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Dumbo

Ho giudicato geniale, ed irresistibile, l’idea di un personaggio tenero e commovente come Dumbo nella mani di un regista dark (Tim Burton), capace di tingere di un po’ di nero qualsiasi storia e di raccontare di personaggi misteriosi e soprannaturali anche ai più piccoli.

Condendo i racconti di concetti “da grandi”, tanto che i suoi film di animazione sono certamente da considerarsi per adulti (ricordo tra i tanti: Frankenweenie, del 2012, un cartone in bianco e nero, in cui tra horror e mistero è trattato in modo davvero profondo il tema della perdita e della morte). L’originale elefantino volante è la quarta creazione Disney, del 1941, uscita in Italia nel 1948; rese famoso in tutto il mondo il nome dell’oramai immortale Walt, per l’enorme successo di pubblico, anche grazie a trovate tecniche assolutamente innovative per l’epoca (tutti ricorderete la scena degli elefanti rosa, che è stato difficile ricreare con altrettanto impatto visivo, anche da parte di un maestro come Burton).

Vi posso dire che ogni volta che ho rivisto Dumbo, al momento in cui viene separato con la forza dalla mamma Jumbo, non ho saputo trattenere le lacrime. Solo Bambi mi fa un effetto analogo. La sfida era ricreare altrettanta emozione, senza mettere in scena una brutta copia, solo più tecnologica.

Ho letto molte stroncature a questo proposito, ma non le condivido: perché il Dumbo del terzo millennio è qualcosa di diverso dal “nonno” degli anni 40, sebbene la trama sia la medesima e alcuni pezzi forti si ritrovino (manca del tutto però, ed è il maggiore elemento distintivo, l’amicizia tra l’elefantino e il topo Timoteo, invece centrale nell’opera prima).

Certo, il film uscito in questi giorni nelle sale è meno toccante, mancano i sentimenti di base, quelli elementari così adatti soprattutto a coinvolgere i più piccoli. Come appunto l’attaccamento del piccolo alla sua genitrice, nonostante l’ostinazione degli umani crudeli a portargliela via ad ogni costo. Il nuovo Dumbo, una creazione perfetta, realistica ed insieme onirica, con occhi azzurri espressivi come se fossero “veri”, genera forse meno tenerezza di quello disegnato negli anni 40 (che, ricorderete, è completamente muto, non si sente la sua voce per i 64 minuti di durata del cartone: il film è lungo il doppio!); però ha più personalità e determinazione, le scene in cui vola sono potenti ed emozionanti, non si arrende alle sventure e alla malvagità dei bipedi, percorre a testa alta la strada che porta a credere in se stessi.

Tim Burton accentua alcuni temi importanti: quello del rifiuto del diverso (strazianti i fischi e gli sbeffeggi contro l’elefantino, quando il pubblico del circo – che rappresenta “la gente”, la visione comune – si accorge che l’animale non è “normale”, ha delle orecchie sproporzionate); quello, conseguente, che chi è diverso spesso è dotato di super poteri rispetto agli altri, e quando impara ad utilizzarli quella diversità diventa una risorsa inestimabile; ed infine il tema della fiducia nelle proprie capacità che è così difficile da conquistare (tranne per quelli, di solito i peggiori, nati “sicuri di sé).

Dumbo pensava di poter volare solo respirando una piuma e di crollare al suolo se quella piuma non ci fosse più stata. Ebbene: la svolta della sua storia avviene quando si lancia nel vuoto senza piuma, confidando solo nella forza delle sue smisurate orecchie e nella sua caratteristica (unica e magica) di essere un proboscidato volante.

Il film è impreziosito dalla presenza di grandi attori: merita una menzione speciale Danny De Vito, nei panni del circense Max Medici, grottesco e convincente, quasi un personaggio da cartone animato. Innegabile che nella nuova versione di Dumbo (a proposito: sapevate che il nome – dall’inglese dumb – significa muto, stupido, tonto?) sono molto più importanti i ruoli dei personaggi a due zampe, divisi nettamente tra buoni e cattivi: almeno in questo la sceneggiatura è tradizionale e adatta ai più piccoli, che non avranno difficoltà a capire da che parte stare.

Un’ultima cosa: il film è nella sostanza un inno alla libertà, nelle scene finali respirerete l’aria umida della giungla insieme all’elefantino, rinfrancati come lui per l’eccezionale conquista, eppure così naturale, di ritrovarsi a casa senza collari e gabbie.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 all’amato elefantino, ed il consiglio di fare vedere ai più piccoli entrambe le versioni.

