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Dheepan – Una nuova vita

Colpisce questa Palma d’oro 2015 (stesso regista del western “I fratelli Sisters” di cui vi parlerò prestissimo) per la lucida attualità del tema, trattato in modo intenso ed originale, mai didascalico e con un lieto fine che davvero stupisce (nel contesto di un dramma dove gli spiragli sono pochissimi). Il tema è quello dei milioni di fuggitivi, di profughi (non semplici migranti, come è stato giustamente sottolineato) che cercano una nuova vita lasciandosi alle spalle guerre brutali, persecuzioni, negazioni di elementari diritti, anche quello ad una vita minimamente dignitosa.

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Qui i tre protagonisti (che si fingono una famiglia per sfruttare passaporti di altri morti sul campo) abbandonano lo Sri Lanka dove ferve un conflitto interno sanguinario, per ritrovarsi “ultimi” di una periferia di “ultimi” della capitale francese, dove trovano però tutt’altro che pace.

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La prima pietra

Questo film è una chicca, l’ho visto purtroppo in una splendida sala cinematografica semivuota, con soli altri tre spettatori. Se però appartenente a quel meraviglioso cenacolo di persone mentalmente aperte, cui interessa approfondire con ironia il tema così attuale, discusso, bistrattato e demonizzato dell’integrazione tra persone di cultura, tradizione, religione, colore diversi, rimpolpate (vi prego!) i numeri del botteghino e non credo ve ne pentirete.

Il regista si ispira ad una piece teatrale di Stefano Massini, ed è evidente, perché il racconto si svolge entro confini spaziali molto limitati: il palcoscenico delle riprese è una scuola elementare, in particolare la stanza del preside, interpretato in modo incisivo e convincente da Corrado Guzzanti. Si snoda nelle poche ore di un 23 dicembre pre-natalizio, che precedono le vacanze ma soprattutto la recita, con canti e rappresentazione ecumenica della natalità.

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Ricchi di fantasia

Dopo Il tuttofare (di Valerio Attanasio: se ve lo siete perso, recuperatelo assolutamente!) era chiaro che Sergio Castellitto avesse raggiunto una maturità di attore tale da essere di certo considerato uno dei nostri migliori, adatto a quei ruoli tipici e complessi (divertenti ed amari insieme) della buona commedia italiana.

Anche in questo caso dà ottima prova di sé, concentrando nel personaggio che interpreta (che si chiama proprio Sergio, e Sabrina quello della Ferilli: come se entrambi altri non facessero che se stessi) diversi eccessi umani, alti e bassi: un geometra “decaduto” a carpentiere per la cattiva sorte e la crisi, con una famiglia da mantenere, pesante ed esigente, una moglie perennemente nervosa e rivendicante (brava è credibile Paola Tiziana Cruciani), un amore clandestino (per Sabrina) consumato nel camioncino da lavoro, nella campagna romana con lo sfondo arcaico dell’acquedotto.

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La casa sul mare

Il botteghino per ora non premia questo film francese, di un regista noto oltralpe per essere capace di descrivere l’amore ed i sentimenti più intimi. I siti web di cinema lo qualificano come “drammatico” ma la storia raccontata da Guédiguain è un semplice spaccato di vita “normale”, di persone “normali”, che hanno superato la mezza età, per diversi motivi a disagio con il mondo che li circonda.

La crisi che ciascuno vive si acutizza a causa della malattia del padre: i tre fratelli, che da anni non condividevano alcunché, si ritrovano nella vecchia casa sul mare costruita dai genitori quando erano ragazzini, incastonata in un calanco sulla costa marsigliese. Uno di loro, Armand, non si è mai allontanato, ha continuato a gestire il ristorante voluto dal padre per omaggiare un ideale di sinistra, di dare cibo buono a tutti. L’altro, Joseph, è un intellettuale inespresso, che si presenta ai familiari accompagnato da una compagna giovanissima, quasi una figlia quanto a differenza di età, che però ben presto si comprende essere già molto lontana da lui ed in procinto di lasciarlo, per un uomo più giovane e per un’esistenza più veloce. La sorella, Angele, è una famosissima attrice teatrale, ha accumulato denaro e notorietà e sono anni che non torna a casa.

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Contromano

In un momento in cui è impossibile scucire a qualsiasi politico una reale presa di posizione sui temi dell’immigrazione, Albanese (anche da regista dopo un bel po’ di anni: l’ultima volta è stato con Il nostro matrimonio è in crisi) dà una lezione a tutti. A modo suo. Con ironia, realismo, paradosso, coraggio.

Il coraggio di dire davvero ciò che pensa, passando attraverso tutti i sentimenti (anche i peggiori) e le reazioni (invettive comprese) dell’italiano medio, senza scadere nel buonismo e nemmeno nella banalità del politicamente corretto a tutti i costi. Un enorme rischio quando si affronta questo tema. Il racconto è dal punto di vista di un milanese DOC, solida borghesia commerciale del nord ovest.

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L’ordine delle cose

Un instant movie essenziale per riflettere sui temi dell’immigrazione, della “gestione dei flussi”, dei rapporti con gli Stati del nord Africa, del ruolo delle forze dell’ordine, dei nostri pregiudizi e delle nostre paure. 

Sulla paura d’altronde non si discute e infatti il regista non ne fa argomento di giudizio: parla della realtà, i personaggi sono sì di fantasia, ma le loro storie sono vere e vivide, escono dai quotidiani e dai telegiornali per entrare nella narrazione del film. Sono poliziotti, profughi, scafisti, burocrati. Apparentemente si occupano dello stesso problema e dovrebbero risolverlo: come fermare l’ondata di umanità che da sud va a nord, come gestirla, per evitare sia le morti in mare che la sensazione di invasione (e l’infuriare di odio razziale e di pregiudizi) che si diffonde in Europa ed in particolare in Italia.

Nella realtà, c’è ben poco di umano nel lavoro affidato ai super poliziotti inviati in Libia per cercare un accordo con le autorità di quel paese. Non c’è nessuna preoccupazione per “i diritti” dei profughi da parte di chi gestisce i centri di raccolta: solo accanita ricerca del business. Corruzione e cinismo. L’immigrazione è una fonte di guadagno, è uno strumento di potere. Il protagonista, incaricato dal ministro dell’interno in persona di trovare (in fretta) il bandolo della matassa con l’aiuto dell’ambasciatore a Tripoli (un bravissimo Battiston), cerca di mantenere la sua umanità e di coniugarla (non è un compito facile) con i suoi doveri di servitore dello Stato. Trovare l’ordine delle cose, nell’assoluto disordine dato dalla disperazione di tutti quegli uomini e donne in fuga. “Non le piace questo odore? È l’Africa”, gli viene detto da una delle “parti” dell’accordo.

Il film parla di cronaca ma racconta una scelta intima, un bivio: farsi contaminare oppure no, cedere alla pietà oppure no, obbedire oppure no. Insomma parla di una cosa che troppo spesso è carente quando il tema è il rapporto tra “noi e loro” (un binomio che detesto): il dubbio. Se avete già certezze granitiche sull’argomento, non è una pellicola adatta a voi.