il cinema.

Scrive sceneggiature, immagina storie. Ma non trova chi lo apprezzi, le idee rimangono nei cassetti e con esse la convinzione che diventare un regista sia un sogno irrealizzabile. Bobulova è una elegante signora arrivata a Roma dalla Russia, che se la cava con affari vari, sempre in bilico con l’illegalità.

Continua a leggere Hotel Gagarin

Io c’è

Il film ha un tema, quello della religione, o meglio delle religioni, che di rado (o forse mai) è affrontato dal cinema, se non per raccontare di personaggi appartenenti all’una o all’altra confessione, magari in modo eroico o come ricostruzione storica. Ci vuole coraggio per fare dell’argomento “fede” l’oggetto di un racconto tra il dissacrante e l’ironico, una riflessione senza veli sulle impalcature costruite dall’uomo intorno al concetto del divino, all’idea di Dio da distribuire sulla terra ai credenti, per renderli prima di tutto dipendenti, in cambio alleviando le loro solitudini o sofferenze personali con la speranza di un al di là migliore di qui.

Il regista, non nuovo in realtà ad un approfondimento del genere (si pensi a Orecchie sul quale vi invito a vedere questo link), questo coraggio, almeno nelle intenzioni e nell’idea di base, lo ha avuto. Anche scegliendo attori capaci di interpretare a dovere lo sguardo disincantato dell’autore del soggetto: Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston. Sono bravi, fanno anche molto ridere, soprattutto all’inizio. Nelle scene in cui si decide, per bassissime ragioni “fiscali”, di lanciare la sfida alla casa di accoglienza per “turisti” gestita dalle suore, dirimpettaie del pretenzioso quanto male in arnese B&B “Miracolo italiano”, gestito, in perdita, da Massimo.

Continua a leggere Io c’è

Finché c’è Prosecco

Questo film è veramente una chicca e vi consiglio di non perderlo, anche a costo di fare cineturismo, dato che non sono molte, purtroppo, le sale che lo proiettano. Io l’ho scelto, confesso, perché adoro Battiston ed è uno di quegli attori che vado a vedere a scatola chiusa.

Anche stavolta non mi ha deluso, aiutato da un soggetto originale (un giallo tutto italiano, ambientato nelle belle terre del Prosecco: Conegliano, Valdobbiadene), ben costruito, impegnato, ispirato ad un romanzo (pure consigliabile), con lo stesso titolo, di Fulvio Ervas.

Da sapere oltre a questo (dato che sulla trama, trattandosi di un genere giallo, posso svelarvi ben poco): è l’opera prima del regista Antonio Padovan; tra gli interpreti, la giovane Silvia D’Amico (in The Place, la ragazza disposta a diventare una rapinatrice per diventare più bella); parla di un dono prezioso della nostra terra, cioè le uve con cui si fa il Prosecco; parla soprattutto della terra e della necessità di rispettarla. Infatti, la frase del film, per me, è questa: “quando un giorno questa terra sarà tua ricordati che anche tu sarai suo”.

Continua a leggere Finché c’è Prosecco

Perfetti sconosciuti

Riderete moltissimo, soprattutto nella prima parte di questa “commedia” meritatamente premiata dal pubblico, che da quando è uscita la fa primeggiare al botteghino, anche su Tarantino. Ma le risate, lentamente, con un climax discendente verso il “dramma”, si trasformeranno in uno sguardo serio e riflessivo sulla rappresentazione della vera verità senza sconti con cui il regista racconta le coppie sposate protagoniste della (apparentemente) innocua cena tra vecchi amici.

Avrete già letto di che si tratta: cosa succederebbe se, per qualche ora, si condividessero i contenuti del proprio cellulare, incluse le telefonate, da ascoltare in viva voce (senza ovviamente avvertire l’interlocutore)? Ogni messaggio letto urbi ed orbi. Il nostro cellulare: la scatola nera della nostra vita, così viene definito da Eva (Kasia Smutniak), che propone, imprudentemente, quel gioco dal quale ciascuno uscirà davvero come un “perfetto sconosciuto”.

Continua a leggere Perfetti sconosciuti