PS ascoltate la versione della famosa canzone di Dumbo, Bimbo mio, cantata da Elisa qui

Liberi

Ho deciso di incrementare periodicamente la rubrica #secondavisione già presente nel mio blog con recensioni di vecchi film che mi capita di rivedere o vedere per la prima volta. Vi indicherò dove e come li ho scovati così, se vi va, potrete imitarmi. Il primo di cui vi parlo vede tra gli interpreti protagonisti un attore che amo moltissimo, Elio Germano (date un’occhiata ai “precedenti” in cui compare su #DecimaMusa).

Il film è del 2002 e lui, solo 22enne, aveva già lavorato in precedenza in ben sei lungometraggi (anche con registi importanti: Scola, Vanzina, Pellegrini). La particolarità di Liberi è che è girato interamente in Abruzzo, per di più in luoghi non consueti: eppure il regista è torinese e non sono riuscita a trovare un collegamento territoriale, se non (forse) una particolare passione per quei luoghi, simbolici degli stati d’animo depressivi o di riscatto dei protagonisti della storia.

Il racconto parte, negli ultimi anni del secolo scorso (si capisce, perché ci sono ancora le lire), da un paese della Val Pescara, Bussi, noto nel ‘900 per la presenza di uno stabilimento chimico che dava lavoro a centinaia di persone (ed oggi per essere al centro di un ancora non sanato disastro ambientale). Cenzo (Luigi Maria Burruano, per me migliore attore del film, purtroppo scomparso nel 2017) fa l’operaio ed il sindacalista lì da sempre; la sua vita comincia a sgretolarsi con la crisi della fabbrica, i minacciati e attuati tagli del personale, i licenziamenti collettivi, la cassa integrazione.

La perdita di un ruolo e della sicurezza economica data dal pur magro stipendio trascinano l’uomo e la sua famiglia in una sorda disperazione che diventa patologica depressione. Vince (Elio Germano) e la moglie (Anita Zagaria) non ci stanno a farsi portare giù da Cenzo. E fanno entrambi, autonomamente, ciò che forse avevano sempre desiderato: andarsene via da Bussi, abbandonare tutto per ricominciare daccapo. Ricominciare dal mare. E L’ambientazione si sposta a Pescara, sulla costa, tra stabilimenti balneari, feste, musica sulla spiaggia, voglia di riscatto.

Vince fatica a liberarsi del peso della sua famiglia, prima ordinaria ora disastrata. Fatica a continuare ad amare i genitori senza però farsi condizionare dalle loro vicende personali e dai fallimenti esistenziali che li appesantiscono. Il tema del film è quello della conquista della propria autonomia, nelle scelte e nell’impostazione del proprio futuro. Vince non intende ereditare la concezione paterna basata sulla sofferenza e la sopportazione; all’inizio, la sua voce narrante dice che per Cenzo la vita è come una ferita. Ecco. È a questo che intende ribellarsi, senza però tradire l’affetto e il senso di pietà nei suoi confronti.

Senza deluderlo, quando il padre alza il pugno e si aspetta che lui faccia la stessa cosa, alla ricerca di (almeno) un punto di unione. Di piena comprensione reciproca, nell’evocare un simbolo politico forse ormai solo per nostalgici. La colonna sonora con cui Vince si carica di energia positiva è I will survive cantata da Cake (ascoltatela qui): “Sopravviverò, fino a che saprò come amare. So che rimarrò vivo, Ho tutta la vita da vivere, Ho tutto il mio amore da dare, E sopravviverò”.

Ecco il nocciolo del film e del suo titolo. Liberarsi da ogni laccio, anche familiare, per conquistare la vita che si desidera. E pensare che, simbolicamente credo, i nomi del figlio e del padre (Vince e Cenzo) sono in realtà le due parti dello stesso.

Un’ultima notazione: la ragazza che conquista Vince a Pescara è Nicole Grimaudo, già una promessa del cinema italiano, poi amata anche da Özpetek.

Ho acquistato il DVD su Amazon, perché nelle librerie non l’ho trovato.

3 ciak 🎬 🎬🎬, e una menzione speciale per avere scelto, originalmente, l’Abruzzo.

Non è un Paese per giovani

Candidato per varie categorie ai David di Donatello 2018, il film ha il titolo della trasmissione radiofonica da anni condotta dal regista, che ha proprio lo stesso tema, cioè la fuga dei ragazzi dal nostro Paese. L’avete mai ascoltata? A me piace moltissimo perché è basata su interviste ed incentrata su esperienze raccontate in diretta dai giovani emigranti.

Le motivazioni della fuga dai confini nazionali sono le più varie, come le destinazioni. Non è vero che tutti vanno via perché sono dei geni incompresi; moltissimi vanno via perché pensano di non avere qui alcuna possibilità di realizzare i propri sogni o più semplicemente le proprie aspettative. Alcuni perché cercano un ideale di libertà, di vita alternativa a quella “normale” che avrebbero qui.

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