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L’isola dei cani

Se avete amato Grand Budapest Hotel, sappiate che con questo film l’originale regista statunitense vi stupirà e farà pensare; vi porterà nel futuro di vent’anni, in un Giappone disegnato e onirico, raccontandovi però la realtà di oggi, i rischi di ogni dittatura, le conseguenze delle emarginazioni, i danni che conseguono al mettere a tacere la scienza a favore della paura e delle superstizioni.

Attraverso la tecnica di animazione dello stop motion (se siete interessati ad approfondire leggete qui:, Anderson porta lo spettatore in un mondo dove i cani sono umani (parlano una lingua comprensibile) e gli uomini no, si sono fatti convincere da un sindaco dittatore che quelli che erano da sempre i migliori amici dell’uomo sono pericolosi per l’uomo.

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Lady bird

Ce ne sono moltissimi di film sull’adolescenza, sugli amori giovanili, sui conflitti generazionali, ma pochi hanno l’originalità e la poesia di Lady bird. Ho letto molti commenti di spettatori italiani che hanno criticato la lontananza (rispetto al nostro mondo italico) delle vite ambientate a Sacramento di cui parla Greta Gerwig. E dunque l’impossibilità di riconoscersi in quei personaggi. Io non l’ho vista così, anzi ho pensato il contrario: ho pensato che Sacramento poteva essere qualunque provincia dello stivale, qualunque piccola città tradizionale e conformista e chiusa della vecchia Europa.

Infatti la giovanissima protagonista, al bivio tra l’adolescenza e quello che viene dopo, da quell’angolo di America vuole scappare via, sogna di andare a studiare in un college a est, immagina la sua esistenza da tutt’altra parte e forse anche per questo si è autorattribuita il soprannome di Lady bird. Non accetta di essere chiamata con il suo di nome (Christine, che pure non è male, ma forse troppo “tradizionale” per lei e per le sue aspirazioni di evasione), arriva addirittura a cancellarlo, insieme al suo cognome, sulle bacheche della scuola.

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