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Moschettieri del Re, la penultima missione

Ci vuole coraggio per fare un film ambientato nel ‘600, che ha come protagonisti regine ancelle e moschettieri; ci vuole bravura per farlo bene, riuscendo a fare ridere e a stupire spettatori di tutte le età; ci vuole spirito e cuore per mettere insieme attori come questi, che si percepisce siano amici tra loro, uniti al regista da qualcosa di molto più prezioso di una scrittura contrattuale e di un ciak.

C’è un collante umano e affettivo che riesce a coinvolgere anche il pubblico: soprattutto qui sta l’unicità dell’idea pazza e per certo versi infantile di Giovanni Veronesi, un artista eclettico ed empatico, che potete ascoltare ogni giorno (comprendendo chi sia davvero, attraverso la sua voce) su Radio 2 Rai, nella trasmissione che conduce con Massimo Cervelli “Non è un paese per giovani” (non perdete i suoi monologhi, sono spesso delle chicche capaci di smuovere anche i più arrugginiti con le lacrime). Se volete sapere quale sia il suo ultimo precedente al cinema lo trovate qui nel mio blog, con lo stesso titolo del programma radiofonico.

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Ricchi di fantasia

Dopo Il tuttofare (di Valerio Attanasio: se ve lo siete perso, recuperatelo assolutamente!) era chiaro che Sergio Castellitto avesse raggiunto una maturità di attore tale da essere di certo considerato uno dei nostri migliori, adatto a quei ruoli tipici e complessi (divertenti ed amari insieme) della buona commedia italiana.

Anche in questo caso dà ottima prova di sé, concentrando nel personaggio che interpreta (che si chiama proprio Sergio, e Sabrina quello della Ferilli: come se entrambi altri non facessero che se stessi) diversi eccessi umani, alti e bassi: un geometra “decaduto” a carpentiere per la cattiva sorte e la crisi, con una famiglia da mantenere, pesante ed esigente, una moglie perennemente nervosa e rivendicante (brava è credibile Paola Tiziana Cruciani), un amore clandestino (per Sabrina) consumato nel camioncino da lavoro, nella campagna romana con lo sfondo arcaico dell’acquedotto.

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Mamma o papà

Impossibile mancare un film con Albanese e Cortellesi. Almeno per me. Lei è anche coautrice della sceneggiatura, ispirata ad un omonimo film francese. Una prova controcorrente rispetto all’ertica della famiglia a tutti i costi, delle separazioni con figli contesi, dei matrimoni stramorti sempre in piedi sulle fondamenta della noia e della sopportazione reciproca.

I due protagonisti, sposati da 15 anni, decidono di sciogliere il vincolo che li lega, prendendo atto (civilmente) che l’amore e la passione sono irreversibilmente finiti. Dormono nel “lettone” come fratello e sorella, divisi da due cuscini a sancire l’assenza di ogni possibile contatto fisico notturno. Hanno tre (odiosi) figli ed il bello inizia qui: nessuno dei due ne vorrebbe l’affidamento, ciò che impedirebbe ad entrambi di realizzare i propri sogni professionali all’estero. Occasioni attese da una vita e sempre messe da parte per tutelare l’integrità della famiglia.

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La casa di famiglia

Voi cosa fareste della villa di famiglia se foste eredi di un padre ancora in vita (ma da cinque anni in stato vegetativo a seguito di un ictus) assillati dai debiti o dai guai sentimentali, in una parola, disperati? La vendereste o sentireste il peso della colpa di disperdere il patrimonio dell’avo prima del trapasso?

Ecco. I quattro protagonisti (a proposito dei quali la suora infermiera che assiste il genitore infermo dice, scusate il francesismo: “certo io di figli ne ho visti, ma 4 merde così tutti insieme mai”) si trovano in questa situazione e non ci pensano due volte a lavarsene le mani. Cioè a (s)vendere la casa avita “approfittando” dell’assenza del proprietario non più in grado di intendere e di volere perché attaccato ad un respiratore.

Lino Guanciale interpreta il più scapestrato dei fratelli, quello che li spinge a compiere il sacrilegio di disporre dell’eredità prima di essere orfani. I soldi gli servono subito: per salvare il suo circolo del tennis (!!). E trascina anche gli altri tre che a dirla tutta non si fanno pregare all’idea di riscuotere subito un “gruzzolo” non indifferente. Continua a leggere La casa di famiglia

Belli di papà

Su Canale5 stasera. Il film (una commedia leggera con un tema però di sostanza: quello del rapporto con i figli quando diventano adulti, magari diversi da ciò che vorresti e malati di cronica ingratitudine) ha la sua spina dorsale nell’interpretazione di Abatantuono (Vincenzo) che un po’ mette in scena se stesso, il milanese “arrivato” grazie al duro lavoro, che non rinnega ma anzi esalta le proprie origini pugliesi.

I suoi tre ragazzi vivono da privilegiati (senza nemmeno esserne coscienti) con l’unica carenza vera dell’avere perso molto presto la mamma (l’altra carenza che lamentano, quella dell’attenzione e del “tempo” paterno, non è vera, piuttosto fa parte dell’ingratitudine che ho detto: troppo facile lamentarsi delle mancanze dei genitori, nei ritagli di tempo tra una vacanza a Ibiza e un trattamento estetico, dopo un faticoso shopping griffato).

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