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Boy erased

Nella versione italiana, Vite cancellate. Ma come spesso accade è più efficace, perché più vero, il titolo originale. Questo film infatti parla di ragazzi. Non genericamente di “vite”. Di adolescenti che si affacciano al confine dell’esperienza da adulti e che gli adulti pretendono di arginare in un modello ritenuto giusto.

Aggravata, la pretesa, dal fatto che riguardi le scelte più intime della persona, cioè quelle sessuali. E pensate, quando vi apprestate ad entrare al cinema, che ciò che vi viene raccontato dal regista e attore australiano Joel Edgerton è (tristemente) vero; ed avviene (uso il presente) in molti Stati americani, quelli più conservatori, quelli rurali e confessionali, dove evidentemente l’omosessualità costituisce ancora oggi un problema da arginare.

Questo è il contesto del racconto: una famiglia molto religiosa, tutta imperniata sulla figura del padre, un quasi irriconoscibile, imbolsito Russel Crowe (ma dove è finito il gladiatore che scatenava l’inferno??). Lui è un pastore battista: predica dall’altare della chiesa della cittadina ad una moglie adorante ed obbediente, l’eterea e fredda Nicole Kidman, biondissima, magrissima, castigatissima. Insomma, perfetta. Per il ruolo di compagna del capo religioso della comunità: sembra anche lei priva di dubbi e animata da solide convinzioni su quali siano le scelte giuste da fare e i principi cardine cui rifarsi per non bruciare all’inferno per l’eternità.

Questa coppia di sposi modello ha generato un figlio, l’adolescente Jared, interpretato dal giovane e già straordinario attore Lucas Hedges (ve ne avevo parlato qui, da poco, a dimostrazione di quanto sia poliedrico e produttivo). Il “guaio” è l’incertezza dei “gusti” del ragazzo, che ingenera una immediata reazione nei devoti genitori. Indirizzarlo ad un centro dove si pratica la “terapia della conversione”. Indovinate cosa riguarda?

Sembra tutto incredibile, ma la realtà, come constatiamo ogni giorno, supera di spanne la fiction. E dai titoli di coda consterete che le statistiche contano in USA circa 700.000 ragazzi coinvolti in queste “cure” obbligate, per indirizzare le loro preferenze sessuali e soprattutto raddrizzarle nel senso considerato giusto. Già, questo non accade nella vecchia, tradizionalista Europa, ma nel paese della libertà, che sempre anticipa di qualche anno le nostre tendenze e crisi e che guardiamo come modello di evoluzione nei costumi (America first, d’altronde, glielo abbiamo già clonato in salsa italica…).

La narrazione è a tratti lenta, ma a me il film è piaciuto molto, perché è introspettivo e profondo, segue i moti interni del protagonista, la sua disperazione, il dubbio se rassegnarsi alla volontà dei genitori, la ribellione al folle precettore dell’istituto dove viene rinchiuso, l’energia che mette nell’affermare se stesso. “Non voglio più fingere”: una frase che dovrebbe condurre ciascuno di noi alla maturità, perché non c’è crescita personale senza accettazione di chi siamo veramente. Solo così troviamo la forza di rivolgerci al prossimo (a partire dai genitori) e dire: “questo sono io”.

Il film racconta il percorso sofferto di Jared, descrive le conventicole religiose come delle sette di fanatici, evidenzia come dietro queste operazioni moralistiche si nasconda sempre un affare economico, una sovrastruttura costruita per guadagnarci, a danno di chi è ingenuo o obnubilato dalle credenze fideistiche, dove il cervello si spegne.

Ne consiglio la visione anche ai più giovani, sebbene qualche scena sia indubbiamente forte.

Una notazione: non c’è alcuna esaltazione del mondo omosessuale, anzi. Il regista è equilibrato, la sceneggiatura capace di mostrare tutte le facce dei temi e delle situazioni che tratta. Non facile in un prodotto Made in USA.

Per me 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬. I film che aiutano a crescere.

Ben is back

Il tema della tossicodipendenza dei giovanissimi non è così diffuso nonostante sia invece dilagante questa maledetta piaga, sottovalutata e sfruttata dalle organizzazioni criminali.

