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Smetto quando voglio ad honorem

Questa è la terza ed ultima puntata di una saga cinematografica che vede come protagonisti una “banda” di geni che come spesso accade, anziché essere riconosciuti come tali ed acclamati dalla “società”, sono del tutto incompresi e di quella società vivono ai margini.

Il film può essere visto e la trama seguita facilmente anche senza avere alle spalle gli altri due; ma certo, se vi capita, completate la vostra conoscenza dell’opera di Sidney Sibilia con una retrospettiva (il secondo secondo me è il più divertente, ma la trilogia, nel suo complesso, ha davvero un senso profondo di critica al nostro sistema di istruzione superiore ed alle difficoltà che hanno quelli davvero bravi a trovare una collocazione degna del loro cervello).

L’originalità del regista è unica: affronta in modo del tutto inusuale per il nostro cinema temi trattati solitamente da pagine di approfondimento dei quotidiani, che preferiamo non affrontare perché sanciscono il fallimento di una generazione e di quelle precedenti (soprattutto: le vere responsabili). Questa volta i protagonisti (quarantenni talentuosi e scollati dalla realtà) partono svantaggiati, perché a causa del “tradimento” subito ad opera della Polizia di Stato con cui pensavano (illudendosi) di collaborate lealmente, nella precedente parte di storia, si trovano rinchiusi in carcere, per di più in luoghi diversi, senza possibilità di comunicare e quindi di riorganizzarsi o di darsi coraggio.

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La casa di famiglia

Voi cosa fareste della villa di famiglia se foste eredi di un padre ancora in vita (ma da cinque anni in stato vegetativo a seguito di un ictus) assillati dai debiti o dai guai sentimentali, in una parola, disperati? La vendereste o sentireste il peso della colpa di disperdere il patrimonio dell’avo prima del trapasso?

Ecco. I quattro protagonisti (a proposito dei quali la suora infermiera che assiste il genitore infermo dice, scusate il francesismo: “certo io di figli ne ho visti, ma 4 merde così tutti insieme mai”) si trovano in questa situazione e non ci pensano due volte a lavarsene le mani. Cioè a (s)vendere la casa avita “approfittando” dell’assenza del proprietario non più in grado di intendere e di volere perché attaccato ad un respiratore.

Lino Guanciale interpreta il più scapestrato dei fratelli, quello che li spinge a compiere il sacrilegio di disporre dell’eredità prima di essere orfani. I soldi gli servono subito: per salvare il suo circolo del tennis (!!). E trascina anche gli altri tre che a dirla tutta non si fanno pregare all’idea di riscuotere subito un “gruzzolo” non indifferente. Continua a leggere La casa di famiglia

Smetto quando voglio 2

Il film è stasera su Rai3, recuperatelo. Vi dico la verità: non ero particolarmente convinta di vederlo nelle sale, nonostante i notevoli risultati al botteghino ed il conclamato successo di pubblico di queste settimane. Primo perché è un sequel (la seconda parte di una trilogia già prevista) e non ho visto il primo; secondo perché non mi dava l’impressione di avere grande sostanza. Invece, superando queste perplessità, sono andata a vederlo e vi assicuro: è originale e ben girato, attori bravissimi.

Non sembra un film italiano, un po’ come Jeeg Robot. Anche per il ritmo, la fotografia e la colonna sonora, potente ed incalzante, veloce come i cervelli dei protagonisti. Loro sono dei ricercatori, dei giovani scienziati, dei geni disoccupati. Anziché essere in fuga all’estero, per sbarcare il lunario, mettono su una banda ma finiscono nelle grinfie della giustizia, chi in carcere chi ai servizi sociali. Ora però, in questa seconda fase della loro storia, possono riconquistare la libertà e la dignità collaborando con la polizia, alla ricerca dei produttori delle nuove droghe, quelle ancora lecite. Perché non conosciute. Dunque pericolosissime.

 

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