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Sono tornato

Solo a pensarlo, come costruire un film così, mettendo a discuterne due persone, anche colte, evolute e conoscitrici della storia, non so se se ne esce, dalla discussione. Un film che parla del “ritorno” di Mussolini, un ritorno surreale da allora ad oggi, una specie di macchina del tempo collocata nei giardini di Piazza Vittorio a Roma, il cuore dell’Esquilino.

Una specie di contrappasso, a pensare al tessuto sociale di oggi, di quella bellissima piazza della Capitale. Dove rispunta Benito Mussolini, in divisa come se fosse in guerra, catapultato dal ‘45 al ‘017? Nel luogo più multietnico che c’è, intriso ormai di spezie e colori di ogni parte del mondo. Una sorta di incrocio di popoli, una sfida vera e propria alla vicina sede di Casapound nella adiacente via Napoleone III. Insomma, uno scoppio in una nuvola di fumo dietro ad una rovina d’arte classica e ricompare il duce, come se il tempo non fosse passato, come se nulla fosse.

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Chiamami col tuo nome

Questo 2018 cari cinefili è cominciato davvero alla grande. E vedere l’ultimo film di Guadagnino è un’esperienza a cui non sottrarsi. Per una serie di ragioni estetiche e sostanziali, di pura bellezza filmica e di contenuti. Di immagini e di parole.

Non può esservi sfuggito che la sceneggiatura è di James Ivory: ed infatti, nonostante la storia sia ambientata “da qualche parte in Lombardia” nel 1983, ci sono diversi momenti in cui, non sapendolo, pensereste di “trovarvi” nella campagna inglese. O in una vecchia casa di signori britannici, tra libri, caminetti e oggetti antichi. Alla raffinatezza immediatamente percepibile agli occhi dell’autore d’oltre Manica si sposa alla perfezione la capacità introspettiva del regista che si focalizza sui personaggi con profondità, tanto da fare “sentire” in modo tattile allo spettatore ciò che provano i protagonisti del racconto.

Lo sconvolgimento dell’innamoramento e dell’irrefrenabile attrazione fisica, l’ansia nel contare le ore che separano il presente all’incontro della mezzanotte, il senso di vuoto del distacco, l’incertezza sull’essere se stessi. Insomma, forma e sostanza. La storia (tratta dal romanzo omonimo di Andrè Aciman) è quella dell’incontro tra Elio, un diciassettenne geniale, capace di suonare e comporre, colto ed appassionato, e Oliver, studente americano di ventiquattro anni, bello e disinvolto, ospite dei genitori del ragazzo nella villa di famiglia, vicino Crema.

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