Questo film, che vede Julia Roberts assoluta protagonista (perché il racconto è quello del dramma di una madre disperata quanto determinata) ripropone un ottimo Lucas Hedges (l’appena ventitreenne, figlio del regista), dopo il successo di Manchester by the sea (dal 14 gennaio su Netflix! Se vi va rileggete qui la mia recensione).

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Manchester by the sea

Se non siete riusciti a vederlo al cinema, potete recuperarlo su Netflix: l’uscita di Manchester by the sea è programmata per il 14 gennaio. L’Oscar 2017 a Casey Affleck (sapete che è il fratello di Ben?) come migliore attore non mi ha convinto molto, a dirvela tutta. La ragione è che ho trovato questo attore piuttosto statico ed inespressivo, a tratti noioso, nonostante i terribili tornanti della sua vita raccontati dal film. Che, invece, ve lo consiglio davvero: non sembra nemmeno americano, per quanto è approfondito il profilo psicologico dei personaggi, all’estremo.

 

Lo spettatore arriva a comprendere i comportamenti violenti e solitari di Lee (che nella prima parte appare quasi un disadattato: forse l’Oscar glielo hanno dato per la difficoltà di dare vita a questo personaggio) in modo graduale, grazie ai flashback che riportano al presente le tortuose, drammatiche vicende del passato suo e della sua famiglia.

Notate quanto sia raffinata l’introspezione del rapporto di Lee con il fratello e con il nipote, un ragazzo che costituirà per lui una vera ancora di salvezza. Dall’apparire come un problema insormontabile, all’essere l’unica ragione per ricominciare a vivere. Il tema quindi è quello dell’importanza, nella disperazione più nera, di un affetto salvifico, di una energia risalente al passato, alle gite in barca a pescare tutti insieme. Rari momenti, poi perduti, di serenità e risate.
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Lady bird

Ce ne sono moltissimi di film sull’adolescenza, sugli amori giovanili, sui conflitti generazionali, ma pochi hanno l’originalità e la poesia di Lady bird. Ho letto molti commenti di spettatori italiani che hanno criticato la lontananza (rispetto al nostro mondo italico) delle vite ambientate a Sacramento di cui parla Greta Gerwig. E dunque l’impossibilità di riconoscersi in quei personaggi. Io non l’ho vista così, anzi ho pensato il contrario: ho pensato che Sacramento poteva essere qualunque provincia dello stivale, qualunque piccola città tradizionale e conformista e chiusa della vecchia Europa.

Infatti la giovanissima protagonista, al bivio tra l’adolescenza e quello che viene dopo, da quell’angolo di America vuole scappare via, sogna di andare a studiare in un college a est, immagina la sua esistenza da tutt’altra parte e forse anche per questo si è autorattribuita il soprannome di Lady bird. Non accetta di essere chiamata con il suo di nome (Christine, che pure non è male, ma forse troppo “tradizionale” per lei e per le sue aspirazioni di evasione), arriva addirittura a cancellarlo, insieme al suo cognome, sulle bacheche della scuola.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Vi parlo di un film da sei nomination all’Oscar 2018 (tra le quali miglior film, migliore attrice protagonista e migliore sceneggiatura originale) e vincitore dell’ultimo Golden Globe. Quindi di qualcosa che credo non possa non vedersi, nel panorama cinematografico di quest’anno.

Il regista non è di quei nomi che il grande pubblico conosce e che attira gli spettatori a scatola chiusa. È un commediografo britannico di origini irlandesi, uno che ha un curriculum teatrale più ampio di quello del grande schermo. Qualità alta, in questo caso anche per la sceneggiatura. Tanto alta che questo film potrebbe, secondo me, essere “scambiato” per un pulp movie di Tarantino.

Già, perché il livello di violenza, freddezza e disumanità è quello. Il racconto di un pezzo di America dove è labile il confine tra i buoni e i cattivi (e quasi tutti sono cattivi); e dove anche la polizia usa la forza senza formalizzarsi troppo sulle regole da rispettare. Una specie di far west, questa è l’impressione per lo spettatore. La storia è ambientata oggi, ma Ebbing nel secondo decennio degli anni duemila è come un villaggio di pionieri, pieno di insidie e senza giustizia.

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