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Gloria Bell

C’e una cosa da sapere sul personaggio femminile messo in scena (in salsa USA) dal regista cileno Lelio con il volto artisticamente impeccabile di Julianne Moore: è il remake di un precedente, con lo stesso nome (Gloria) del 2013, interpretato da Paulina Garcia (guardate qui e se non lo avete ancora visto fatelo perché il confronto è utile per farsi un’idea dell’abisso che divide il nord e il sud del continente americano).

La Garcia vinse, quell’anno, il premio come migliore attrice protagonista a Berlino. Meritatissimo: una perfetta declinazione della cinquantenne indomita, nonostante gli effetti dell’età, che (citando un film appena visto) sono croce e delizia. Croce, perché le rughe, mannaggia, sono la preoccupazione (forse sciocca) di noi tutte, insieme al corpo che cambia (sempre citazione, made in Litfiba, ve la ricordate?, al cinema ci ho pensato…). Delizia perché (come succede a Gloria) gli “anta” portano equilibrio, saggezza, sicurezza. Capacità di andare avanti di fronte agli attacchi della vita e sopratutto alle ingiurie del nostro “prossimo” (tutt’altro che vicino).

Insomma: che succede a Gloria, se passa da Santiago a Los Angeles? Beh, secondo me, si alleggerisce un po’. Perde il pathos che l’ha fatta premiare con l’orso d’oro, sebbene acquisti obiettivamente sotto il profilo estetico. La sceneggiatura (e dunque la storia) è assolutamente identica: il racconto della vita quotidiana di una cinquantenne divorziata, con figli grandi, già nonna. Che però non si rassegna ad essere solo questo.

Gloria (sembra quasi un nome di battaglia, ed asseconda, incredibile!, l’uso della canzone di Umberto Tozzi, nella versione in inglese) ama cantare, in auto, a squarciagola, mentre va al lavoro; ama ballare, senza troppe preoccupazioni sul come, e per questo frequenta locali notturni e non perde un brano sulla pista; ha voglia di fare l’amore, sebbene non sia semplice incontrare la persona giusta, per quello. Non lo è a venti, trent’anni; figuriamoci dopo i quaranta, quando le esperienze hanno già lasciato il segno e spesso non è un buon segno. Esemplare ciò che accade con Arnold (Turturro): un affascinante uomo, come si dice, “maturo”, che però è invecchiato senza crescere (copyright sempre di Croce e delizia).

Un modello umano maschile molto diffuso, ho pensato: dice di avere chiuso con il matrimonio ventennale, con la sua ex famiglia. Ma invece no. Di punto in bianco il passato torna a galla, nei momenti più inopportuni, e dà il diserbante sul presente e quindi anche sul futuro. A quante è capitato? Non è un luogo comune: per gli uomini è più difficile chiudere davvero e senza strascichi, magari anche senza drammi. Capita che non riescano a farlo, a ricominciare daccapo, con la mente libera dai sensi di colpa e dagli impegni presi anni prima, che inconsciamente considerano traditi.

A tratti il film è lento, talora le situazioni sono volutamente squallide, persino poco credibili tanto estreme nella loro negatività. Manca il dramma, però, della Gloria cilena, manca la visione dei corpi nudi un po’ consumati dall’età. Il film è ad uso degli States. Non si poteva esagerare con la sottolineatura della “normalità”: ché Julianne Moore certo tale non è, è in forma perfetta, è elegante, è persino fredda agli occhi dello spettatore, di fronte alle sfortune sentimentali in cui si imbatte. Turturro riesce invece a perdere tutto il suo charme, impersonando bene un uomo odiosamente vigliacco, tanto da apparire goffo come in realtà non è.

Alla fine dei conti, credo meriti 3 🎬 🎬🎬, ma vi raccomando di recuperare la versione “cilena” che è di certo migliore.

Croce e delizia

Simone Godano è al suo secondo lungometraggio, dopo Moglie e marito, del 2017, in cui si avventurava, con la Smutniak e Favino, su un terreno scivoloso come lo scambio dei sessi (se vi va di rispolverare, leggete qui). Evidentemente è capace di lavorare su trame di puro anticonformismo, perché anche questa storia, incentrata nuovamente su attori bravissimi e navigati, capaci di maneggiare i loro personaggi con naturalezza e talento da vendere, viaggia su canali lontani dagli schemi ordinari.

In particolare: smonta l’idea tradizionale di famiglia e di amore, persino quella delle preferenze sessuali, perché lo spettatore rimane sempre sul filo dell’incertezza: quale “piega”, alla fine, prenderanno i protagonisti? Una delle scene iniziali vi farà subito capire che vi divertirete: la famiglia Petagna (il padre è Gassmann) su una Fiat Multipla stracarica (anche di un bananone gonfiabile assicurato sul tettuccio) in viaggio verso le vacanze, da Nettuno a Gaeta, con il sottofondo musicale di Raffaella è mia di Tiziano Ferro (ve la ricordate? Ascoltatela qui).

Il luogo di arrivo ha uno stile ben diverso da quello, chiarissimo e tendente ai modi rustici, del quartetto della Multipla (gagliardi pescatori del basso Lazio, con idee nette e semplici sulle cose della vita): una villa immersa nel verde, di gran classe, a picco sul Tirreno. Piscina e salotti con vetrate, cuscini, opere d’arte contemporanea. Una stonatura, aggravata dal fatto che i proprietari della villa, della quale ai Petagna è affittata una dependance, sono i Castelvecchio (il padre è Bentivoglio, un famoso collezionista d’arte).

Ricchissimi, snob, progressisti, un po’ isterici. Alta borghesia colta, ex mogli che spuntano come funghi, apertura di vedute ma insieme incapacità a ricoprire ruoli fondamentali, come quelli genitoriali. Che link c’è tra queste due tribù così diverse? Lo scoprirete solo andando a vedere il film, perché se ve lo dico qui rovino la sorpresa. Posso raccontarvi però dell’eccezionale prova di Gassmann e Bentivoglio, il primo poi a interpretare un ruolo davvero insolito. E della capacità di Trinca di rappresentare ogni nevrosi possibile nel suo personaggio, alla continua ricerca di affetto e di conferme, nella sbagliata convinzione di essere vittima di qualche cosa di profondamente ingiusto.

La frase del film la dice Anna Galiena, dall’alto della sua saggezza di donna matura: “non c’è cosa peggiore che invecchiare senza crescere”. Rivolta agli uomini del gruppo, non proprio capaci di stare al passo con gli anni che sono passati (forse inutilmente). La scena del film, per me, energetica e positiva, perché scioglie i nodi, è quella in cui tutti ballano al ritmo di No roots (ascoltatela qui). Senza radici appunto. Forse è il modo migliore per prendere il volo.

Per me sono 4 ciak, soprattutto per gli attori, a cui vanno i miei applausi affettuosi. Perché sono una certezza del nostro cinema.