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C’è tempo

Quando non si è più bambini, si capisce, a volte improvvisamente, spesso per qualche evento della vita, che la cosa più preziosa che ciascuno di noi ha è il tempo. Il titolo dell’ultimo film di Veltroni (il primo a non essere un documentario, ma una commedia) è rassicurante e infonde speranza.

Sentirsi dire che “c’è tempo” abbassa i battiti cardiaci, fa sentire sollevati, toglie l’ansia che è sempre dietro l’angolo. Ed è un titolo che non può non far pensare alla omonima, splendida canzone di Ivano Fossati (da riascoltare qui). I temi non sono molto diversi, quindi davvero potrebbe essere una citazione. Che c’è tempo lo dice Stefano (Fresi) al piccolo Giovanni (Fuoco), alla sua prima apparizione cinematografica.

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Irrational man

Un incondizionato amore per Woody Allen mi porta non solo ad andare a scatola chiusa a vedere ogni suo nuovo film ma anche a storcere il naso quando leggo i commenti negativi dei “veri” critici cinematografici, sui giornali, che dicono (quasi come un refrain, anno dopo anno) che Allen sta diventando una fotocopia di se stesso, ormai privo di originalità. E che la nuova opera nulla aggiunge a quelle mitiche del passato. 

E via di questo passo, che a me (che non sono un critico, ma un quisque de populo) viene da pensare: fallo tu, un film così. Detto questo, vi do qualche suggestione, spingendovi vivamente ad andare al cinema a vedere il film che, lungi dall’essere banale e privo di sostanza, trova vera linfa nella filosofia, veicolata attraverso le originali lezioni del fascinoso professore Abe Lucas (Joaquin Phoenix).

Ci sono due temi portanti, che ritrovate nelle anse della storia: la morale kantiana (l’imperativo di dire sempre la verità, in ogni situazione, anche estrema) e il caso, la casualità con cui gli eventi si inanellano (vi ricordate Match point?). I dialoghi sono intensi, pieni di citazioni anche poetiche. Diverse le battute da ricordare, una costante di Woody, come la preziosità della colonna sonora (Bach, l’iperrazionale, come Kant; il solito selezionato jazz, ovvero l’improvvisazione, richiamo della causalità).

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La la land

Io ve ne parlo, anche se molti di voi, lo avrete già visto: se così fosse, fatemi sapere se condividete il mio punto di vista che è quello davvero stupefatto di chi esce dal cinema, come raramente avviene, quasi imbambolato dalla bellezza non ordinaria dispensata dalla pellicola.

Già, perché questo, secondo me, non è un film “normale”: per oltre due ore ti porta via dall’ordinarietà, nonostante la semplicità della storia e dei temi che affronta. Di straordinario ci sono gli attori protagonisti, la musica, il jazz, le coreografie, l’intreccio tra realtà e sogno, tra racconto e canto. Ci sono momenti in cui sembra un cartone disneyano, a tratti ricorda i vecchi film con i maestri di tip tap: celebra l’America in cui c’è posto per tutti e dove ogni aspirazione, anche la più ardita, può trovare realizzazione. L’America del grande cinema e della forza liberatoria e rivoluzionaria del jazz. “Largo ai ribelli, a chi sa smuovere l’acqua dal mare”: questa è l’energia che anima i due protagonisti.

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