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Io sono tempesta

Due grandi attori (Giallini e Germano) si fanno condurre da Luchetti in una storia che oscilla tra l’iperrealismo e la parabola, raccontata con toni eccessivi e per la verità in gran parte espressiva proprio (e solo) grazie a loro.

Giallini è un super milionario che ha costruito la sua fortuna, costantemente, sull’inganno, l’imbroglio, l’elusione. Coadiuvato da schiere di avvocati e consulenti, riesce allegramente a violare le leggi dello Stato ed a prendersi gioco del Fisco, maneggiando con il denaro come fosse quello del Monopoli. È riuscito ad accumulare una tale ricchezza materiale che può permettersi di comprare tutto, persone incluse. Partendo da sotto zero, da un padre che lo insultava ed umiliava, che entrava ed usciva dal carcere, Numa Tempesta ha trovato nei soldi il modo per riscattarsi, con la soddisfazione di accumularli senza fatica, giochi di prestigio con le banche e palazzine costruite nel deserto.

La scena di Giallini che fa l’idromassaggio in una vasca con la cromoterapia, in cima a un grattacielo, con vista cupolone, fotografa il suo status e fa ben comprendere lo stupore, la rabbia e l’incredulità con cui accoglie la notizia che devierà il corso dei suoi giorni: deve scontare una vecchia condanna penale per frode ormai divenuta definitiva e per evitargli il carcere i suoi legali si sono accordati per un anno di servizi sociali (c’è chi ha visto in questo una citazione della vicenda di Berlusconi, accompagnato ad assistere i vecchietti dell’ospizio in limousine).

La vita di Numa si intreccia a quel punto con quella di un gruppo di poveracci veri, barboni, disoccupati, diseredati di ogni genere, che frequentano un centro di accoglienza e assistenza. Qui il milionario ha il compito di distribuire il cibo, pulire i sanitari, aiutare a fare la doccia, parlare, creare empatia con gli assistiti. Vi immaginate? Quanto di più lontano dalle abitudini di Tempesta.

Lì, in quel magma di disperazione, sotto gli occhi severi dell’assistente sociale (una fanatica della sofferenza e della vita grama) incontra Bruno, lo sfortunato ragazzo padre interpretato da Germano. Il film racconta come Numa riesca a conquistare quel territorio che pure gli è così estraneo. Ci dice che due biglietti da 50 euro sono più convincenti di qualunque mano tesa. Altro che empatia.

Una storia che descrive senza tanti fronzoli e buonismi le miserie umane e che ci dice che nulla è più invidiato della condizione del ricco. Cosa si è disposti a fare per uscire dal tunnel della povertà? In realtà di limiti non ce ne sono, tanta e tale è la voglia di svoltare, di non doversi più mettere in fila per una brodaglia. Di potresti permettere le bollicine e la carne di manzo di kobe. L’idea è buona, ottimi gli attori, Giallini capace di essere insieme divertente e disperato. Germano un perfetto interprete del neorealismo italiano. Quasi letterario.

Quello che non mi è piaciuto e che non ho compreso è il finale, la china dell’ultimo quarto della storia, che porta ad un esito che forse ha voluto rappresentare un contrappasso ma che nemmeno in questa ottica sono riuscita a “perdonare”: è come se Luchetti avesse smorzato i toni e voluto insegnare qualcosa. Ma non c’era spazio per una morale nell’esistenza di Tempesta, sarebbe stato più naturale che uno col nome del secondo re di Roma (dopo Romolo) vincesse e basta, anche coi suoi metodi discutibili.

Da sapere: le scene che sarebbero ambientate in Ucraina sono in realtà girate in Abruzzo, Gran Sasso d’Italia. Una cornice di incredibile e cruda bellezza, impossibile da capire senza i titoli di coda.

La mia valutazione è di 3 ciak 🎬 🎬🎬 per l’iter discendente della storia. 5 agli attori. Ma era quasi scontato.

The place

Prima regola: non andate a vederlo chiedendovi (o chiedendo dopo il film ai vostri compagni di cinema) se vi è piaciuto più o meno di “Perfetti sconosciuti”. Già. Perché l’arte va sottratta all’umiliante esercizio del paragone, che sminuisce sia quello che è stato fatto prima che le evoluzioni successive.

Se siete giustamente, così, predisposti e cioè senza pregiudizi non cascherete nella trappola dei critici “a prescindere” che, sono convinta, si aspettavano la classica commedia italiana con temi attuali sì, ma non troppo complicata; ed invece si sono trovati davanti i migliori attori del cinema nostrano ad interpretare un soggetto non semplice da codificare.

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Beata ignoranza

Care ragazze, non fate che cercate di vedere questo film solo per vedere Gassmann. Le motivazioni devono essere più articolate e meno adolescenziali, quindi, a seguire, vi dico qualcosa su questa originale commedia italiana in cui, a fianco del blasonato Alessandro, trovate il bravissimo Giallini.

Entrambi reduci da fiction televisive di successo dove interpretavano ruoli simili da sbirri alternativi. Qui sono due prof, Giallini di letteratura italiana, Gassmann di matematica, che adottano metodi di insegnamento e stili di vita antitetici: il primo convintamente analogico, asocial, lontano dalla tecnologia e dalla connessione h24; il secondo costantemente a controllare il proprio indice di gradimento presso i migliaia di followers, con uno smartphone come prolungamento del braccio.

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Gli imperfetti conosciuti

Paolo Genovesi: il film prova a farci dare un giudizio su noi stessi, non sulla nostra vita quotidiana ma su ipotetici démoni che abbiamo dentro di noi. Una frase rappresenta il film: c’è qualcosa di terribile dentro di noi, chi non è costretto a scoprirlo è molto fortunato.

#ThePlace da domani nelle sale 

Perfetti sconosciuti

Riderete moltissimo, soprattutto nella prima parte di questa “commedia” meritatamente premiata dal pubblico, che da quando è uscita la fa primeggiare al botteghino, anche su Tarantino. Ma le risate, lentamente, con un climax discendente verso il “dramma”, si trasformeranno in uno sguardo serio e riflessivo sulla rappresentazione della vera verità senza sconti con cui il regista racconta le coppie sposate protagoniste della (apparentemente) innocua cena tra vecchi amici.

Avrete già letto di che si tratta: cosa succederebbe se, per qualche ora, si condividessero i contenuti del proprio cellulare, incluse le telefonate, da ascoltare in viva voce (senza ovviamente avvertire l’interlocutore)? Ogni messaggio letto urbi ed orbi. Il nostro cellulare: la scatola nera della nostra vita, così viene definito da Eva (Kasia Smutniak), che propone, imprudentemente, quel gioco dal quale ciascuno uscirà davvero come un “perfetto sconosciuto”.

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