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Copia originale

Lo confesso: ho visto questo film per caso, senza sceglierlo, ingannata, per mia distrazione, dalla lettura della programmazione dei cinema on line. Mi sono infilata in una sala di periferia (quelle dei salesiani, che ogni tanto ancora sopravvivono eroicamente) convinta di trovare una pellicola, ed invece la locandina all’entrata annunciava Copia originale; di cui non sapevo nulla, nemmeno avevo in mente di vederlo.

Forse è la prima volta che mi capita, di andare al cinema “impreparata” e a dirvela tutta non è niente male (c’è chi ne fa un punto di forza, di non leggere mai, prima, nessuna recensione, per essere senza filtri e tabula rasa di fronte alle immagini e alle storie, così da lasciarsi andare e formulare un giudizio originale). La regista trentanovenne è alla sua opera prima, come lungometraggio: sceglie di raccontare una storia vera, quella di Lee Israel (interpretata magistralmente da Melissa McCarthy, solita a ruoli comici, ma qui a tratti capace di impersonare un’eroina tragica e grottesca), una biografa divenuta famosa tra gli anni Settanta e Ottanta, rendendosi autrice di narrazioni molto apprezzate sulle vite di Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estée Lauder e della giornalista Dorothy Kilgallen.

Il titolo originale del film è Can You Ever Forgive Me, che è poi quello del libro da cui è tratto: autrice la stessa Israel, che parla proprio di sé e delle vicende drammatiche ed insieme eroiche che sono seguite ad un momento di grave crisi artistica ed economica della sua esistenza. Per chi scrive, la paura del foglio bianco credo non sia mai del tutto sopita. Insieme a quella del non essere più apprezzato dai lettori e conseguentemente dagli editori.

È ciò che succede alla protagonista che scivola piano piano in un oblio misto a malcelato disprezzo negli ambienti intellettuali della grande mela, dove il film è ambientato. Il bisogno di denaro per sopravvivere e per curare la sua amatissima gatta la spingono ad oltrepassare il limite della legalità, sfruttando le sue immense capacità creative e una notevole cultura bibliografica. Nella solitudine tipica dei momenti difficili (quelli in cui tutti i falsi amici se la danno a gambe) la scrittrice trova un compagno di avventura, un personaggio ancor più irregolare di lei, uno di cui nessuno dovrebbe fidarsi, ad avere un po’ di sale in zucca.

Con una colonna sonora raffinata, che da sola descrive quel tempo e quegli ambienti newyorkesi (sentite per esempio Jeri Southern in I trought of you last night) il film si addentra nella cupezza della disperazione esistenziale di Israel, non risparmiandole alcunché e dunque non risparmiando gli spettatori: gli effetti della sua depressione sono tangibili, contagiano gli ambienti che la circondano. Ci sono momenti della storia in cui, non conoscendo il finale, mi sono convinta che si sarebbe tolta la vita.

Insomma, una vicenda che merita di essere conosciuta e magari approfondita, leggendo il libro di Israel, che è stato molto apprezzato dal New York Times tanto da scriverne: “se fossi una libraia non farei entrare Lee Israel, ma certamente mi assicurerei di avere il suo ultimo libro sugli scaffali”.

3 ciak 🎬 🎬🎬 da Decima Musa alla biografa americana, grande falsaria di preziosi originali.